
Mentre si avvicinano le elezioni regionali, con la nota positiva di alcune illustri candidature femminili, un'indagine Istat rileva disinteresse e minore partecipazione alla politica tra le donne rispetto agli uomini. Anche se va meglio di dieci anni fa, soprattutto tra le giovanissime.
Le prossime elezioni regionali che si terranno il 28 e il 29 marzo in tredici regioni italiane segnano una presenza di donne senza precedenti, almeno ai massimi livelli, quelli dei candidati alla presidenza o governatorato.
In due regioni come è noto c'è un duello tutto femminile.
Nel Lazio, sono di fronte tre donne, di cui due sono figure importanti della politica italiana e godono di una stima che va al di là degli schieramenti: Emma Bonino, storica leader del Partito Radicale, e Renata Polverini, prima donna a dirigere un sindacato nazionale, l'Ugl. Tra l'altro, hanno entrambe messo in pratica il principio della parità di genere nel cosiddetto listino, cioè il gruppo di candidati eletto automaticamente assieme al presidente, garantendo quindi una soglia minima di donne nella futura assemblea regionale.
Anche in Umbria, per succedere ai due mandati di Maria Rosa Lorenzetti, sono in lizza solo donne: la democratica Catiuscia Marini, la pidiellina Fiammetta Modena e la centrista Paola Binetti. Altre due donne sono state schierate dal centro destra: Monica Faenzi in Toscana e Anna Maria Bernini in Emilia Romagna, dove il suo avversario e presidente uscente Vasco Errani ha a sua volta confermato l'alternanza di genere nel suo listino. Un'altra politica di lungo corso, Adriana Poli Bortone, è candidata dall'Udc in Puglia.
In Piemonte la governatrice uscente Mercedes Bresso si ripresenta per un eventuale secondo mandato, anche lei con il 50% di donne nel listino.
Ovviamente queste candidature non garantiscono di per sè un risultato migliore del precedente: la previsione più realistica oscilla tra il mantenimento delle attuali due presidenti donna (non molte, su venti regioni), che è comunque sicuro, e la crescita di una unità. Mentre nella composizione delle assemblee non ci si aspettano grandi progressi, ad eccezione forse della Campania dove in virtù della nuova legge elettorale che impone l'alternanza di genere ci sono oltre 400 candidate. Ma come sempre dipenderà dal comportamento degli elettori e soprattutto delle elettrici.
A questo proposito, non conforta troppo l'esito della ricerca, resa nota dall'Istat l'8 marzo, su La partecipazione politica: differenze di genere e territoriali. Si tratta di una indagine multiscopo della serie Aspetti della vita quotidiana, condotta su un campione di circa 19 mila famiglie, per un totale di circa 48 mila individui, nel febbraio 2009, il cui esito può essere così sintetizzato: la politica continua ad essere percepita da molte donne come una dimensione lontana dai propri interessi.
Solo il 53,6% delle donne, infatti, si informa settimanalmente di politica, e appena il 31,3% ne parla almeno una volta a settimana, mentre tra gli uomini i valori sono rispettivamente il 68,5% e il 48,1%. Ben il 40,1% delle donne non parla di politica e il 29,3% non si informa mai.
Il divario di genere è meno accentuato fra le persone fino a 24 anni, mentre cresce in misura importante dopo questa età e raggiunge il massimo dopo i 54 anni. Le differenze sono invece quasi nulle tra i ragazzi con meno di 18 anni.
Indipendentemente dal sesso, il grado di coinvolgimento è più forte per le persone dotate di maggiori risorse culturali ed economiche. Si può dire che le differenze di genere diminuiscono in proporzione al titolo di studio e alla posizione professionale; le donne lavoratrici che non parlano mai di politica, sono la metà di quelle in condizione non professionale.
La partecipazione è molto differenziata sul territorio, con livelli superiori alla media nazionale nel Nord e inferiori al Sud. Puglia, Sicilia e Calabria hanno il primato del non informarsi di politica; al capo opposto le più interessate sono le friulane e trentine, seguite dalle venete e dalle emiliane.
Circa due terzi di chi non si informa di politica (66,4%) dichiara di farlo per disinteresse, un quarto (24,8%) per sfiducia, mentre sono meno coloro che la considerano troppo complicata (13,8%) o non hanno tempo per occuparsene (6,2%). Le donne esprimono più degli uomini, tra le motivazioni, il disinteresse e il linguaggio complicato.
Anche riguardo partecipazione politica diretta, le donne sembrano meno impegnate, sia nell'adesione ad azioni specifiche come cortei o comizi, sia nel sostegno finanziario e nell'attività a favore dei partiti.
Tuttavia i tassi di partecipazione delle ragazze con età compresa tra 14 e 17 anni superano quelli maschili e, secondo l'Istat, sia l'estraneità alla politica in generale che il divario di genere sono calati negli ultimi dieci anni. E' questa nota finale di speranza che ci auguriamo di vedere confermata a partire dal prossimo voto.