
Una situazione statica, con qualche arretramento soprattutto sul fronte dell’occupazione e segnali di vitalità della componente straniera. La condizione femminile in Piemonte, fotografata nel terzo Rapporto della Regione, è segnata come nel resto d’Italia dal lavoro gratuito familiare e da quello sottopagato delle migranti.
Il Rapporto sulla condizione femminile in Piemonte è realizzato in base alla legge regionale sulle Pari Opportunità che lo prevede insieme al Bilancio di Genere tra i nuovi strumenti di analisi di cui la Regione si dota per orientare le proprie politiche verso i reali bisogni che le donne esprimono. E' curato dall'IRES - Istituto di Ricerche economico-sociali del Piemonte, attraverso un gruppo di lavoro composto da Monica Andriolo, Daniela del Boca, Angela Mazzoccoli, Elena Murtas e Martino Grande.
La terza edizione del rapporto è focalizzata in particolare su alcune tematiche chiave: analisi della popolazione, livello di istruzione, mercato del lavoro, percorsi di carriera e presenza nelle Amministrazioni.
La situazione complessiva delinea una sostanziale continuità con gli anni precedenti.
Nel corso del 2008 e del 2009, la popolazione piemontese ha continuato a crescere ma ad un ritmo più contenuto a causa di un minor apporto della componente migratoria che, comunque, continua a compensare la crescita negativa della popolazione autoctona. Continua il trend positivo delle nascite, con un tasso di fertilità salito a 1,39 figli per coppia nel 2008 anche se è poi diminuito nel 2009, e comunque non è sufficiente a compensare l’andamento della mortalità. Si accentua perciò l’invecchiamento delle famiglie, non solo per l’età sempre più avanzata dei genitori e nonni, ma anche per quella dei figli che vivono in famiglia; età che ha continuato a crescere ritardando conseguentemente la formazione di nuove famiglie e la nascita dei figli, e avvicinando i periodi in cui le coppie devono affrontare la cura dei figli e quella dei genitori.
Le donne, in virtù della maggiore longevità, presentano maggiori problemi di salute, ma hanno una percezione maggiore dei propri malanni rispetto agli uomini. I problemi di sovrappeso e obesità interessano più gli uomini che le donne, soprattutto dopo i 45 anni, mentre fumo e alcool sono fattori di rischio, un tempo soprattutto maschili che ormai interessano entrambi i generi, e il fenomeno dell’anoressia è in maniera preoccupante in crescita tra i più giovani, in maniera non più esclusiva delle ragazze.
Nel campo dell’istruzione si consolida la diversità di performance di studio tra maschi e femmine a tutti i livelli: le ragazze sorpassano i compagni nei voti a scuola, nell’accesso all’università e nella regolarità degli studi. La scelta dei percorsi formativi, che ricade prevalentemente nella sfera delle scienze sociali, artistica e umanistica, continua però a penalizzarle incidendo sul tasso di occupazione femminile nella fascia d’età più giovane - più basso rispetto ai maschi - nei salari - inferiori già all’entrata sul mercato del lavoro - e nel ricorso maggiore al lavoro temporaneo.
Rispetto al mercato del lavoro, la crisi ha portato a un’ inversione della tendenza dell’ultimo decennio che aveva visto una costante crescita della partecipazione al lavoro femminile. La disoccupazione giovanile, in particolare, è cresciuta in modo impressionante nel 2009 in Piemonte, assai più della media nazionale, salendo al 24%, con una chiusura ai nuovi ingressi nel mercato del lavoro che spesso avvengono anche attraverso forme di lavoro temporaneo e poco tutelato.
Più colpiti dagli effetti della crisi i lavoratori precari, per lo più giovani, donne e migranti, ovvero quella porzione del mercato del lavoro fortemente esposta ai cambiamenti, che non gode, ad oggi, se non di scarse o nulle misure di protezione sociale.
Nel 2009, anche se di poco, tende a risalire il gap di genere nel tasso di occupazione che era in costante riduzione dal 1999, e viene sancita l’impossibilità a raggiungere l’obiettivo europeo del 60% di occupazione femminile nel 2010. E in parallelo aumentano sia le donne in cerca di lavoro che quelle che non lo cercano più. Il settore maggiormente colpito dal calo dell’occupazione è quello industriale, interessando, in particolare, le donne che non riescono neanche più a rivolgersi alla formula lavorativa del part-time, anch’essa in calo.
