Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Consigliera di Paritā Regionale

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Donne e lavoro , gli effetti della crisi

05 novembre 2009

Nella recessione, le donne sono meno penalizzate degli uomini, ma risentono della loro condizione di partenza più debole e meno tutelata. Nel Piemonte, dove la situazione è più critica per il crollo dell’industria, si attenua il divario di genere ma sale la disoccupazione per tutti e la ripresa sembra lontana.

 

 

 

 

Con il 2009, l’impatto della crisi economica sul mercato del lavoro italiano si è fatto pesante, e ha colpito in forme diverse ma con eguale negatività entrambi i generi. Questa sembra essere la sintesi del primo semestre in base ai dati forniti dall’Istat che effettua le rilevazioni periodiche delle forze lavoro.

La perdita di posti di lavoro a livello nazionale è vicina a quota 300.000 nel corso del semestre, i due terzi dei quali nel Mezzogiorno, e sale a 378.000 su base annua. L’indebolimento ha riguardato non solo la componente maschile (-2,2%) ma anche, seppur in misura più lieve, quella femminile (-0,7%), che invece aveva mantenuto tassi di variazione positivi per tutto il 2008. Queste nuove dinamiche di genere possono essere anzitutto ricondotte al diverso impatto che la congiuntura economica sta avendo nelle singole componenti del mercato del lavoro, a partire dalla occupazione cosiddetta “atipica”. Sul risultato complessivo incide, infatti, in misura determinante la riduzione dei lavoratori a termine, di quelli autonomi (tra i quali si trovano molti lavoratori “parasubordinati”) e dei collaboratori: tutte tipologie lavorative che hanno subito una più marcata flessione a inizio anno, presumibilmente per il mancato rinnovo dei contratti in scadenza, in misura maggiore tra le donne (-8,5%, contro il -5,4% dei maschi), che tra l’altro costituiscono la maggioranza di queste categorie. L’Istat segnala che, in generale, l’occupazione è sorretta dalla componente straniera e dalla tendenza degli ultracinquantenni a prolungare la vita lavorativa in seguito alle modifiche del sistema pensionistico, mentre la diminuzione del lavoro flessibile si traduce nel Centro-Nord in un secco aumento della disoccupazione, che colpisce per circa un quarto le donne, e al Sud accresce la già cospicua area della non attività, cioè delle persone che hanno rinunciato a cercare lavoro (e questo spiega in parte il paradosso del calo dei tassi di disoccupazione femminile in molte regioni meridionali).
Il ruolo importante svolto dagli ammortizzatori sociali sembra invece aver sostenuto l’occupazione dipendente a tempo indeterminato. Le donne si avvantaggiano della loro presenza relativamente maggiore nelle attività terziarie, finora meno coinvolte dalla congiuntura negativa. Questa differenza settoriale potrebbe generare un altro effetto: è possibile che la consapevolezza di una ripresa ancora non vicina induca molte donne a cercare un lavoro (anche non per la prima volta) per contribuire a sostenere il reddito familiare. Un indicatore in questo senso è la crescita iniziata nel 2008, dopo alcuni anni di andamento stagnante, del tasso di attività femminile, e la perdurante tendenza all’incremento del lavoro part time che interessa per quattro quinti le donne.
Proprio in relazione alle tendenze che si manifestano nella crisi, il Sistema Informativo Excelsior di Unioncamere e del Ministero del Lavoro prevede un sensibile aumento della quota di professioni per le quali si ritiene più adatto un candidato di genere femminile. Nel complesso, le donne dovrebbero costituire almeno il 20% delle new entry nelle imprese nel 2009, con un incremento di circa tre punti percentuali sul totale rispetto all’anno precedente.
L’aumento più rilevante della domanda di lavoro femminile è atteso in alcune attività dei servizi, non solo di carattere più “tradizionale” (dal commercio al dettaglio al turismo e ai servizi alle persone), ma anche a maggior contenuto di conoscenza (telecomunicazioni, informatica e, soprattutto, istruzione privata).

