A Biella, una donna algerina ha denunciato per stalking l’ex marito che la vessava imponendole il velo. Alle porte di Torino, i dipendenti della Reggia di Venaria Reale hanno indossato foulard e kefiah per solidarietà con una collega marocchina. Storie diverse con un comune denominatore: il diritto di poter scegliere.
Ogni volta che spunta un fatto di cronaca, partono le discussioni su cosa sia giusto e sbagliato. Da tempo, soprattutto nei Paesi occidentali, le donne che portano il velo dividono. Sia esso semplice chador (molto simile a un foulard che copre testa e collo), o niqab, specie di tunica che lascia più o meno scoperto il volto, mentre la purtroppo famosa versione afgana, il burqa, la più estremista, viene vissuta e considerata quasi unanimemente come una limitazione della libertà e del rispetto della persona.
Se poi però si vanno a vedere e leggere le storie delle donne musulmane che vivono in Italia, si scopre un caleidoscopio di realtà che rende difficile e incerto un giudizio che spesso viene formulato in maniera categorica. Storie di donne che spesso rivendicano la loro libertà di scelta, in un senso o nell’altro.
E così si passa da chi difende a spada tratta il proprio diritto a indossare il velo a chi, invece, si appella alla legge italiana per non indossarlo. Capita a Biella, in Piemonte: qui una donna di 33 anni, di origine algerina, ha denunciato l’ex marito, suo connazionale, da cui aveva ottenuto il divorzio pochi mesi fa, per stalking. Ovvero, quella serie di atti persecutori perpetrati da una persona ai danni di un’altra, di cui troppo spesso sono vittime proprio le donne.
In questo caso l’uomo, stando alla denuncia, nel corso degli anni si sarebbe mostrato sempre più aggressivo, impedendo alla moglie di frequentare conoscenze e di uscire di casa se non con lui o per ragioni strettamente di lavoro, obbligandola a indossare il velo e abiti lunghi fino ai piedi contro la sua volontà, imponendo le sue regole con maltrattamenti e vessazioni. I due si erano sposati nel 2001 in Algeria, per poi trasferirsi due anni dopo nella città piemontese, e hanno una figlia.
Bel caso d’integrazione, verrebbe da dire. Una donna si oppone a una tradizione del suo Paese d’origine, considerata da tanti come una forma di sottomissione e costrizione, appellandosi alla legge del Paese in cui ha deciso di vivere. Perché il rapporto di scambio tra culture diverse può produrre risultati positivi: il processo di emancipazione e autopromozione può essere favorito da regole e sistemi di vita, e al tempo stesso si può imparare a giudicare una persona per quello che è e non per come viene rappresentata da pregiudizi ideologici e razziali.
Come successo pochi mesi fa alla Reggia di Venaria Reale, alle porte di Torino, dove una donna musulmana ha ricevuto solidarietà da parte di tutti i suoi colleghi. Al bancone della biglietteria lavora infatti una ragazza marocchina, Yamna Amellal, che indossa il velo. Tanto è bastato a una visitatrice della Reggia per inviare una lettera al quotidiano La Stampa in cui si chiedeva, “in un clima che evoca intensamente la storia d’Italia e la storia del Piemonte”, “se non sarebbe stato più corretto impiegare” le due signore islamiche, di cui una col velo in testa (anche se in realtà l’altra è italiana) “in un' attività d’ufficio e lasciare, per il primo impatto con la Reggia dei Savoia, personale magari vestito con abiti dell’epoca”.
Pronta la replica del direttore della Reggia. Ma pronta anche la protesta dei colleghi di Yamna che hanno deciso di rispondere alla lettera lavorando tutta la mattina con il capo coperto da foulard, le donne, e kefiah, gli uomini, e distribuendo volantini ai visitatori.
Segno dei tempi. Di un’integrazione possibile, intesa non tanto come supremazia di una cultura sull’altra, ma come condivisione e rispetto di tutti. Tra donne musulmane che rivendicano il loro diritto a indossare il velo, anche se per molti si tratta di sottomissione e dovrebbe essere bandito, e altre che fanno sentire la loro voce perché vogliono emanciparsi da questa tradizione-imposizione. All’insegna della libertà di scelta.