Il rapporto contiene anche un aggiornamento ai primi nove mesi del 2010, in cui gli effetti della recessione continuano a farsi sentire, spostandosi dall’industria, che dà segni di ripresa, al commercio e alle costruzioni, ma la componente femminile mostra un lieve rialzo (+0,6% con 4.000 occupati in più) a fronte del crollo di quella maschile (-2,5% con 26.000 occupati in meno). Il tasso di occupazione femminile segna un aumento marginale, passando dal 55,5% al 55,7%, ma rimane distante più di 4 punti dall’obiettivo europeo e 15 punti percentuali sotto quello maschile.
Per quanto riguarda i percorsi di carriera, quelli delle donne risultano più lenti e vischiosi di quelli maschili. La segregazione verticale continua ad essere marcata, per una somma di fattori culturali e strutturali che iniziano fin dai primi orientamenti educativi e dalle scelte formative dei giovani, con meccanismi di autoesclusione delle donne e processi selettivi orientati a riprodurre i rapporti di forza dati nelle posizioni di potere.
Il trend di peggioramento o stasi nell’economia si trasmette nella rappresentanza politica. Tra il 2008 e il 2010 il risultato elettorale non mostra miglioramenti, sia per quanto riguarda la percentuale di donne sindaco (ferme al 14% del totale) che per quanto riguarda il numero di donne elette nell’Amministrazione regionale (24% dei consiglieri, anche se in Giunta si conferma una presenza più paritaria, circa il 40%). Gli ostacoli vengono anche scelte dell’elettorato, che dimostra una propensione maggiore ad assegnare preferenze ai candidati uomini: infatti, sono state elette il 4,44% delle donne candidate, rispetto al 6,16% degli uomini. Questo nonostante che in Piemonte l’elettorato femminile rappresenta il 52% del totale, con una superiorità numerica di quasi 150.000 unità.
Nelle riflessioni conclusive l'economista Daniela del Boca sottolinea come molti segnali di vitalità e mobilità appaiono invece tra le migranti che, pur rappresentando solo il 10% della popolazione residente, sta dando nuovi contributi a varie dimensioni della vita familiare, sociale ed economica. In particolare stanno diventando visibili e importanti le interazioni e gli scambi tra donne native e immigrate da cui sta emergendo un equilibrio diverso tra cura, mercato e welfare. La componente migratoria è portatrice di cambiamenti che controbilanciano l’invecchiamento della popolazione e la fecondità tardiva, sostengono il peso del lavoro familiare delle donne native, compensano le carenze del welfare e infine contribuiscono con le rimesse all’economia dei paesi di provenienza. Un contributo importante delle immigrate è quello dato alla vitalità dell’economia: le imprenditrici straniere sono ben 12.000 nel 2008, cresciute del 46% in soli due anni.
Daniela del Boca affronta infine il nodo problematico della scarsa partecipazione al lavoro delle donne piemontesi (ed italiane) che rimane molto bassa anche se cresciuta rispetto all’inizio del decennio, e mette in evidenza il punto chiave. Le responsabilità di cura ricadono prevalentemente sulle donne tanto che, anche tra quelle che lavorano, il tempo dedicato alle attività domestiche e familiari è di quasi 4 ore al giorno, decisamente superiore a quello degli altri principali paesi europei.
La carenza di servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani e/o il loro eccessivo costo (specie se offerti da privati) fanno sì che la famiglia italiana tenda a produrre al proprio interno tali servizi con un impatto negativo sulle possibilità occupazionali delle donne. É in questo quadro che viene individuato lo scambio tra native e immigrate. Le stime indicano che l’aumento di un punto percentuale delle immigrate sul totale della popolazione femminile comporta una crescita dell’offerta di lavoro delle italiane in possesso di una laurea di circa mezz’ora alla settimana. L’interpretazione è che l’immigrazione, tramite l’aumento dell’offerta di mercato di servizi sostitutivi del lavoro domestico e/o l’abbassamento del prezzo di tali servizi, stia modificando l’offerta di lavoro delle donne italiane con elevato livello d’istruzione, quelle cioè con più alta propensione al lavoro e maggiori opportunità occupazionali.
É evidente che l’immigrazione femminile compensa la carenza di politiche pubbliche, sempre più sostituite da un welfare informale basato sullo sfruttamento di immigrazione femminile irregolare che si offre a basso prezzo.
Di fronte a una tipologia di welfare state che si basa su un mix di emerso e sommerso, di lavoro gratuito familiare e di lavoro sottopagato di donne immigrate, si prevedono nel medio termine debolezze e problemi di sostenibilità di varia natura, di fronte alla progressiva integrazione delle immigrate già presenti in Italia e al possibile cambiamento dei nuovi flussi migratori femminili, anche se nell’immediato questi ultimi appaiono stabili perchè indipendenti dal ciclo economico.