Il Piemonte non sfugge a questa congiuntura negativa. Anzi, secondo l’Osservatorio regionale sul Mercato del lavoro, presenta aspetti di criticità maggiore, per la sua maggiore esposizione all’andamento del mercato globale dovuta alla tradizionale vocazione agli scambi con l’estero, e per il forte peso delle attività industriali; almeno il primo fattore dovrebbe rendere il Piemonte facilitato a salire sul treno della ripresa, non appena si presenterà; ma almeno per ora non si intravedono segnali di un’inversione di rotta.
Nel complesso del primo semestre, gli occupati piemontesi segnano una riduzione di 18.000 unità, equamente distribuita per genere, frutto di una caduta degli addetti dell’industria manifatturiera (-27.000 posti di lavoro) e del commercio (-7.000), solo parzialmente compensata dall’espansione registrata nel ramo agricolo (+8.000 addetti) e nelle costruzioni (+5.000), e di una sostanziale stagnazione dei servizi non commerciali. Ad una sostanziale stabilità nel primo trimestre, in controtendenza rispetto al dato nazionale, è seguita una consistente flessione tra aprile e giugno quando le stime indicano una perdita di quasi 40.000 posti di lavoro. Il tasso di occupazione scende dal 65,2% al 64,1%, e quello femminile in modo più accentuato, dal 56,6% al 54,6%, sempre più lontano dall’obiettivo di Lisbona del 60% entro il 2010. Tra le donne, a differenza degli uomini, scende anche il tasso di attività, il che mostra che c’è una quota di donne espulse dal mercato del lavoro che rinuncia nell’immediato a cercare altre opportunità.

Le persone in cerca di occupazione aumentano in un anno da 92.000 alle attuali 135.000. La crescita è davvero impressionante (+46,3%) ed è di gran lunga la più alta tra le regioni italiane, aggiungendosi a quella, più contenuta ma comunque significativa (+15%), registrata fra il 2007 e il 2008. Il tasso di disoccupazione, che all’inizio del 2007 era ancora attestato poco al di sopra del 4%, sale ora al 6,8% con un’apprezzabile attenuazione del divario di genere: nei primi mesi del 2008 il dato femminile era una volta e mezza quello maschile (5,8% contro 3,8%), un anno dopo il rapporto resta sfavorevole per le donne, ma di poco (7,5% contro 6,2%). Nel periodo in esame, inoltre, il numero degli uomini in cerca di lavoro supera quello delle donne (70.000 unità a fronte di 65.000), mentre negli ultimi anni si riscontrava una chiara prevalenza femminile. Viceversa tra le nuove assunzioni si mantiene il sostanziale equilibrio tra i sessi, pur in un quadro di caduta verticale degli avviamenti a partire dalla seconda metà del 2008, pari a quasi il 30% su base annuale.
La componente maschile è evidentemente penalizzata dal fatto che la crisi in tutto il paese colpisce con più forza l’industria; tuttavia, un’analisi più approfondita evidenzia che fra le donne cresce notevolmente l’area della disoccupazione potenziale, composta da persone che si dichiarano alla ricerca di lavoro ma senza svolgere effettive azioni di ricerca nell’ultimo periodo (+38%), configurando un parziale effetto di scoraggiamento, peraltro prevedibile nel contesto attuale, ma rilevabile solo marginalmente fra gli uomini. Il divario di genere, quindi, si amplia nell’area cosiddetta “allargata” della disoccupazione e il relativo tasso, non considerato dalle statistiche ufficiali ma utile a fini di analisi, si attesta al 10,9% per le donne, contro il 7,4% fra gli uomini. Nel segmento più debole del mercato del lavoro, che in tempi di recessione fatica e paga i prezzi maggiori anche perché meno tutelato dagli ammortizzatori sociali, le donne sono la maggioranza.

Sulla base delle tendenze osservate, si può dunque presumere che la flessione dell’occupazione al termine del 2009 presenterà una connotazione di genere, con perdite più significative per i maschi che per le femmine, a causa delle “caratteristiche settoriali” della recessione. Nonostante la migliore tenuta dei servizi, il deterioramento del mercato del lavoro potrebbe tuttavia condurre su valori più elevati anche il tasso di disoccupazione femminile, a seguito di un minor utilizzo (anche nel terziario) di lavoro flessibile e delle difficoltà cui potranno andare incontro le donne che iniziano o riprendono a cercare un’occupazione. Col rischio, dunque, che pure in questa fase congiunturale, esse continuino a rappresentare un gruppo relativamente svantaggiato nel mercato del lavoro.