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Fecondazione assistita, cos’è cambiato?

21 dicembre 2009

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A Torino, all’ospedale OIRM-Sant’Anna, operano in un unico Centro due poli d’eccellenza nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA): le strutture semplici dipartimentali Ginecologia Endocrinologica e Medicina della subfertilità-sterilità e Fisiopatologia della Riproduzione e PMA. La modifica della legge 40 ha già mostrato effetti pratici: quali prospettive apre?

 

A cura di Michela Damasco

Il primo aprile 2009, con sentenza pubblicata il 9 maggio, la Corte Costituzionale ha modificato la legge 40 del 2004 in materia di procreazione medicalmente assistita, giudicando illegittimi il limite di ottenere al massimo tre embrioni e l’obbligo di impiantarli contemporaneamente. Precedentemente la crioconservazione o congelamento di embrioni era consentita nel caso in cui “il trasferimento nell’utero non risulti possibile per grave e documentata causa di forza maggiore relativa allo stato di salute della donna”.
La sentenza ha fissato, da una parte, l’autonomia e la responsabilità del medico nello stabilire di volta in volta il numero necessario di embrioni da impiantare, e dall’altra la possibilità di congelamento degli embrioni prodotti, ma non impiantati per scelta medica.

Un cambiamento sulla carta. E in pratica? Dopo la legge del 2004 e la normativa che ne discende, l’informazione è garantita dal Registro nazionale Procreazione Medicalmente Assistita , che controlla tutti i centri che operano in Italia. Il Piemonte ne conta 27, di cui 10 di secondo e terzo livello. Tra questi ultimi ci sono a Torino la Ginecologia Endocrinologica dell’Ospedale Sant’Anna e il Centro Medicina della Riproduzione dell’Università (Dipartimento Discipline ginecologiche e ostetriche) che lavorano a stretto contatto.
Le modifiche introdotte dalla Consulta hanno avuto ovviamente ricadute, come del resto le aveva avute la legge. “I cambiamenti hanno contribuito a ridurre le gravidanze trigemellari dal 4 a meno dell’1% dal mese di aprile – spiega il professor Alberto Revelli, responsabile del centro universitario – “e sono migliorati risultati e prospettive, a fronte di una riduzione dei rischi”. La possibilità di scegliere, volta per volta, in base alla situazione clinica con cui il medico a che fare, quanti embrioni da impiantare e di congelare quelli prodotti, ma non utilizzati, aumenta la flessibilità e le probabilità di successo, rispettando la salute della donna che si sottopone a diverse stimolazioni.

Attualmente, però, anche in una realtà d’eccellenza come quella torinese, non è ancora possibile stabilire se il numero di coppie siano aumentate. “Prima che questi messaggi arrivino all’utenza – prosegue Revelli – ci vuole tempo, e non ne è ancora passato abbastanza. Il paziente ha bisogno di numeri per capire. Per il momento non abbiamo ancora assistito a un significativo aumento di richieste. Anche nel 2004, del resto, con l’approvazione della legge 40, un decremento visibile e sufficiente di coppie si è riscontrato dopo un anno e mezzo”.
I tempi per i numeri, quindi, non sono ancora maturi e proprio per questo è importante che le coppie vengano a conoscenza di cosa è cambiato. “Con una giusta informazione, adesso è possibile che qualcuno resti in Italia, perché la legge, così com’era, penalizzava le coppie soggette a una prognosi negativa, e il trasferimento di tutti gli embrioni poteva causare gravidanze ad alto rischio”. Finora milioni di persone si sono recate all’estero per la fecondazione, facendosi poi curare eventuali complicazioni in Italia: “E per la maggior parte si tratta di coppie che si sentivano penalizzate dalla legge proprio in quegli aspetti che sono stati modificati, perché è vero che resta vietata la fecondazione eterologa (quando il seme o l’ovulo appartengono a una persona esterna alla coppia), ma è altrettanto vero che gli Italiani che si recano all’estero per questo tipo di intervento sono pari al 2%”.

