04 giugno 2008
Il ricambio della classe dirigente italiana, in politica come in economia, passa attraverso una più equa rappresentanza di genere. Ma anche nel mondo degli affari l’Italia è dietro ai paesi arabi. Le prossime nomine nelle grandi aziende pubbliche, un’occasione per invertire la tendenza.
Rieccoci. Sempre la solita storia. Nuova classifica, protagoniste le donne. E, di nuovo, l’Italia che arranca. Questa volta si tratta della presenza femminile nei consigli di amministrazione delle public company, ovvero le società ad azionariato diffuso.
Secondo una ricerca condotta da TNI,banca di investimenti di Abu Dhabi, ripresa dal Financial Times, questo settore conta più donne in Kuwait e Oman che in Italia e Giappone: una percentuale di donne pari al 2,7% nel primo e al 2,3% nel secondo caso, a fronte del 2% italiano e dello 0,4% nipponico.
Certo, i due Paesi arabi sono leader della regione del Golfo Persico per l’impiego ad alto livello delle donne in affari, di poco sotto la Spagna: negli altri Stati che compongono il Gulf Cooperation Council, alleanza politica ed economica (Bahrein, Dubai, Abu Dhabi, Arabia Saudita e Qatar), la rappresentanza femminile scende all’1,5%. Molto poco se paragonato al 13,6% degli Stati Uniti e al 22% della Norvegia. Secondo la ricerca, solo il 30 per cento delle donne partecipa all'economia del mondo arabo, comparato al 55% della media mondiale. Il profilo delle “businesswoman” arabe è cresciuto come il loro impatto nel settore privato. Nonostante la maggior parte delle donne d'affari ancora continui a provenire da un retroterra privilegiato, molte giovani stanno ricevendo un’educazione più alta, anche in Arabia Saudita, un paese notoriamente conservatore.
Resta però la bassa percentuale dell'Italia. Vero, nel Belpaese le public company non arrivano al 20% del totale delle aziende. Altrettanto vero che questa tendenza è una costante del sistema italiano, sia nel pubblico che nel privato. Proprio in questi giorni, personalità del mondo accademico ed economico hanno spedito al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e al ministro dell'Economia Giulio Tremonti una lettera in cui chiedono che almeno il 25% dei posti nei nuovi CdA venga riservato alle donne. Una richiesta avanzata in vista del rinnovo dei CdA delle grandi società a partecipazione statale, a cominciare da Eni, Enel, Poste, Finmeccanica, Rai, per le quali lo Stato sarà a chiamato a nominare una parte dei consiglieri.
Lo scenario descritto è in linea con un articolo dell’economista Andrea Goldstein, che a fine ottobre citava una ricerca dell'Università di Cambridge, secondo la quale le donne sono ancora lontane dall'essere equamente rappresentate nei consigli di amministrazione. Su 100, sono 22 e 18 rispettivamente in Svezia e Danimarca, 11 in Gran Bretagna, 7 in Germania e nei Paesi Bassi. In Italia sono 2. Goldstein, Senior Economist presso l'OECD Development Centre, in italiano OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, ha pubblicato alcuni giorni fa con Michela Gamba uno studio per l'Università Bocconi dal quale emerge che solo nel 60,5% delle imprese quotate in Italia ci sono donne nei consigli di amministrazione. E dei 4347 posti disponibili, solo 291 sono occupati da donne, l'equivalente del 6,7%. Nel Regno Unito la percentuale sale all'11, negli Stati Uniti al 14,6, in Francia è al 7,9. Solo in Spagna scende al 4%.
L’Italia non solo è indietro, ma i dati dimostrano che non sta migliorando. Secondo il Gender Report 2007 del World Economic Forum, infatti, si posiziona all’84° posto dopo Paesi come Kenia, Indonesia, Tagikistan, Uruguay, Mongolia, Ghana, Vietnam. La Spagna è decima. Rispetto al 2006 l'Italia ha perso sette posizioni. Situazione grave, soprattutto se si considera che siamo un Paese in cui le donne studiano e hanno un’ottima aspettativa di vita rispetto a Stati che poi lo precedono in classifica.
Approfondimenti
L'articolo pubblicato dal Financial Times [in lingua inglese]
L'articolo di Goldstein pubblicato su lavoce.info
Lo studio di Goldstein e Gamba per l'università Bocconi