Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Il potere č delle donne?

30 luglio 2010

La rivista Internazionale ha riportato il dibattito a distanza tra due giornali statunitensi sui cambiamenti della società postindustriale a vantaggio o meno delle donne, in particolare nel mondo del lavoro. Qualcosa si sta muovendo, ma a tal punto da parlare di vittoria delle une e sconfitta degli altri?

 

 

 

 

Nel saggio Le Bal des célibataires, il sociologo Pierre Bourdieu descrive il cambiamento delle dinamiche tra i sessi in una regione del sudovest della Francia: un tempo i figli maggiori avevano diritto a ereditare il patrimonio familiare, ma nel corso degli anni le nuove forze economiche hanno condizionato negativamente ciò che fino ad allora era stato un privilegio. La terra, infatti, non produceva più il reddito di una volta, ma gli uomini si sentivano lo stesso obbligati a occuparsene, mentre le donne fuggivano dalle campagne, attirate da lavori e piaceri della città. Quando tornavano in paese per le feste tradizionali, trovavano uomini senza prestigio e non più desiderabili come mariti. Al punto da arrivare al ballo degli scapoli, durante il quale gli uomini, consapevoli della loro perdita di status, se ne stanno impalati mentre le donne ballano in pista.

E se questo valesse in generale? Se le donne fossero più adatte a vivere nella moderna società postindustriale? Lo pensa la giornalista americana Hanna Rosin, che sul numero di luglio-agosto di The Atlanticaffronta la questione argomentando con numeri e interviste la sua “teoria”. Non a caso l’articolo, pubblicato sul numero del 16 luglio della rivista Internazionale (nella foto, la copertina), s’intitola The end of men (La fine del maschio).
La tesi di partenza è chiara. Secondo gli psicologi evoluzionisti – scrive Rosin – “in tutti noi c’è un imperativo innato imposto dalla selezione naturale: gli uomini sono più veloci, forti e adatti a lottare per conquistare risorse, come dimostrerebbe oggi il loro successo nel mondo della finanza. Le donne sono programmate per trovare qualcuno che si occupi di loro e dei loro figli, infatti tendono a prendersi cura degli altri e ad avere un comportamento più flessibile, che le relega tra le pareti domestiche. E se invece gli uomini e le donne non stessero obbedendo a un imperativo biologico, ma stessero semplicemente svolgendo il ruolo sociale che gli è stato assegnato nella storia dell’umanità in base al criterio dell’efficienza?”.

Questa ipotesi troverebbe riscontro nella realtà: all’inizio del 2010, per la prima volta negli Stati Uniti, le donne occupano più posti di lavoro degli uomini; la classe operaia si sta lentamente trasformando in un matriarcato; le donne prevalgono nelle università e nelle scuole professionali e, tra le quindici categorie che secondo i sociologi si svilupperanno di più nei prossimi dieci anni, tutte tranne due sono essenzialmente riservate alle donne. La giornalista afferma che l’economia americana sta diventando una sorta di grande sorellanza: in altre parole, in un’economia postindustriale, le qualità che contano, ovvero intelligenza sociale, l’abilità comunicativa e la capacità di concentrazione, non sono più prevalentemente maschili. Harris non parla solo del suo Paese, ma anche di Cina, India, Corea del sud, dove nel corso degli anni è diminuita la preferenza per i figli maschi, mentre una volta le donne che non partorivano figli maschi venivano trattate come serve e picchiate.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, riconosce che esista ancora una disparità salariale tra uomini e donne, che siano queste ultime a prendersi ancora cura dei bambini nella maggior parte dei casi e che i livelli più alti della società siano ancora occupati dagli uomini. Ma secondo la sua analisi, viste le forze che premono sull’economia, “sembra che questi siano gli ultimi rantoli di un’era che sta per finire. Forse sta succedendo lentamente e in modo diverso in ogni paese, ma sicuramente sta succedendo: a lungo andare, l’economia finirà per essere nelle mani delle donne”.
Mentre gli uomini, infatti, sembrano impantanati in una specie di gelatina culturale e si stanno dimostrando incapaci di adattarsi, per le donne è esattamente il contrario, e così molte professioni che all’inizio erano territorio esclusivo degli uomini, oggi sono occupate per lo più da donne, ma non è avvenuto il contrario. Questo discorso non vale solo per lavori pagati meno o poco, ma anche man mano che si sale di livello: le donne stanno cominciando a prevalere anche tra i dirigenti di medio livello e nelle libere professioni. Certo, al momento non si tratta di una scalata senza freni (basti pensare, ricorda Harris, che solo il 3% della amministratori delegati della lista Fortune 500 è donna), ma resta il fatto che il controllo esclusivo dei posti di potere da parte degli uomini si sta allentando e che, nel mondo degli affari, la mancanza di donne ai vertici viene definita “spreco di talenti”.

Vero anche che siamo in una situazione di recessione economica, durante la quale, come già in passato, sono lavori e settori tradizionalmente maschili a pagarne le conseguenze per primi: settori come l’edilizia e l’industria sono più soggetti a un andamento ciclico rispetto a quello dei servizi, ma anche quando certi lavori più maschili saranno di nuovo disponibili, la tendenza a lungo termine cambierà? Per Harris, no.

Fine del maschio, dunque? La realtà sembra ben diversa. Di sicuro lo è per la collega Katha Pollitt, che dalle colonne di The Nation, il 12 luglio, critica la visione che emerge dall’articolo. Per lei, Hanna Rosin non parla davvero della fine del maschio, ma “della minore capacità economica degli uomini di dominare le donne e delle conseguenze socioculturali di questo fatto”. Tante osservazioni sono del tutto condivisibili: le donne si stanno facendo largo nella formazione e nella professione, decidono di fare figli da sole, e magari sono anche particolarmente adatte all’economia postindustriale. Al contrario, gli uomini soffrono per la scomparsa di lavori tipicamente maschili, hanno perso parte dei privilegi domestici e del prestigio culturale.

I dati vanno però sempre contestualizzati e, secondo Pollitt, resta pur sempre il fatto che le donne hanno bisogno di una laurea per guadagnare quanto gli uomini con un diploma e che sul lavoro sono penalizzate non solo dalla discriminazione, ma anche dal lavoro di cura e dai problemi di conciliazione. Da una parte, quindi, il gap salariale rende difficile pensare che sia imminente un rovesciamento dei rapporti di forza. Dall’altra, avrebbe senso parlare di vittoria delle donne e sconfitta degli uomini?
Le donne si sanno adattare, e quindi diventano via via vincenti, mentre gli uomini sono fragili e non riescono a “immaginare un modo più fluido, flessibile, tenero ed egualitario di relazionarsi a donne e bambini? Davvero non sanno approfittare della diffusione dei lavori manuali dominati dalle donne come l’assistenza infermieristica e la preparazione degli alimenti”? Per la giornalista di The Nation, non è vero che le donne sanno cambiare e gli uomini no. I ragazzi, forse, non sono abbastanza incoraggiati, anche perché i vecchi sistemi hanno funzionato bene per troppo tempo.

Per giunta, non è che la flessibilità delle donne abbia portato finora a chissà quale vantaggio. Lo dimostrano le numerose ricerche, le difficoltà di molte donne lavoratrici, le discriminazioni sul lavoro e fuori, dirette e indirette. La “ricetta” sembra, come al solito, una sola: la piena parità. Ma, al di là di singoli scenari e ipotesi, la strada appare ancora lunga.