Commissione Regionale di Pari Opportunitā

In quest'area del sito trovi informazioni sull'istituzione attiva in Piemonte dal 1986 per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne e la diffusione di una cultura di genere. È inoltre disponibile un archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della CRPO


Consigliera di Paritā Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






In pensione a 65 anni, per ora solo nel pubblico impiego

23 luglio 2009


Innalzamento graduale dell’età pensionabile delle donne, per adeguare l’ordinamento italiano alla sentenza europea. Con il consenso delle parti sociali, esclusa la CGIL. Per tutti, deve essere la base di partenza di un percorso di pari opportunità, non solo sulla carta




Il governo ha messo a punto l’emendamento al decreto legge anticrisi che equipara l'età pensionabile tra uomini e donne nel pubblico impiego, in ossequio alla sentenza della Corte di Giustizia Europea che il 13 novembre scorso ha condannato la Repubblica italiana per aver mantenuto in vigore la normativa, considerata discriminatoria dalla Corte, che permetteva alle lavoratrici pubbliche di andare in pensione di vecchiaia a 60 anni, cinque anni prima degli uomini.
In risposta a questa pronuncia della Corte, si prevede di aumentare gradualmente l'età minima per la maturazione del diritto al pensionamento di vecchiaia per le donne del pubblico impiego, a partire dal 1 gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento dei 65 anni nel 2018. I nuovi requisiti di età diventano: 1 gennaio 2010 - 31 dicembre 2011, 61 anni; 1 gennaio 2012 - 31 dicembre 2013, 62 anni; 1 gennaio 2014 - 31 dicembre 2015, 63 anni; 1 gennaio 2016 - 31 dicembre 2017, 64 anni; dal 1 gennaio 2018, 65 anni. I nuovi criteri non si applicano alle lavoratrici che al 31 dicembre 2009 hanno già maturato il diritto alla pensione di vecchiaia.
I risparmi, stimati in circa due miliardi e mezzo in 10 anni, saranno destinati alle "politiche sociali per le famiglie e alla non autosufficienza": un incremento della spesa sociale, sicuramente positivo per le donne, ma non proprio la destinazione auspicata dalla ministra Mara Carfagna che alla fine di giugno ipotizzava di finanziare “gli asili nido, l'offerta di lavoro part time, le misure per il reinserimento delle donne nel mercato del lavoro o, addirittura, studiare la parziale detassazione del lavoro femminile allo scopo di aumentare l'occupazione”.
Un altro emendamento al decreto prevede l’innalzamento per tutti i lavoratori dei requisiti di età anagrafica per l’accesso al sistema pensionistico, a decorrere dal 1 gennaio 2015: ogni cinque anni, la soglia di età verrà elevata proporzionalmente all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat e validato da Eurostat nel quinquennio precedente; in sede di prima attuazione, l’incremento non potrà comunque superare i tre mesi.

 
Su queste proposte si è tenuto la settimana scorsa il confronto con le parti sociali. ll ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, si è detto molto soddisfatto. "Abbiamo registrato il consenso di tutte le organizzazioni sulle misure adottate - ha affermato Sacconi - in particolare sull'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nella pubblica amministrazione, alla destinazione delle economie in provvedimento su famiglia, non autosufficienza e welfare. Solo la Cgil ha espresso alcune perplessità che definirei ragionevoli e costruttive".
In realtà l'opposizione della Cgil è piuttosto netta : "Queste norme significano una cosa sola: lavoreremo più a lungo per avere di meno come pensione" è il parere della segretaria confederale Morena Piccinini, che riguardo all'età pensionabile osserva: Questo innalzamento non si potrà certo fermare alle lavoratrici pubbliche. Si tratta di una misura illegittima, un'operazione di cassa brutale, una solidarietà forzata, imposta dalla Stato italiano a un soggetto debole, operata peraltro senza alcun confronto con le organizzazioni sindacali sull'utilizzo dei risparmi ottenuti".
Le donne della CGIL Funzione pubblica e Fiom hanno lanciato un appello con raccolta di firme per fermare quella che definiscono “una ennesima ingiustizia, che fa pagare alle donne i costi della crisi e frena l’ingresso delle giovani e dei giovani nel mondo del lavoro”.
 
