Quasi 20mila le denunce di donne vittime di violenza in Piemonte tra il 2005 e il 2007, per lo più in ambito familiare. Lo rivela un ricerca promossa dalla Consulta regionale delle Elette del Piemonte in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, che ha cercato anche di capire come il fenomeno venga trattato dai giornali.
Se certi numeri fanno notizia solo quando vengono presentati come risultati di una ricerca, forse significa che la gravità del fenomeno delineato è acutizzata dalla mancanza di informazione in merito.
È alla doppia esigenza di conoscere meglio la violenza contro le donne in Piemonte e di saperla comunicare che ha cercato di rispondere il progetto “Ti amo… da morire?”, promosso dalla Consulta regionale delle Elette del Piemonte in collaborazione con l’Ordine dei Giornalisti, la cui relazione conclusiva è stata presentata il 10 luglio (nella foto, un momento del seminario a Palazzo Lascaris a Torino).
La ricerca, durata più di un anno e svolta da nove giornalisti di tutte le province, si è proposta di colmare due lacune: una sul piano quantitativo, dovuta alla mancanza di dati regionali sul tema; l’altra sul piano qualitativo, per capire come alcune testate giornalistiche nazionali e locali diffuse sul territorio trattino i casi di violenza, sotto il profilo del contenuto e del linguaggio. Due fasi distinte di ricerca scaturite in altrettanti resoconti, con l’obiettivo di confrontare dati e notizie pubblicate.
I dati. Tra il 2005 e il 2007, agli organi di polizia piemontesi sono state presentate 19.656 denunce di violenza, più della metà in provincia di Torino (58,3%). L’88% sono per minacce, ingiurie e lesioni, mentre il restante 12% è composto da violenza e tentata violenza sessuale, maltrattamenti, molestie, tentato omicidio e omicidio (questi ultimi, insieme, non raggiungono l’1%).
La raccolta ha coinvolto prefetture, questure, comandi provinciali dei Carabinieri e, dove presenti, “pool fasce deboli” presso le procure della Repubblica, riscontrando fin da subito evidenti disomogeneità: molti gli elementi mancanti che non hanno permesso un’elaborazione statistica più esaustiva.
Ecco perché la suddivisione in fasce d’età delle vittime è stata possibile solo nelle province di Asti, Biella, Torino, VCO e Vercelli, che rappresentano il 68,7% della popolazione piemontese. Qui la maggior parte delle donne che denuncia ha più di 40 anni (43%), e per minacce, ingiurie, lesioni. Allo stesso tempo, questa fascia risulta essere meno a rischio dei reati più “gravi” come tentata violenza sessuale, maltrattamenti e violenze, dove le vittime hanno soprattutto tra i 20 e i 30 anni (30,3%).
Il che può essere interpretato in due modi: la donna più matura ha meno remore psicologiche e sociali ad esporsi, e/o subisce più violenza perché questa viene perpetrata all’interno di una convivenza.
A questo punto entrano in gioco l’aggressore e l’ambiente, i cui dati si riferiscono alle province di Asti e Vercelli (circa il 10% della popolazione). Come prevedibile, anche se a chi legge di solito certe notizie sui giornali apparirà forse una novità, il 36,2% di violenze, maltrattamenti e molestie accade in ambito familiare, il 33,1% tra conoscenti e il 30,7% da parte di un estraneo. Percentuali che passano rispettivamente a 37,7, 43,2 e 19,1% per minacce, ingiurie e lesioni. Chi commette violenza è quindi soprattutto un familiare o conoscente, nonostante se ne parli di meno, sia per una buona dose di sommerso, sia perché, in fondo, fa meno notizia.
Per la provenienza dell’aggressore, in base alle denunce delle province di Biella e VCO, l’84,1% riguarda italiani.
Siccome la violenza si consuma in larga parte o tra le mura domestiche o per mano di conoscenti, la vittima ha spesso paura, di ritorsioni, anche nei confronti dei figli, del giudizio sociale, di non trovare aiuto nella famiglia, del lungo iter giudiziario, e non denuncia. La ricerca ha quindi raccolto tutti i dati possibili da centri di ascolto, associazioni di aiuto come Telefono Rosa, Sportelli Donna, Pronto Soccorso o servizi presso ospedali.
I dati nazionali trovano conferma: maggioranza delle violenze in famiglia, fenomeno trasversale che interessa ogni stato sociale, economico, culturale, senza differenza di età, nazionalità, religione e cultura.
Il contesto e il sommerso. Il secondo report dell’indagine contiene le “pagine strappate al silenzio, là dove le donne prendono il coraggio, se non di denunciare le violenze subite, almeno di confidarle a qualcuno”. Parole, testimonianze, per contestualizzare freddi numeri che non sempre rendono davvero l’idea di un fenomeno: una serie di interviste, condotte sul territorio, a chi si occupa tutti i giorni, sul campo, di aiutare le donne alle prese con queste difficoltà. Da sindacati a presidenti di associazioni, Commissioni pari opportunità, case di prima accoglienza, Consorzi di servizi socioassistenziali, Sportelli Donna, Pronto Soccorso e Centri d’ascolto e di aiuto negli ospedali, fino alla Consigliera di parità regionale supplente, l’avvocata Franca Turco.
