Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Consigliera di Paritā Regionale

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Donne pronte per dirigere le imprese

26 ottobre 2009

Una proposta di legge per le quote rosa del 30% nei consigli di amministrazione delle imprese. Un’analoga riforma del codice di autodisciplina delle società. Un progetto per diffondere le candidature delle donne idonee a incarichi direttivi. Anche in Italia si comincia a capire che l’esclusione delle donne è un handicap per lo sviluppo economico.

 

 

 

Parità di accesso agli organi di amministrazione delle società quotate in mercati regolamentati. E’ il titolo della proposta di legge presentata all’inizio di ottobre da Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario e deputata del Pdl, che riprende l’ormai famosa norma adottata in Norvegia (obbligo del 40% di donne nei “board” delle aziende quotate in borsa) e si inserisce nell’attualissimo dibattito sulla disuguaglianza di genere ai vertici della politica e dell’economia.

“Con questa proposta - ha spiegato Lella Golfo - cerchiamo di correggere dall’esterno il deficit di rappresentatività delle donne ai vertici delle aziende quotate. Nel farlo ho preferito adottare un approccio non invasivo, che tenga nel debito conto l’autonomia statutaria delle società, oltre che collaborativo. Infatti, nei mesi scorsi ho intrapreso un fitto scambio di opinioni con gli amministratori delle aziende interessate dalla proposta, dal quale è emersa una sensibilità molto strutturata, per quanto varia, rispetto alla questione dell’incremento del numero di donne nei board direttivi”.
Lella Golfo ha sottolineato: “Adesso vorrei che la disponibilità trovata presso il mondo dell’economia venisse ricambiata da altrettanta disponibilità politica. Intanto coinvolgerò tutte le società disponibili ad una revisione degli equilibri interni ai Consigli di Amministrazione in un comitato d’opinione per una condivisione della mia proposta, che sarà presentato il prossimo 27 ottobre alla Camera, alla presenza, tra gli altri, del professor Morten Huse, della Norwegian School of Management, ispiratore della legge sulle quote rosa nel paese scandinavo”.
La presidente della Fondazione Bellisario ha ricordato la sua esperienza nel sostegno alla carriera delle donne, con la consegna nel 2004 all’allora Ministro delle Attività produttive, Marzano, di 120 curricula eccellenti di donne pronte ad assumere ruoli di vertice, iniziativa ripetuta l’anno scorso con il ministro Tremonti e il sottosegretario Gianni Letta. “Oggi alcuni tra i profili segnalati hanno trovato una importante collocazione in società ed enti pubblici. L’Italia non deve più essere il fanalino di coda nelle classifiche europee delle pari opportunità”.
Adesso, l’on. Golfo ritiene giunto il momento di codificare la presenza minima di un terzo dei consiglieri per il genere meno rappresentato, a partire dal prossimo rinnovo degli organi, mentre le sanzioni per le società inadempienti secondo la sua proposta di legge verrebbero demandate alla Consob, l’organo di vigilanza sulle borse.

L’iniziativa della parlamentare trae sostegno dalla recente analisi compiuta dalla società di consulenza Governance consulting, che prende in esame i Consigli di amministrazione delle società quotate in borsa a Milano: delle 2.795 cariche, solo 179 sono ricoperte da donne, quindi il 6,4%. E’ vero che nel 2007 erano dieci in meno, ma un incremento del 6% non sposta in modo significativo lo squilibrio di genere ai vertici delle imprese di Piazza Affari. Fra le 179 consigliere, ce ne sono 19 che ricoprono la carica di amministratore delegato e 32 fra presidenti e vicepresidenti.
Nei board delle quaranta società a maggior capitalizzazione ci sono 20 donne su un totale di oltre 600 consiglieri, circa il 3%. In più della metà dei consigli di amministrazione analizzati non è presente alcuna donna, mentre mentre soltanto in due società – Fininvest e Saipem – il peso femminile supera, di poco, il 10 per cento del consiglio, e le presidenti sono solo due, Marina Berlusconi e Jolanda Ligresti. Anche se, nota positiva, le poche donne al posto di comando sono più giovani (meno di 52 anni di media) e qualificate (quasi tutte con laurea e master) rispetto alla generalità della classe dirigente italiana.
Secondo una
ricerca di Cerved, l'Italia si trova al 28esimo posto, su 33 Paesi valutati, per la presenza di donne nei CdA delle aziende quotate in borsa, pari al 4% contro una media dell’Unione Europea dell'11%. Lo stesso studio evidenzia come la partecipazione delle donne all’economia è, oltre che una questione di pari opportunità e di giustizia sociale, soprattutto la chiave dello sviluppo del nostro paese: una maggiore presenza delle donne nell’economia e soprattutto nei luoghi decisionali genera una migliore performance economico-finanziaria e diminuisce il rischio di fallimento delle aziende.
 
