17 marzo 2010

Una sentenza della Cassazione fa giustizia degli stereotipi sessisti, mascherati dal diritto di critica o di cronaca. E’ lesivo della dignità della persona affermare che per un certo ruolo “servirebbe un uomo” senza portare argomenti oggettivi.
“Sarebbe meglio una gestione al maschile” è una frase diffamatoria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con una sentenza di condanna relativa a un'intervista pubblicata su un quotidiano locale di Caserta nel giugno 2002, intitolata Carcere: per dirigerlo serve un uomo. Già di per sé il titolo è stato ritenuto offensivo dai giudici, così come un passaggio dell'intervista fatta da un giornalista a un sindacalista della Cisl. Questi, parlando della situazione del carcere di Arienzo, criticava il fatto che la struttura fosse diretta da una donna, senza ancorare tale affermazione ad alcun elemento oggettivo. Il giornalista e il sindacalista hanno invocato rispettivamente i diritti di cronaca e di critica sindacale, chiedendo di essere assolti e di annullare il verdetto già emesso dalla Corte d'Appello di Salerno a febbraio 2009. Ma i giudici della Suprema Corte hanno deciso diversamente.
“Correttamente - scrive la Cassazione nella sentenza 10164 - i giudici di merito hanno ritenuto che la frase attribuita al sindacalista, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell'intervistato che dell'intervistatore”. La Cassazione aggiunge che “si tratta di una dichiarazione certamente lesiva della reputazione della direttrice del carcere trattandosi di un riferimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti, e che costituisce una mera valutazione, ripresa a caratteri cubitali nel titolo, nel quale si puntualizza proprio la necessità (sottolineata dal verbo servire) di affidare la direzione del carcere, comunque, a un uomo”.
“In sostanza, la critica che viene mossa alla direttrice - continua la Cassazione - è sganciata da ogni dato gestionale ed è riferita al solo fatto di essere una donna, gratuito apprezzamento contrario alla dignità della persona perché ancorato al profilo, ritenuto decisivo, che deriva dal dato biologico dell'appartenenza all'uno o all'altro sesso”. Al giornalista i giudici hanno in particolare addebitato la mancata verifica delle frasi riportate nell'intervista, anche se fra virgolette. Nell'articolo veniva fatto un generico riferimento a una protesta, ad agosto 2000, dei detenuti del carcere di Arienzo per le cattive condizioni di detenzione, ricollegando questo stato di cose alla presenza della direttrice nell'istituto penitenziario.
Cronista e sindacalista sono stati, dunque, condannati per diffamazione a un’ammenda e al risarcimento dei danni per 7.000 euro.
La sentenza è stata accolta con grande favore in entrambi gli schieramenti politici. “Sono assolutamente d'accordo con questo pronunciamento, che, anzi, considero un importante passo avanti sulla strada della tolleranza zero nei confronti delle discriminazioni” commenta il ministro per le Pari opportunità Mara Carfagna. E Vittoria Franco, senatrice del Pd: “Ancora una volta la Corte di Cassazione fa giustizia di affermazioni fondate su stereotipi discriminatori e paternalistici ai danni delle donne, agevolando in questo modo il necessario cambiamento di mentalità nel nostro Paese”. Per la scrittrice Dacia Maraini “un simile razzismo verbale si sente in continuazione: giusto scoraggiarne l’uso anche con questa sentenza”. Un po’ fuori dal coro l’Unione Donne in Italia, per cui “è mortificante che si accorgano del problema dopo 40 anni di lotte per la parità delle donne”.
L’interessata, Carmen Campi, ex direttrice del carcere di Arienzo, accoglie con soddisfazione la sentenza che le ha dato definitivamente ragione: “È stata una battaglia per tutelare la mia dignità di donna e le capacità professionali delle persone e per non far passare il concetto della mera discriminazione sessuale. Non esistono persone buone o cattive in base al sesso. Le persone o sono capaci o sono incapaci”. E aggiunge, con ironia: “E poi, a dirla tutta, noi donne abbiamo una marcia in più”.
Un commento alla sentenza dal sito giuridico Studio Cataldi