Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Il lento cammino delle donne nella scienza

30 dicembre 2009

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Sono metà delle laureate e del personale scientifico, ma meno del venti per cento dei professori. Anche se quest’anno hanno vinto quattro premi Nobel. I paradossi della questione di genere nella scienza, dove stereotipi e discriminazioni spesso prevalgono su meriti e professionalità.

 

 

 

 

 

 

Il progresso della donna nel mondo del lavoro è lento, ma è ancora più lento nel campo della scienza e delle tecnologie. Sulla persistente attualità della questione di genere nella scienza ha lavorato per due anni una partnership internazionale, coordinata dal Dipartimento per le Pari Opportunità del governo italiano e dall’associazione non profit ASDO-Assemblea delle Donne per lo Sviluppo e la lotta all’esclusione sociale , dando vita la progetto Practising Gender Equality in Science noto con l’acronimo PRA.G.E.S.
Il progetto ha affrontato la questione della scarsa presenza delle donne nelle posizioni di alto profilo nell’ambito della ricerca scientifica e tecnologica nel settore pubblico, cercando di tracciare un bilancio della situazione e di mettere in luce le strategie e le misure che si sono dimostrate efficaci nell’accelerare i ritmi del cambiamento.

 

Le questioni in gioco, individuate attraverso una ricerca condotta sulla letteratura scientifica, sono state suddivise in tre aree di rischio:
– la scienza come ambiente poco favorevole alle donne;
– la scienza come realtà poco sensibile al genere;
– l’assenza delle donne dalla leadership scientifica.
Il principale obiettivo del progetto è stato indagare e mettere a confronto una serie di esempi di azioni positive sviluppate nell’ultimo decennio per sostenere l’eguaglianza di genere e, più in generale, per favorire la promozione della diversità nella scienza e nella tecnologia: a questo fine è stato realizzato un data base, una sorta di catalogo di oltre cento esperienze realizzate in Europa, Nord America e Australia, che sono state analizzate con una metodologia di benchmarking finalizzata a valutarne in modo oggettivo l’impatto e la trasferibilità in altri contesti. Sulla base dei buoni esempi sono state redatte le Linee guida per lo sviluppo di programmi a sostegno dell’eguaglianza di genere cui hanno contribuito esponenti del mondo scientifico ma anche della politica e del management, per favorire programmi e strategie con un approccio pragmatico e di attenzione al contesto, per rendere più rapidi ed efficaci i processi di trasformazione che benchè lentamente si stanno manifestando.

 

Il seminario conclusivo del progetto è stato un’importante occasione di confronto, in cui si è fatto il punto sullo stato non proprio esaltante delle cose. Su questo tema ritorna ancheIngenere il portale di informazione e approfondimento sulle questioni economiche e sociali lanciato all'inizio di dicembre, con un articolo di Marina Cacace, Marcella Corsi, Giovanna Declich dal titolo significativo: Donne e scienza, non basta un Nobel. Il 2009 è stato infatti un anno senza precedenti, con ben tre premi conferiti a donne in discipline scientifiche: l'australiana Elizabeth Blackburne e la statunitense Carol Greider per la medicina, e l'israeliana Ada Yonath per la chimica, oltre alla prima volta di una donna insignita per l'Economia, la statunitense Elinor Ostrom. Ma un Nobel non fa primavera, e neanche tre o quattro…

 

