Anche se la crisi ha colpito soprattutto gli uomini, la disoccupazione femminile aumenta, soprattutto al Sud, tra le fasce meno scolarizzate e le donne con figli. I rapporti del CNEL mostrano una disuguaglianza strutturale di genere nel mondo del lavoro, che ci allontana dall’Europa e ha riflessi preoccupanti sul reddito delle famiglie e sul futuro delle pensionate sole.
Un quadro impietoso della condizione delle donne italiane per quanto riguarda il lavoro e la pensione, aggravato dalla crisi ma fondato su uno svantaggio strutturale di genere che le espone in misura molto maggiore degli uomini alla disoccupazione e alla povertà: è quello che esce dai documenti presentati nei giorni scorsi dal CNEL-Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro.
Il CNEL, organismo di consulenza al servizio di governo e parlamento, previsto dalla Costituzione, è composto da 121 esperti e rappresentanti delle categorie produttive, di cui appena 7 donne. Tuttavia, ha dedicato spazio negli ultimi anni ai temi della partecipazione della donna nel mercato del lavoro e del rafforzamento del suo ruolo nella vita economica e sociale del Paese.
Per questo, giunto ormai al termine del suo attuale mandato, il Consiglio ha voluto lanciare un documento impegnativo, dal titolo Il lavoro delle donne in Italia: osservazioni e proposte.
Un testo che analizza la presenza femminile nel mercato del lavoro, in riferimento agli ultimi dieci anni, evidenziando ostacoli e opportunità offerti alle donne, e la situazione previdenziale che ovviamente consegue alle difficoltà incontrate nel mondo del lavoro, e in conclusione presenta dieci proposte che riguardano fra l’altro misure per l’occupabilità, la conciliazione, la previdenza obbligatoria e complementare, le statistiche di genere, il bilancio di genere nella Pubblica Amministrazione.
Interrompendo la precedente tendenza favorevole, il tasso di occupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni è sceso nel 2009 al 46,4%, un valore molto lontano da quello dell’Unione europea (58,6%).
"La crisi - spiega il documento - ha investito una situazione già difficile dell’occupazione femminile, contribuendo ad accentuarne le criticità storiche. Le conseguenze sono state particolarmente evidenti nel Mezzogiorno, che ha assorbito quasi la metà del calo complessivo delle occupate (-105 mila donne), e che già presentava bassi tassi di occupazione femminile”.
Le difficoltà sono maggiori per le donne con titolo di studio inferiore al diploma di scuola secondaria e per le madri: rispetto alle donne senza figli, i tassi di occupazione sono inferiori di quattro punti percentuali per quelle con un figlio, di 10 per quelle con due figli e di 22 punti per quelle con tre o più figli. Un andamento che non si riscontra per i principali paesi europei.
Mentre negli altri paesi l’occupazione femminile aumenta al crescere dell’età dei figli, con un tipico andamento a “U” (cioè con una rapida discesa nei tre anni immediatamente successivi alla nascita del figlio e un successivo graduale ritorno al lavoro), in Italia continua a diminuire. La probabilità di non lavorare 18-21 mesi dopo la nascita di un figlio è di quasi il 50% ed è influenzata in maniera significativa dall’età della madre: le meno giovani rientrano più frequentemente al lavoro, mentre quelle sotto i 25 anni sperimentano maggiori difficoltà. Anche rispetto a questo problema, il grado di istruzione è un fattore molto importante: le donne con un titolo di studio più elevato riescono a conciliare meglio lavoro e famiglia, e hanno più probabilità di trovare lavoro anche dopo l’assenza per maternità.
Nel panorama internazionale l’Italia rappresenta un’eccezione anche rispetto all’uso del tempo. Il 77% del lavoro familiare è a carico femminile, a testimonianza di una persistente e significativa asimmetria di genere; pur essendo i padri un po’ più collaborativi rispetto al passato, i cambiamenti sono lenti e la divisione dei ruoli ancora molto rigida. L’effetto è che le donne italiane lavorano, in media, un’ora e un quarto al giorno in più rispetto agli uomini.
L’importanza di un lavoro retribuito per le donne è dimostrata sotto diversi aspetti: per difendere le famiglie e i figli dal rischio di povertà; per integrare il reddito complessivo e per garantirsi dall’instabilità del mercato del lavoro e anche dall’instabilità delle stesse unioni coniugali; per realizzare i desideri e le aspettative personali delle donne stesse; perché dai recenti studi economici è considerato un importante motore di sviluppo, tanto che lo spreco delle risorse femminili caratterizza infatti i paesi in declino.
L’analisi conferma l’esistenza di discriminazioni salariali tra donne e uomini, dovuta alle caratteristiche del mercato del lavoro e alle condizioni dell’occupazione femminile (carriere discontinue, “tetto di cristallo”, lavoro di cura) che si riflettono pesantemente anche sulle pensioni.
"I differenziali salariali tra donne e uomini- si legge nel documento - si traducono in differenti trattamenti previdenziali, che rendono le donne anziane normalmente più povere degli uomini loro coetanei. Pur in presenza di un’anzianità anagrafica maggiore di quella degli uomini, l’anzianità contributiva risulta inferiore a quella dei colleghi maschi”. La conseguenza, anche a fronte dell’allungamento della vita, è un numero crescente di pensionate povere, probabilmente sole e non autosufficienti, problema non solo di etica e giustizia sociale, ma anche di sostenibilità economica per l’intera società.
Queste osservazioni trovano conferma nei dati del Rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010 dello stesso CNEL.
Da un lato, il rapporto sottolinea un elemento di novità nella direzione di un riequilibrio di genere. Dal 2009 sono gli uomini a rappresentare la maggioranza dei disoccupati in Italia (51,4%), superando per la prima volta le donne. E’ però un effetto della natura settoriale della crisi, che ha distrutto posti di lavoro soprattutto nei settori industriali, come manifatture e costruzioni, a predominanza maschile.
L’impatto della crisi è stato finora mitigato sia dagli ammortizzatori sociali come la cassa integrazione, sia dal consueto ruolo di ammortizzatore sociale improprio svolto dalla famiglia, che ha in parte sopperito alla mancanza di occupazione dei figli.
Confrontando però la distribuzione per genere dei disoccupati con quella delle forze lavoro, si osserva come le donne sono il 41% delle persone attive, ma il 48,6% dei disoccupati.
In altre parole, l'incidenza della disoccupazione tra le donne resta più elevata anche dopo un anno in cui gli incrementi maggiori del numero di senza lavoro si sono registrati tra gli uomini (+22,2% rispetto al 2008, mentre per le donne l'incremento è stato dell'8,5%). Le donne quindi, al di là degli effetti strettamente congiunturali di un ciclo con una netta caratterizzazione settoriale (e di conseguenza di genere), continuano a scontare uno svantaggio strutturale che le espone a maggiori rischi di disoccupazione.