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Il calo degli aborti e la “minaccia” della RU 486

31 agosto 2009

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La relazione annuale del Ministero della Salute conferma: gli aborti continuano a diminuire. Ma l’adozione del metodo farmacologico, meno nocivo per le donne, scatena nuove polemiche. Tra indagini parlamentari, minacce di ricovero coatto e obiezione di coscienza in aumento, la difesa della 194 rimane una frontiera di civiltà.



Alla fine di luglio, dopo un percorso di valutazione durato due anni, l’Agenzia Italiana del Farmaco ha emesso il provvedimento più volte annunciato e finora sempre rinviato: il mifepristone (Mifegyne) noto anche come RU 486 dalla sigla della casa produttrice, potrà essere venduto anche in Italia, come succede ormai in quasi tutti i paesi europei da un decennio e in Francia da più di venti. Tra breve, le donne che intendono interrompere la gravidanza potranno quindi utilizzare un metodo farmacologico sicuramente meno invasivo e rischioso dell’intervento chirurgico, assumendo un ormone steroideo che provoca l’aborto di solito nel giro di due-tre giorni, con un tasso di efficacia superiore al 90%. La pillola RU 486, da non confondersi con la pillola giorno dopo (che è invece un metodo contraccettivo, quindi impedisce lo sviluppo della gravidanza), non sarà però disponibile in farmacia, ma solo in ambito ospedaliero, con le procedure previste dalla legge 194 e non oltre la settima settimana di gestazione.
La delibera di autorizzazione, approvata dal Consiglio di Amministrazione dell’ente con 4 voti a favore ed 1 contrario, rinvia a una successiva direttiva tecnica della stessa Agenzia le modalità operative di somministrazione, prefigurando “il ricovero in una struttura sanitaria, così come previsto dall’art. 8 della Legge n.194, dal momento dell’assunzione del farmaco sino alla certezza dell’avvenuta interruzione della gravidanza”. Il Ministro della Salute Maurizio Sacconi ha immediatamente scritto al Direttore dell’Agenzia, richiamando la necessità di un’interpretazione rigorosa di questo criterio.
L’intervento non certo rituale del ministro è in linea con le reazioni sopra le righe che questa autorizzazione, peraltro tecnicamente scontata alla luce della direttiva europea per il mutuo riconoscimento dei farmaci, ha immediatamente suscitato: proclami di scomunica da parte ecclesiastica, richiesta di un’indagine parlamentare, invocazione all’obiezione di coscienza dei medici, precisazione dell’AIFA che “la delibera non introduce, ma regolamenta e limita l’uso del farmaco”. Del resto molti ricordano come la prima sperimentazione del farmaco, avviata in Piemonte presso l’Ospedale S. Anna nel 2005 dal ginecologo Silvio Viale, venne bruscamente troncata da un intervento ministeriale e da una successiva inchiesta della magistratura. L’impressione è che questo scenario si possa ripetere in forma diversa, magari imponendo una sorta di ricovero coatto in ospedale, oltretutto costoso per la sanità pubblica, motivato non da ragioni cliniche ma da interpretazioni regolamentari o peggio da ipocrite sollecitudini (“la donna non può essere lasciata sola”) che in realtà nascondono un intento punitivo verso la donna.
Al di là dello scontro ideologico e politico che in Italia non si è mai placato su questo tema, l’esperienza degli altri paesi sembra però ridimensionare il timore dell’aborto facile, dato che in Francia e negli Stati Uniti la diffusione ormai ventennale della pillola, che è oggi il metodo più diffuso, non ha inciso sul numero delle interruzioni di gravidanza, che tendono a diminuire con regolarità. Come ha detto Francesca Merzagora, presidente di ONDa-Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna “Questa pillola non inciderà sulle scelte delle donne. A cambiare saranno solo le modalità, non il numero di aborti, perché l’aborto è sempre doloroso, per chiunque”.
E proprio la diminuzione costante degli aborti è stata in questi stessi giorni confermata dalla relazione annuale sull’attuazione della legge 194/1978 illustrata al Parlamento dalla sottosegrataria al Welfare, Eugenia Roccella. I dati, provvisori per il 2008 e definitivi per il 2007, non sono dissimili da quelli resi noti l’anno scorso dall’allora ministra Livia Turco.
Nel 2008 sono state effettuate 121.406 IVG, di cui circa 85mila su donne italiane, con un calo del 4,1% rispetto al 2007. Quanto al tasso di abortività, cioè il numero degli aborti per 1.000 donne in età feconda tra 15 e 49 anni, che rappresenta l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza, nel 2008 è risultato pari a 8,7 per 1.000, il 4,6% in meno del 2007 (9,1 per 1.000), praticamente dimezzato rispetto al picco storico del lontano 1982 (17,2 per 1.000). Il calo riguarda anche le minorenni, mentre si segnala un incremento tra le immigrate, specie tra quelle provenienti dall'Europa dell'est.
