Il lavoro atipico è cresciuto costantemente in Europa negli ultimi 15 anni e interessa soprattutto le donne che, di più rispetto agli uomini, hanno accesso al mercato del lavoro attraverso formule precarie. Le stesse che diventano una trappola in cui rimanere costrette, nel susseguirsi di lavori precari e che costituisce un alto rischio di definitiva esclusione dal mercato del lavoro.
Una prevalenza che si è determinata ad onta della legislazione antidiscriminatoria e del rilevante impegno delle Istituzioni europee nelle politiche di pari opportunità in ambito occupazionale. Come si presenta l’attuale situazione nei vari paesi UE? Quali le politiche comunitarie possono delineare una controtendenza?
Il tema è stato trattato martedì 4 ottobre 2011 nell’incontro proposto dall’UDI di Torino “Precarietà del lavoro delle donne e politiche dell’Unione Europea” titolo anche di uno studio specifico della prof.ssa Mariagrazia Rossilli esperta di diritto e politiche comunitarie concernenti l’uguaglianza di genere e docente all’Università Roma Tre.
Con lei si sono confrontate la prof.ssa Adriana Luciano, Dipartimento di Scienze Sociali, Amelia Andreasi, Presidente rete C.O.R.A., Laura SEIDITA, Segretaria CGIL Piemonte a partire dal quadro delle conseguenze della precarietà per le donne: concorre al “gender gap” nella retribuzione, nelle disuguaglianze rispetto ai diritti di sicurezza sociale, nella carriera e nella pensione, ostacola le scelte di maternità, mette a rischio l’indipendenza economica e la stessa occupazione femminile.
L’analisi offerta dalla prof.ssa Rossilli ha come riferimento la lunga storia di interventi legislativi e politici dell’Unione Europea a favore dell’uguaglianza tra uomini e donne e di integrazione della prospettiva di genere in tutti i settori politici di sua competenza. Interventi tesi a valorizzare a pieno le risorse umane delle donne anche per affrontare le difficoltà economiche e sociali dell’Europa - dalla perdita di competitività nell’economia globalizzata, ai problemi demografici, alle tensioni nella sostenibilità dei sistemi di protezione sociale e di welfare.
Mette in luce i passaggi di questo percorso e i rapporti tra le componenti: il Parlamento e la Commissione europea, nonché l’impatto che le loro decisioni hanno voluto e saputo avere sugli stati membri.
Un’evoluzione che dalla centralità assunta dalle Pari Opportunità e dal mainstraming di genere nell’agenda di Lisbona 2000 e nella programmazione dei Fondi Strutturali 2000-2006, ha visto minor convinzione nella successiva Strategia Europea per l’occupazione (SEO) per misure mirate e specifiche. Lo slittamento delle politichea favore del principio del gender mainstreaming nella SEO è spesso più affermato che non tradotto in politiche.
Il peggioramento delle condizioni di lavoro, dovuto alla crisi globale, evidenzia oggi la carenze di alcune scelte, soprattutto nell’attuazione che queste hanno avuto. «L’impressione - sottolinea la professoressa Rossilli - è che le politiche abbiano mirato più alla quantità dell’occupazione femminile che la qualità. Così come il concetto di “riconciliazione di lavoro e famiglia” ha gradualmente cambiato significato, da obiettivo inizialmente volto a incoraggiare condivisione delle responsabilità familiari e parità nel mercato del lavoro fino a diventare un obiettivo market-oriented di incoraggiamento di forme flessibili di impiego entro cui anche l’obiettivo di gender equality veniva ad essere minato, essendo piegato ad adeguarsi alle priorità economiche dell’UE.
Una conciliazione affidata soprattutto alla diffusione di contratti di lavoro atipici tra le donne ha dunque significato anche una conciliazione prioritariamente declinata al femminile e la riproduzione dell’ineguale divisione di genere di lavoro nel mercato e nel privato domestico».
Nodo cruciale per il declino di queste politiche, anche rispetto alle politiche di pari opportunità tra lavoratrici e lavoratori, la scelta di abbandonare la legislazione vincolante per gli stati membri, fondando invece su linee guida e soft law le indicazioni verso le politiche nazionali.
«La conseguenza – spiega la prof.ssa Rossilli - è che gli attori nazionali si sono appropriati in modo selettivo dei principi della flessicurezza e del gender mainstreaming, separando e squilibrando il peso relativo delle misure di flessibilizzazione e delle politiche di sicurezza sociale, facendo dilagare il lavoro precario, non dando il dovuto peso alle politiche di pari opportunità delle donne o strumentalizzandole per altri obiettivi politici».
Senza nulla togliere all’importanza di indirizzo delle poltiche UE a favore della parità, soprattutto laddove siano state prese quali punti di riferimento per attuare un cambiamento, emerge il bisogno di ripensare seriamente a queste politiche senza dimenticare che anche la scarsa presenza delle donne nei luoghi decisionali, soprattutto a livello nazionale, ha contribuito a indebolire la convinzione rispetto alle politiche.
L’analisi della prof.ssa Rossilli offre a tal proposito molti altri spunti di approfondimento e di riflessione e suggerisce anche qualche possibile soluzione.
“Precarietà del lavoro delle donne e politiche dell’Unione Europea” della prof.ssa Mariagrazia Rossilli (PDF)