Se la modifica della legge presenta aspetti positivi, resta il fatto che ci troviamo di fronte a un tema molto delicato e controverso. Basti pensare che nell’ultimo anno, proprio al Sant’Anna, almeno quattro future mamme sottoposte a fecondazione assistita hanno subito un’embrioriduzione, cioè, nel caso di gravidanze trigemellari, la soppressione di un feto non per rischi clinici, bensì sulla base di una consulenza psichiatrica per cui questo tipo di parto rappresenta un grave pericolo per la salute della madre.
Una questione che apre interrogativi sia sul diritto a fare una scelta simile, sia sulla preparazione delle coppie ad affrontare la gravidanza dopo la fecondazione in vitro.
La dottoressa Clementina Peris, responsabile del centro ospedaliero, che da molti anni si occupa di sterilità e segue coppie con difficoltà a concepire un figlio, ha una posizione prudente: “È molto importante la fase di counselling iniziale delle coppie che rivolgono a noi. Con le modifiche della legge 40 c’è un maggiore flessibilità da parte del medico, ma la fertilizzazione in vitro nel nostro centro aveva ottime probabilità di gravidanza anche prima con l’applicazione integrale della legge. La mia percezione è che la situazione non si sia ribaltata, dal punto di vista dell’ottimizzazione del trattamento per le donne, che vengono comunque sottoposte a stimolazioni pesanti e non è detto che ciò porti a risultati migliori rispetto a stimolazioni leggere. Sono le stimolazioni leggere a fare la differenza”.

Le iperstimolazioni ovariche sono un trattamento pesante, che potrebbe incidere sulla salute della donna e del feto. A prescindere dalla normativa, non bisogna dimenticare che una possibile alternativa esiste e al Sant’Anna funziona bene: la crioconservazione degli ovociti, vale a dire delle cellule uovo femminile che vengono poi fecondate. “È una tecnica molto più umana che dà oggi buoni risultati ed evita i problemi: quell’ovulo è della signora che l’ha prodotto, e basta. Da solo non può far niente, a differenza degli embrioni che creano problemi di carattere legale e morale: ad esempio, se il padre muore non è possibile effettuare il trasferimento nell’utero della madre”. Dall’ultimo Congresso nazionale di ginecologia svoltosi a Torino, è emerso che sono in aumento le donne che decidono di far congelare i propri ovociti per assicurarsi una maternità in futuro. Anche dal punto di vista scientifico, è un progresso di cui in Italia si dovrebbe essere orgogliosi.

“Per quanto riguarda poi le stimolazioni ‘soffici’ – spiega la Peris – si tratta di una tecnica meno facile da applicare, ma molto attenta alla salute della paziente, frutto di un lavoro di ricerca e di studio che dura da anni i cui risultati sono evidenti: stimolando di meno la donna, la probabilità di successo aumenta e inoltre, sfruttando la migliore qualità degli oociti, nel 2007-2008 nel centro di PMA del S.Anna , eventualmente fecondando anche solo due oociti, non ci sono stati casi di gravidanze trigemellari”.
Ritorna l’importanza dell’informazione e della capacità di consigliare la soluzione migliore in base al caso: “In una donna giovane non si dovrebbe impiantare tre embrioni, quando ha una buona produzione di oociti ed è soggetta a una buona prognosi. Diverso il discorso di donne più avanti negli anni. E se la legge 40 obbligava all’impianto di tutti gli embrioni prodotti, tre era il numero massimo di ovociti da esporre alla fecondazione. Questo limite poteva anche esitare nel privilegiare le stimolazioni soffici, con i vantaggi su descritti. Comunque anche in questo campo, come in ogni altro, ogni operatore si comporta in base alla sua esperienza, all’interno delle legge che è diversa per ogni Paese”.

Quello della procreazione medicalmente assistita resta un territorio difficile da percorrere. Perché ogni caso è a sé ed è necessario che le coppie siano informate e consigliate al meglio, soprattutto nella prima fase. Indubbiamente, la sentenza della Consulta amplia le possibilità di scelta, permettendo il congelamento degli embrioni, ma considerarla l’unica tecnica praticabile sarebbe quantomeno riduttivo.
È ancora presto per valutarne gli effetti in termini di numero di coppie che decide di rivolgersi a centri italiani anziché all’estero, ma anche dal punto di vista dell’applicazione normativa Torino resta un polo d’eccellenza nel campo. Mentre nei mesi scorsi non sono mancate cronache di ospedali le cui pazienti denunciavano il mancato rispetto della legge così modificata.

Il testo della sentenza della Corte Costituzionale
La fecondazione assistita secondo la Consulta, articolo pubblicato su Kila il 19 maggio 2009
Uno dei tre non deve nascere, articolo pubblicato su La Stampa il 23 ottobre 2009