22 gennaio 2010

L’occupazione femminile è strategica per uscire dalla crisi, e nuovi strumenti di conciliazione sono necessari per il lavoro delle donne. Un seminario della CISL mette a confronto programmi e idee, ma nel riproporsi del dilemma servizi-famiglia la conciliazione rimane un affare delle donne.
Il lavoro delle donne come risposta alla crisi: un tema che ricorre negli appuntamenti e nelle iniziative di questi giorni, anche se tradurlo in realtà non è semplice e non trova ricette unanimi.
Un convegno del Coordinamento donne CISL nei giorni scorsi ha chiamato molti interlocutori a misurarsi con i due grandi temi della cultura di genere più evoluta: la funzione strategica dell’occupazione femminile e la conciliazione.
“Il concetto di pari opportunità, stella polare di una lunga e intensa stagione di impegno e di battaglie delle donne - ha affermato nella relazione di apertura la segretaria confederale CISL, Liliana Ocmin - deve passare dal politicamente corretto al politicamente efficace, dalla difesa formale di prerogative di eguaglianza al riconoscimento sostanziale delle potenzialità delle donne, anche e soprattutto nei momenti di crisi”.
In Italia meno del 50% delle donne ha un lavoro e l’accesso delle donne nel mondo del lavoro è ancora ampiamente al di sotto del livello medio europeo. Nel 2008 il tasso di disoccupazione femminile italiana è salito all’8,5% secondo i dati Eurostat, il più alto dopo quello della Spagna, al 13%. Questi dati “si collocano all’interno di un quadro più ampio – ha sostenuto Ocmin - quello di una profonda crisi, prima finanziaria e poi economica, che ha modificato gli scenari, le abitudini, i modi di vita”, generando cambiamenti profondi che incidono sull’organizzazione del lavoro, sulle imprese e sul mercato del lavoro.
Nei processi di ristrutturazione e riorganizzazione delle aziende, le donne pagano il prezzo più alto perché “sono le ultime ad entrare nel mondo del lavoro e le prime ad uscirne nei momenti di crisi”.
La relazione della Commissione Europea del dicembre scorso sulla parità tra donne e uomini 2010 evidenzia che la crisi economica ha interrotto la tendenza positiva dell'occupazione femminile. Come ha ricordato Isabella Rauti, Capo Dipartimento per le Pari Opportunità: “Rimane ancora da valutare la ricaduta complessiva della crisi sulle donne e sulla debolezza strutturale dell'occupazione femminile e restano da considerare le sfide più a lungo termine sulla parità di genere nel mercato del lavoro, nell'ottica di un'effettiva inclusione e coesione sociali”. Alla trasformazione sociale si accompagnerà una rivoluzione culturale “con la rottura della dicotomia tra lavori femminili e maschili, superando l’idea che esistano professioni tipicamente femminili, in quanto la vocazione professionale delle donne deve estendersi in tutta la sua ampiezza”.
Le trasformazioni da mettere in atto riguardano la centralità del diritto al lavoro, all’autorealizzazione personale, all’integrazione di genere, tra nazionalità e generazioni, in un’ottica di sviluppo inclusiva. “Nel nostro Paese parlare di politiche d’inclusione, con un focus particolare sull’elemento femminile, significa - continua Rauti - comporre un sistema di priorità che tenga assieme donne, lavoro, famiglia, percorsi di carriera, meritocrazia e conciliazione… Bisogna risvegliare il capitale dormiente e reinserirlo nel mercato del lavoro. Le donne sono la chiave di volta per uscire dalla crisi. Il paese lo farà e ne uscirà”.
“La cultura delle donne è quella della conciliazione, con la capacità di costruire relazioni umane – le ha fatto eco la senatrice Livia Turco - e su questa bisogna investire. Le donne siano una capitale umano e sociale, una risorsa che va spesa per uscire dalla crisi, avendo il coraggio di scelte nuove per una società che sia sobria e rilanci la rete integrata dei servizi sociali”. Dopo la stagione della rivendicazione dei diritti “ora le donne sono talmente forti che devono esercitare la loro responsabilità per se stesse e per il governo del paese”.
In questa ottica si colloca il Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, Italia 2020, messo a punto dalla Ministra delle Pari Opportunità Carfagna e dal collega del Welfare Sacconi. Quest’ultimo ha ribadito che “le donne hanno un ruolo fondamentale nella società attiva, possono contribuire a ridare vitalità anche demografica alle potenze europee ormai vecchie e indebitate”.