 
 
Secondo l’economista Andrea Goldstein, collaboratore dell’OCSE, della Banca Mondiale e della Consob, “questa situazione dovrebbe essere fonte di preoccupazione, perché numerosi studi empirici provano una relazione positiva significativa tra diversità del board, con presenza di donne, di stranieri e di determinate minoranze, e performance societaria. Ma anche perché questi dati confermano che la scarsa mobilità delle élite italiane è un problema non solo generazionale, ma anche di background: tutti uomini, se possibile italiani”.
Goldstein, che ha pubblicato un articolo su questo tema sul sito La Voce, esamina i pro e i contro di un intervento normativo in materia.
“Poche donne in cda equivale a ridurre l'insieme di risorse e di talenti a cui il paese può attingere per il proprio sviluppo. Da ciò la sempre controversa questione delle quote rosa, tema che la recentissima vicenda della giunta di Taranto dimostra essere di grande attualità anche nel mondo politico-amministrativo. In Francia un recente rapporto suggerisce di imporre quote in modo da portare la presenza femminile nei CDA al 40 per cento entro sei anni, una misura che la sottosegretaria alla Famiglia considera come un “male necessario”.
Se la critica che il meccanismo delle quote lede il principio del merito ha delle basi, numerosi studi mostrano l’importanza di fattori extra-economici – non necessariamente contrari al merito, ma sicuramente da esso distinti – nella selezione e socializzazione delle elite. Finché il gap tra l’Italia e il resto d’Europa, per non dire del mondo, rimane così ampio, vale la pena considerare l’introduzione di quote per le candidature femminili”.
In pratica, suggerisce Goldstein, poiché “i meccanismi di selezione delle elite (di cui gli amministratori di società quotate sono un esempio) si basano su dinamiche di cooptazione”, ovvero chi esercita il potere seleziona per la propria successione persone simili a se stesso, solo un intervento esterno di tipo impositivo può favorire un ricambio di genere oltre che generazionale e culturale.

In questa direzione sembra andare anche, seppur con più cautela, il progetto di riforma del codice di autodisciplina delle società quotate nella Borsa italiana, che dovrebbe recepire tra breve le proposte avanzate da Roger Abravanel in nome della meritocrazia: nessun obbligo, nessuna quota rosa, ma il suggerimento di prevedere una corretta rappresentanza di uomini e donne nei propri board direttivi, adottando piani di adeguamento e una tempistica per attuarli.

Con un approccio più ottimistico, l’associazione PWA (Professional Women’s Association) ha lanciato il progetto Ready for Board Womencon l’intento di promuovere le molte donne che in Italia avrebbero i “numeri'' per entrare nei Consigli d’Amministrazione di aziende pubbliche o private e i cui nomi non sono presi in considerazione da chi decide o da chi consiglia (come gli executive searchers o cacciatori di teste) la formazione dei vertici aziendali.
Il progetto prevede l’identificazione del “profilo ideale” del board member e la realizzazione di un dossier con circa 200 nomi di donne che possiedono i requisiti per fare parte di un CdA: gli obiettivi sono sensibilizzare le istituzioni, le imprese e l’opinione pubblica sul tema della presenza delle donne nei luoghi decisionali per proporre criteri di selezione trasparenti ed equi.
“La nostra associazione si occupa da anni di rilevare a livello internazionale la presenza delle donne nei board e l’Italia, nell’ultima ricerca del 2008, si posizionava sedicesima nel panorama di 17 Paesi europei rilevati. Da qui la necessità di intervenire'', sostiene Monica Pesce, Presidente di PWA Italia.
Il tutto è nato quando, rispetto a questa posizione, la tesi comune era quella di sostenere che non ci sono donne disponibili in Italia. E’ qui che abbiamo capito che si trattava di un problema di comunicazione: le donne adatte ci sono, basta solo farle conoscere” dice Rosanna D’Antona, imprenditrice e partner del progetto. Il primo dossier verrà reso pubblico con una presentazione del 18 novembre 2009 a Milano.
L’Osservatorio sul Diversity Management della Sda Bocconi realizzerà uno studio, diretto da Simona Cuomo, per verificare i gap tra i profili di competenza degli attuali membri dei CdA e quelli delle donne selezionate dall’Advisory Board del progetto.