In risposta a queste critiche, il ministro Sacconi ha escluso che l’innalzamento possa essere esteso alle lavoratrici del settore privato. Ma alla luce dei criteri di non discriminazione enunciati dalla Corte Europea, oltre che delle esigenze di sostenibilità del sistema previdenziale, sembra improbabile che almeno in un prossimo futuro questo problema non si ponga.
Sulle modifiche al sistema previdenziale si sono detti favorevoli tutti gli altri sindacati e associazioni di categoria. Secondo Cisl e Uil dagli emendamenti del governo sulle pensioni arriva "un utile contributo per la stabilizzazione del sistema". In particolare, per il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, la misura scelta per arrivare all'equiparazione nel 2018 è "una risposta molto graduale ad una sentenza inappellabile della Corte di Giustizia europea".
"L’adeguamento dell’età pensionabile delle donne - ha sostenuto Liliana Ocmin, segretaria confederale della Cisl -era un passo da fare in ogni caso, ma il segnale importante è che tutti questi risparmi saranno impiegati nell’ambito del welfare e delle politiche sociali, che significa dare attenzione a tutte le donne non soltanto nel momento dell’età pensionabile ma anche durante tutto il corso della propria vita aiutandole a far fronte alle esigenze legate alla maternità". "Si tratta - ha concluso - di un intervento necessario che prende anche atto di una tendenza fisiologica che vede negli ultimi anni l’incremento del numero di donne che hanno scelto di rimanere oltre l’età pensionabile perché non avrebbero preso neppure il minimo".
L'Ugl chiede invece al governo "di fare uno sforzo in più per distinguere tra le lavoratrici e le madri lavoratrici per le quali la cura dei figli si aggiunge agli altri carichi familiari”. Secondo la segretaria Renata Polverini “non c'è solo un problema di tipologie di lavoro di cui tenere conto, come i lavori usuranti, ma anche delle diverse condizioni delle lavoratrici, alle quali va riconosciuto un bonus in termini previdenziali per i periodi di maternità".

 
Per Barbara Saltamartini, responsabile delle Pari opportunità del PdL, il provvedimento è sicuramente positivo, ma “sarebbe assolutamente riduttivo esaurire l'argomento donne e lavoro con il solo emendamento presentato al decreto anticrisi. Al contrario, auspichiamo che possa costituire la base di partenza di un percorso di pari opportunità, sancito a oggi solo sulla carta e non nei fatti". "L'impegno che chiediamo al governo - precisa Saltamartini - è di procedere nella direzione di combattere tutte le disparità di cui sono vittime le donne, dalle discriminazioni salariali a quelle sociali, compresa la complessa tematica della conciliazione tra vita professionale e attività di cura all'interno della famiglia”.
Al contrario, per Vittoria Franco, responsabile delle Pari opportunità del Pd “questa mossa è finalizzata solo a fare cassa. Quello che era un risarcimento si tradurrà per le donne in una doppia penalizzazione, e noi non lo accetteremo". Secondo Franco, “non si interviene sulle pensioni per decreto, ma discutendone in Parlamento. Inoltre, l'innalzamento dell'età pensionabile delle donne deve vedere come beneficiarie proprio le donne, perché può essere accettabile solo a patto di puntare, prima, alla parità tra i generi lungo tutto l'arco della vita lavorativa. È necessario un welfare moderno, che consenta alle donne di lavorare, fare carriera ed essere madri”.
L’ex ministro Cesare Damiano propone di concertare con le parti sociali e discutere in Parlamento un nuovo contratto sociale non solo per le dipendenti del settore pubblico ma per tutte le lavoratrici e i lavoratori. “L’ipotesi è quella di definire l’età pensionabile sulla base di un principio di flessibilità, recuperando lo spirito della riforma Dini”.
La vicepresidente del Senato Emma Bonino, da sempre sostenitrice dell’equiparazione dell’età pensionabile, considera l’emendamento “un buon avvio”, ma aggiunge: ''Stiamo lavorando per rendere più vincolante la destinazione dei risparmi che ne deriverebbero ad una politica di sostegno alle famiglie o alle donne in età lavorativa: presenteremo un ordine del giorno per rendere questo vincolo trasparente, monitorabile e soprattutto più stringente”.