Il piano contiene linee d’azione precise, come la diffusione dei nidi familiari remunerati attraverso i voucher, il potenziamento dei servizi di cura per i non autosufficienti, la creazione di albi di badanti e babysitter appositamente formate, il sostegno economico a chi lavora da casa tramite telelavoro, sgravi fiscali sul lavoro delle donne del Mezzogiorno. Altro aspetto della conciliazione, ha sostenuto il ministro Sacconi, è relativo alla flessibilità dell’orario e dunque al tema dell’adattabilità reciproca tra lavoratore e datore di lavoro. Occorre un accordo quadro sindacale per l'orario di lavoro e uno spazio maggiore per la contrattazione decentrata: un tema che ha trovato nella CISL forte disponibilità e interesse. “Si apre uno scenario importante, non solo salariale: si tratta di modulare orari e flessibilità, arrivare a riforme di sussidiarietà, trovare soluzioni importanti attraverso le lavoratrici che sono nel sindacato” ha risposto il segretario generale Bonanni.
Ma sui contenuti delle politiche di conciliazione, il dibattito è aperto.
Proprio Liliana Ocmin ha ricordato che, a fronte del precipitare della crisi, “la famiglia ha ritrovato di colpo la sua funzione di spazio affettivo e di welfare compensativo, ma riflettere sulla nuova centralità della famiglia non deve significare soffermarsi solo sui vantaggi dell’azione di supplenza e di protezione della stessa di fronte ad alcune carenze dello Stato”. Spesso in Italia, infatti, la famiglia fa da contraltare ad un sistema di servizi e di strumenti di conciliazione che funziona a macchia di leopardo.
Osserva Daniela Del Boca sul sito Ingenere: “Se guardiamo ai dati dal 1995 ad oggi notiamo che sia il tasso di fecondità totale che la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sono cresciute di più nelle regioni dove c’è stata anche una crescita dei nidi per l’infanzia. Questi risultati suggeriscono che nascite e lavoro possono crescere assieme, in presenza di adeguati strumenti di conciliazione”.
I dati indicano che in alcune regioni come Emilia Romagna, Toscana, Umbria, la percentuale di bambini che usufruisce dei servizi è superiore al 25%, mentre nella maggior delle regioni del Sud meno del 6% dei bambini riesce ad usufruirne. Secondo le stime della Banca d’Italia (Zollino, 2008) circa il 40 per cento delle famiglie vorrebbe utilizzare i nidi, ma per molte di loro i servizi non ci sono.
Per Del Boca il piano del governo, pur andando nella giusta direzione di rendere più eterogenea e flessibile l’offerta di servizi all’infanzia e alla persona, propone misure abbastanza modeste, che difficilmente avranno un impatto significativo su partecipazione al mercato del lavoro e fecondità. Nel piano Italia 2020 si auspica anche il rinnovo di un’alleanza intergenerazionale che nel nostro paese significa la continuazione del supporto della famiglia, in questo caso dei nonni alla cura dei figli. “Ma nel prossimo futuro i nonni in grado di curare i nipoti a tempo pieno potrebbero diminuire, sia perché cambierà la disponibilità delle nuove generazioni dei nonni per la maggiore propensione al lavoro delle donne di cinquant’anni e oltre, sia perché le riforme previdenziali tendono ad innalzare l’età della pensione per entrambi i sessi, sia per la maggiore mobilità lavorativa che tenderà a ridurre la prossimità geografica tra generazioni”.
E allora? “Occorrono – sostiene Livia Turco - politiche e proposte che tengano insieme famiglia e comunità, individui e istituzioni, persone e soggetti collettivi con un’idea propulsiva di società e di comunità”.
Ovvero, come ribadisce Ocmin: “Occorre defemminilizzare il lavoro di cura attraverso un potenziamento dei servizi all’infanzia e arrivare ad una corresponsabilità dei compiti all’interno della famiglia. Come? utilizzando il risparmio graduale derivato dall’aumento dell’età pensionabile verso la famiglia con particolare attenzione alle donne sole con figli”.
In conclusione, come commenta un articolo di Ingenere, perché conciliazione non divenga una parola vuota occorre che non venga vista come un affare di donne: il problema non si risolve se non si inizia seriamente a porsi l’obiettivo di portare gli uomini ‘dentro’ l’attività di cura, pagata o non pagata.