Nella relazione introduttiva al convegno finale di PRA.G.E.S. intitolato Il cammino delle donne nella scienza , il Capo Dipartimento per le Pari Opportunità, Isabella Rauti, ha affrontato “i nodi di fondo degli scarti esistenti in Italia ed in Europa tra la parità normativa e descrittiva e la parità sostanziale e sociale” soffermandosi sul cosiddetto glass ceiling (soffitto di vetro) la ben nota barriera invisibile ma impenetrabile che impedisce alle donne di raggiungere i vertici più alti nelle professioni.
E’ noto che la crescente presenza femminile nei percorsi universitari a carattere scientifico non si traduce in una maggiore presenza lavorativa nei relativi settori d'impiego. “Nonostante le ragazze si laureino più velocemente dei colleghi maschi, e rappresentino il 55% degli studenti universitari, le posizioni accademiche elevate occupate da donne sono solo il 19%. Ovvero, siamo lontani dalla cosiddetta soglia di garanzia paritaria del 30\33%” ha ricordato Rauti. All’interno delle istituzioni pubbliche di ricerca le donne rappresentano più della metà del personale scientifico, ma sono in numero esiguo tra i dirigenti e quasi assenti ai vertici decisionali. In Europa le donne occupano soltanto l’11% dei ruoli accademici più elevati (professori ordinari) nelle materie scientifiche. Rauti ha proposto la metafora dell'imbuto per rappresentare questo restringimento progressivo della presenza femminile man mano che si sale nella scala occupazionale, osservabile in tutti i comparti, già a partire dall'ingresso nel mondo del lavoro: alle donne viene infatti proposto più spesso che ai maschi un contratto a breve termine, che costituisce il primo gradino di un percorso di disparità retributiva e di carriera.
Accanto alla segregazione verticale ne esiste una orizzontale, ossia la concentrazione di donne in alcune discipline, o in alcuni settori o incarichi all'interno di una disciplina. Oltre a ciò le donne scontano evidenti differenze di retribuzione, maggiore difficoltà nell'accedere alle risorse, squilibri nella valutazione del merito scientifico e di conseguenza nella possibilità di pubblicare e di depositare brevetti, per non parlare della sopravvivenza dei vecchi stereotipi su donne e scienza.

 

La motivazione principale di questo divario di genere è generalmente indicata nella fatica di conciliare i tempi di vita con quelli professionali che nel mondo della scienza e della tecnologia sembrano essere privi di limiti e quasi totalizzanti. In realtà, come hanno osservato Cacace, Corsi e Declich, le attività di cura e le interruzioni di carriera per maternità hanno un ruolo soprattutto nel ridurre il tempo che le donne possono dedicare a quelle attività informali caratteristiche del fare rete e stringere relazioni, che costituiscono un elemento importante della ricerca scientifica. “E sono proprio i conflitti che insorgono tra vita familiare e lavorativa a esercitare spesso una pressione tale da spingere le donne ad adattarsi a un modello di carriera ridotta per occuparsi di figli e anziani, considerando anche la scarsità di servizi di cura cui possono ricorrere. I pochi modelli che sono poi offerti spesso rappresentano figure di scienziate totalmente dedite alla loro ricerca e che hanno abdicato a qualsiasi ruolo in ambito familiare”.


Accanto alle condizioni materiali, tuttavia, compaiono sempre anche gli stereotipi: la razionalità e l'oggettività della scienza contro l'immagine di femminilità orientata verso gli aspetti emotivi e la soggettività; la competitività tipica del mondo della ricerca, che richiederebbe un'aggressività ritenuta più propriamente maschile. Nei media le figure di scienziate sono rare, e non forniscono modelli attraenti per le giovani donne. Si giunge a un circolo vizioso, in cui l'esiguità delle donne nelle posizioni di vertice e di successo, unita all'immagine di femminilità menomata che quelle poche trasmettono, scoraggia le donne dall'intraprendere e proseguire questa carriera in modo convinto.
Il fatto che la scienza sia considerata una disciplina obiettiva e meritocratica, quindi teoricamente insensibile a pregiudizi e discriminazioni, rende ancora più subdoli e nascosti i meccanismi di segregazione, spesso ignorati persino dalle donne stesse. Difficile quindi pensare a un reale miglioramento senza ripensare l'organizzazione del lavoro di ricerca a partire dal riconoscimento della sua non neutralità rispetto al genere.
“La necessità di assicurare migliori opportunità alle donne nel mondo scientifico, non viene considerata tra i criteri di valutazione e di misura dell’efficienza del sistema ricerca – osserva ancora Rauti - Si può pensare di uscire dal campo degli stereotipi di genere e misurare la presenza femminile nel mondo scientifico, considerando le capacità professionali delle donne come una risorsa economica da non sprecare ma da sostenere e sollecitare”.

 

Donne e scienza, non basta un Nobel, di Marina Cacace, Marcella Corsi, Giovanna Declich, da Ingenere

Il cammino delle donne nella scienza.Intervento di Isabella Rauti, da Pianeta Donna

Il progetto PRA.G.E.S