Sempre più donne medico: tra quindici anni saranno la maggioranza. Ma non tra i chirurghi né tra i dirigenti sanitari. Ostacoli e segregazioni persisteranno se non si cambia l’organizzazione del lavoro e dei servizi di cura.
ll futuro della medicina è donna. Con questo titolo ottimistico, la Repubblica ha ripreso uno articolo del British Medical Journal che si riferisce alla situazione britannica, ma è del tutto applicabile a quella italiana con uno slittamento temporale di un lustro: il sorpasso almeno numerico delle donne in camice bianco è ormai questione di tempo.
Secondo le previsioni, tra quindici anni il Servizio sanitario nazionale italiano avrà una maggioranza femminile. Già oggi, del resto, le donne sono più del 50% tra i medici al di sotto dei 45 anni e sono i due terzi degli under 35. Ma il ricambio vero deve ancora avvenire. Entro il 2024 almeno 183 mila professionisti andranno in pensione e, anche se il turn over sarà al massimo di due terzi per i problemi finanziari della sanità pubblica, entreranno in servizio almeno centomila nuove leve: "Stando al trend delle iscrizioni alle Facoltà di Medicina - dice Amedeo Bianco, il presidente della Fnomceo, la Federazione degli Ordini dei medici - la gran parte dei nuovi assunti saranno donne".
Il sorpasso è scritto nei numeri delle lauree: nel 2007, le laureate in medicina sono state il 65,2 per cento; la media nazionale delle matricole nel 2007-2008 vede un 63 per cento di ragazze; addirittura in certe facoltà - ad esempio a quella della Statale di Milano - le studentesse raggiungono il 73 per cento. E secondo i dati del Ministero dell'Università, non c'è praticamente sede dove le ragazze non siano maggioranza, anche al Sud. Senza contare che le donne in media si laureano prima e con punteggi più alti. Le cose cambiano rispetto alla scelta della specialità, dove riaffiorano differenze storiche tra le diverse carriere: le donne sono la maggioranza a pediatria, neuropsichiatria infantile, genetica e altre attività di laboratorio, ma sono ancora pochissime a urologia e nelle chirurgie, neanche il 5% degli aspiranti cardiochirurghi e neurochirurghi.
Ornella Cappelli, presidente dell'Associazione nazionale donne medico, dà una spiegazione non proprio positiva del fenomeno complessivo: "Credo che le donne siano oggi le più numerose perché la medicina non paga più. Fare il dottore non è più una professione di prestigio e allora gli uomini si danno ad altro". Secondo la dottoressa Cappelli, la femminilizzazione spinta della professione nasconde alcune insidie: "Se i medici donne saranno il 70 per cento, c’è il rischio che manchino i chirurghi. Da noi, a Parma, c'è stata solo quest'anno la prima iscritta alla specialità di cardiochirurgia". Può essere allora che il futuro sia quello di dover importare chirurghi dall'estero, come da tempo accade in altri paesi europei.
Abbattere gli ostacoli culturali è quindi imprescindibile. “Oggi le donne decidono di non specializzarsi in urologia - sostiene Bianco - perchè percepiscono che si tratta di una strada in salita. Sanno, infatti, che spesso i pazienti maschi scelgono l'urologo maschio perchè si vergognano, provano imbarazzo”. Per questo occorre lavorare sui modelli culturali, sull'educazione.
Ma accanto alla segregazione orizzontale c’è quella verticale. Le poche donne che riescono ad arrivare ai vertici e assumono un ruolo direttivo, almeno agli inizi devono ancora fare i conti con enormi difficoltà e con la diffidenza dei sottoposti dell'altro sesso. E’ di qualche tempo fa la testimonianza in questo senso di Maria Grazia Modena, direttrice della Divisione di Cardiologia del Policlinico di Modena ed ex presidente della Società italiana di cardiologia (Sic), una delle rare specialiste femmine ad avere ottenuto la guida di una società scientifica nazionale. "In tutta la storia italiana – ricorda - le presidentesse donna non arrivano a 10. E per la Sic finora sono stata io l'unica".
Anche qui i dati parlano da soli: su 98 aziende ospedaliere italiane solo tre direttori generali e undici direttori sanitari sono donne. Nelle 191 Asl ci sono sette direttori generali, ventotto direttori sanitari e diciassette direttori amministrativi di sesso femminile.
Modena osserva che "fare il medico per una donna è una scelta di vita. Chi decide di intraprendere questa professione, e di svolgerla all'interno di un ospedale, spesso rimanda convivenza, matrimonio e maternità". E Maurizio Benato, vicepresidente della Fnomceo, ha osservato che un terzo delle donne medico sono single o separate, percentuale quasi tripla rispetto ai maschi. I problemi di conciliazione tra i ruoli familiari e quello professionale sono evidenti: "Il fatto è – dice Benato - che la professione medica non lascia spazio alla vita privata, è totalizzante, non certo a misura di donna". E in effetti le specialità a maggioranza femminile, secondo il parere di Ornella Cappelli, sono quelle che lasciano più spazio alla gestione della vita familiare. Anche la scarsa propensione delle donne alla chirurgia in genere sembra dovuta più alla dimensione totalizzante di questa attività, che non alle tradizionali motivazioni fisiologiche, dato che le tecniche di intervento oggi prevalenti come la laparoscopia “si adattano perfettamente a una mano femminile”.
Ma è un problema insito nella natura della professione medica oppure un problema di organizzazione del lavoro? Il presidente Bianco propende per questa seconda ipotesi. “Il fenomeno della femminilizzazione della medicina non deve rimanere soffocato, strozzato da una situazione sociale e organizzativa ostile. Dobbiamo lavorare per dare realmente spazio alle donne, modificando i modelli di riferimento”. Bianco conclude con una certezza: “I tempi e l'organizzazione del lavoro dovranno cambiare quando ci sarà una prevalenza di donne in medicina”.