Gli aborti in Italia continuano a diminuire, segno che la 194 funziona e quindi non c’è bisogno di modifiche legislative, anche se si deve sviluppare la parte dedicata alla prevenzione – ha commentato la sottosegretaria – I tempi di attesa si sono ridotti ed il 58% delle donne che abortisce lo fa entro 14 giorni dal rilascio del certificato; questo vuol dire che il servizio nelle strutture pubbliche viene garantito”.
Su quest’ultimo punto, l’interpretazione dell’on. Roccella suona un po’ troppo ottimistica. Si può infatti considerare il dato opposto: circa il 17% degli interventi viene effettuato ben oltre tre settimane dopo la richiesta.
E rispetto al funzionamento del servizio sanitario, non può non preoccupare l’aumento degli obiettori di coscienza: per quanto riguarda i ginecologi, si è passati dal 58,7% del 2005 al 69,2% del 2006 fino a 70,5% del 2007; percentuali superiori all’80% si osservano nel Lazio, in Sicilia e nel complesso dell’Italia Meridionale, e vengono sfiorate anche in Veneto; tra gli anestesisti, la media nazionale è del 52,3% e tra il personale non medico del 41%.
La relazione non porta dati nuovi sugli aborti clandestini, e conferma la stima relativa al 2005 di circa 15mila aborti fuori dal controllo del sistema sanitario nazionale, limitatamente alle donne italiane: un dato sicuramente molto inferiore a quello dei primi tempi di applicazione della legge 194, ma non per questo trascurabile. Anche perché in assenza di stime attendibili, è fondato il timore che presso le donne straniere l’incidenza degli aborti illegali sia molto più elevata. Così come non è irrilevante il fenomeno della migrazione all’estero: nell’aprile di quest’anno è stato reso noto che su 682 aborti effettuati nel Canton Ticino, 221 sono stati richiesti da donne italiane e 180 di questi mediante intervento farmacologico.
La quasi totalità degli interventi avviene in day hospital con degenze inferiori ad 1 giorno (91.2% dei casi) e la tecnica largamente prevalente è l’aspirazione: in particolare il metodo Karman, considerato il migliore per la salute della donna, è attestato intorno al 63%.Tuttavia alcune regioni del Sud e delle isole utilizzano tuttora il raschiamento in misura eccessiva (addirittura oltre il 50% dei casi in Calabria e Sardegna, contro una media nazionale scesa al minimo storico dell’11%). Inoltre, si segnala il ricorso prevalente all’anestesia generale, ritenuto “non giustificato dalle metodiche adottate per espletare l’intervento e dall’epoca gestazionale” e “in contrasto con le indicazioni formulate a livello internazionale”, quindi un segnale di come la medicina abbia un’attenzione ancora scarsa ad aspetti importanti della salute femminile.
Il
metodo farmacologico, utilizzato nel 2007 in cinque regioni mediante acquisto all’estero della pillola, resta limitato a un migliaio di casi (meno dell’1% del totale), di cui la metà in Emilia Romagna dove, in applicazione delle direttive regionali, viene attuato in regime di day hospital, e solo nel 6,6% dei casi ha richiesto un successivo intervento clinico (anch’esso effettuato senza ricovero). Una prassi ben diversa da quella che sembra prefigurare la decisione dell’Agenzia Nazionale e il successivo intervento del ministro.
La speranza rimane quella che, consumate le polemiche strumentali, torni a prevalere quell’equilibrio tra le diverse ragioni che portò all’approvazione della legge 194 e alla sua conferma nel 1981 con referendum popolare, e che ha cartterizzato l’esperienza di regioni come il Piemonte, impegnata a prevenire e a ridurre l’aborto ma anche a tutelare la salute e l’autodeterminazione delle donne. In Piemonte, il tasso di abortività è leggermente superiore alla media nazionale (10,8 nel 2007) ma in diminuzione più rapida (circa il 5% in meno sul 2006), anche se non tra le straniere (quasi il 40% delle donne che abortiscono). Il Piemonte si distingue per la presenza di consultori pubblici (1 ogni 20.000 abitanti, contro una media nazionale dello 0,7) e per la minore diffusione dell’obiezione di coscienza nel personale sanitario, comunque elevata in cifre assolute soprattutto per quanto riguarda i ginecologi (61,6%).
Proprio dalla Presidente della Regione Piemonte, Mercedes Bresso, è venuto uno dei commenti più sereni ma anche determinati a non abbassare la guardia per la salute delle donne. “Dal punto di vista etico non vedo differenza fra aborto chirurgico e medico. Noi facciamo tutto il possibile per ridurre il numero degli aborti, per aiutare le donne e informarle sulle possibilità che hanno in caso di una gravidanza difficile. Per chi decide di non portare a termine la gravidanza facciamo tutto il possibile per essere d’aiuto e credo che la Ru486 darà un’opportunità in più affinché la donna sia nelle migliori condizioni sanitarie e psicologiche. Se non ci saranno disposizioni nazionali, non mi sentirei di darne io, se non di rispettare la legge. Il modo migliore sarà seguire la volontà della donna supportata dal medico, secondo la legge 194”.
 
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