Un caleidoscopio di storie, attività, tentativi di aiutare davvero le vittime a riconoscersi come tali, a riconoscere che non è giusto e non sono sole, a uscire dalla spirale di violenza in cui rischiano spesso di rimanere sconfinate.
Come ha sottolineato nell’incontro Alessandra Sena, psicoterapeuta del Centro Soccorso violenza sessuale, Ospedale Sant’Anna d Torino, “confrontarsi con un giornalista su quello che facciamo ogni giorno non può che essere utile. Spesso alcune donne rivivono la violenza quando leggono la loro storia sui giornali”.
L’analisi dei giornali. Le testate monitorate, nel periodo 2007-2008, e in alcuni casi anche per fatti del 2009, sono state le nazionali La Repubblica e il Corriere della Sera, l’edizione novarese del quotidiano La Stampa, i giornali locali Cronaca qui Torino, Il Piccolo di Alessandria, il Corriere di Novara e l’agenzia di stampa Ansa.
In generale, il confronto tra le notizie che raccontano episodi di violenza e il numero delle denunce raccolte evidenzia una sproporzione tra queste ultime e ciò che esce sui giornali, in modo tale che la reale portata del fenomeno non emerga del tutto: se ne ha una percezione per forza di cose parziale, spesso episodica, legata più ai casi che fanno “sensazione”, anche se, come ha precisato il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Sergio Miravalle, “contrariamente a quanto ancora avveniva non molti anni addietro, oggi l’informazione viene data in maniera abbastanza oggettiva e pacata, senza ricorrere allo scandalismo”.
Se questo avviene soprattutto nella stampa nazionale, l’informazione locale offre la dignità di notizia anche agli episodi che hanno minore impatto sull’opinione pubblica, forse perché non sono sufficientemente raccontati o comunque non nell’articolo di apertura delle pagine, ma che sono più numerosi. Quelli che avvengono in famiglia, che spesso emergono solo in caso di denuncia e rientrano nella cronaca giudiziaria. È difficile che una vittima accetti di raccontare quanto le è successo, magari per anni, anche se nel riportare la sua vicenda i giornali dimostrano di rispettarne la privacy. Nessun giornalismo di tipo “scandalistico”, ma interesse al fenomeno nella misura in cui rientra nei fatti di cronaca: molti meno gli articoli che affrontano il tema nelle sue dimensioni sociali.
I giornalisti, soprattutto a livello locale, possono svolgere un ruolo fondamentale per far emergere il sommerso, attraverso una buona e corretta esposizione dei fatti. Lo ha spiegato benissimo e in poche parole Emmanuela Banfo, coordinatrice della ricerca e segretario dell’Ordine dei Giornalisti e, dopo di lei, i giornalisti che se ne sono occupati: “Il nostro è stato un esperimento che non ha nessuna pretesa di scientificità, ma si pone l’obiettivo di affermare un principio base: la pari dignità di tutte le persone. Fino a quando non si affermerà questo, non riusciremo a sconfiggere questa piaga. Ecco perché è necessaria un’informazione che non produca paura, ma conoscenza, perché, alla fine, continua a passare l’immagine della donna-oggetto”.
Al tavolo con la Banfo, oltre alla dottoressa Sena, erano presenti le vicepresidenti della Consulta delle Elette Paola Pozzi e Graziella Valloggia e Alessandra Lupo, avvocata del Telefono Rosa. Prima di loro, un confronto istituzionale ha coinvolto il presidente del Consiglio regionale Davide Gariglio, l’Assessora alle Pari Opportunità Giuliana Manica, che ha sottolineato l’impegno della Giunta per il Piano regionale di contrasto alla violenza, Mariangela Cotto, presidente della Consulta, che ha chiesto a Michelino Davico, sottosegretario agli Interni, un aiuto a livello nazionale per portare avanti il progetto. “Questa ricerca – ha risposto Davico – rappresenta un salto di qualità culturale. È un progetto pilota a livello nazionale, utile per combattere un fenomeno da scoprire e monitorare, a cui deve affiancarsi un lavoro di prevenzione. Un modello che dovrà essere esteso con un coinvolgimento più forte del Ministero dell’Interno, per definire una griglia comune di raccolta dati per tutti i soggetti istituzionali”.
La volontà di collaborare è stata ribadita anche in conclusione dal presidente del tribunale di Torino Mario Barbuto, che ha riconosciuto “la mancanza di una metodologia precisa per le rilevazioni statistiche su questi dati”.