L’Unione Europea rilancia la battaglia contro il divario salariale di genere, stabile in Europa al 18%. In Italia c’è una maggiore eguaglianza apparente, ma il gap nel reddito reale e nell’occupazione è più pesante e penalizza l’economia del paese.
La Commissione Europea ha annunciato la ripresa della battaglia contro le differenze retributive tra uomini e donne, con l'avvio della seconda fase della campagna di informazione lanciata il 3 marzo 2009.
Come ha denunciato la vicepresidente della neoeletta Commissione, Viviane Reding, il gender pay gap in Europa non accenna a diminuire da 15 anni, anzi in alcuni paesi si è acuito, e mediamente rimane stabile attorno al 18%.
L’iniziativa dell’organo di governo dell’Unione prevede una nuova ampia campagna di sensibilizzazione, un programma di partenariato per la diffusione più capillare dei messaggi, e successivamente una serie di misure operative. Dopo aver consultato le parti sociali europee, verrà analizzato l'impatto di varie soluzioni, tra cui il rafforzamento delle sanzioni, l'introduzione della trasparenza salariale e di obblighi di comunicazione periodica sull'andamento della disparità retributiva, il sostegno ad azioni positive a favore dell’uguaglianza, come il marchio di uguaglianza professionale per le imprese introdotto in Francia o un software tedesco che calcola l’esatta disparità salariale all’interno di un’azienda. Iniziative che trovano decisamente l’appoggio dell’opinione pubblica europea: dai risultati di un sondaggio di Eurobarometro appena pubblicati emerge che l'82% degli europei è favorevole a un intervento urgente per colmare il divario, visto (dopo la violenza sulle donne) come la seconda più importante fonte di disparità.
Reding ha definito la disparità salariale come “un costo sociale che l’Europa non può permettersi”. Le conseguenze negative sono infatti numerose. Ad esempio, i riflessi sulla pensione: avendo percepito un reddito minore nell'arco della vita attiva, le donne hanno anche pensioni inferiori; la conseguenza è che il 22% delle donne di oltre 65 anni d’età rischia la povertà, contro il 16% degli uomini.
Al contrario, l’eliminazione di ogni disparità di genere, secondo uno studio del governo svedese, potrebbe condurre a un incremento potenziale del Pil fra il 15% e il 45%.
La diffusione dei dati sul gender pay gap ha riservato una sorpresa apparentemente molto lieta per le italiane, che subiscono il divario minimo tra tutti i paesi dell’Unione: meno del 5%.
Un dato rafforzato da quello emerso da una ricerca dell’Istat, secondo cui in Italia le mogli che lavorano e guadagnano più dei mariti sono salite all’8,9% nel 2007, mentre il 37,1% hanno redditi uguali a quelli del compagno.
Tuttavia, l’ottimismo che queste cifre potrebbe indurre è decisamente infondato. Come ha sintetizzato l’economista Fiorella Kostoris, un conto è il differenziale retributivo a parità di lavoro, un altro è il reddito reale, che dipende dal tempo effettivamente lavorato e dalle funzioni svolte. Da questo punto di vista, i valori si rovesciano letteralmente.
Per quanto riguarda il tempo di lavoro retribuito, è noto che le donne tendono a lavorare meno ore rispetto agli uomini, perché scelgono orari di lavoro più corti, sono maggiormente occupate part-time e sono meno disponibili a fare straordinari. Mentre l’altro lavoro, quello svolto in casa per un tempo più che doppio degli uomini, non viene pagato.
In secondo luogo, anche se la parità salariale stabilita dalla legge viene formalmente rispettata, di fatto le donne hanno molto meno accesso ai lavori più qualificati, e sono sovrarappresentate in una serie di settori e funzioni a bassa retribuzione.
Ne consegue che se consideriamo il reddito lordo annuo, le donne percepiscono tra il 50 e il 70% di ciò che guadagnano annualmente gli uomini.
Ma oltre a questo, in Italia, specialmente al Sud, le donne non lavorano proprio: il tasso di occupazione femminile italiano, pari al 46%, è il più basso in assoluto dell’Europa a 27 (esclusa Malta) ed è il più distante da quello maschile (69%). In Europa il gap occupazionale c’è, ma è dimezzato (59% contro 71%). In Italia una donna su due non fa parte della popolazione attiva, e per questo il Global Gender Gap Report del Forum Economico Mondiale ci assegna per il 2009 il novantaseiesimo posto tra i paesi del mondo per la parità nella sfera economica.
La insufficiente partecipazione delle donne all’economia ha molti effetti negativi. Uno di questi, molto percepibile in tempi di crisi, è il peggioramento del tenore di vita complessivo. A fronte di benessere e bisogni crescenti, ma anche di aumentata disuguaglianza dei redditi, un solo stipendio per famiglia non è più sufficiente a garantire quello che oggi è considerato un accettabile tenore di vita. Un recente studio americano mostra come nelle famiglie a basso reddito il 60% delle madri siano casalinghe (e la quota è in aumento rispetto alla fine degli anni settanta), contro solo il 20% nelle classi di reddito più elevato. La stessa associazione fra famiglie monoreddito e disagio economico è rilevabile in Italia, dove per presenza di famiglie bi-reddito occupiamo il solito ultimo posto nei confronti europei. Da noi, secondo l’Istat, tra le coppie con una donna tra i 25 e i 54 anni, lavorano entrambi i partner solo nel 61 per cento dei casi, contro una media europea del 67 per cento e valori oltre il 76 per cento per i paesi nordici. Nella classe di reddito più bassa solo nel 20% dei casi entrambi i partner lavorano, contro l’88% nelle famiglie a più alto reddito.
Il contributo femminile, commenta il sito Ingenere, è essenziale per il benessere relativo della famiglia e, nella crisi, costituisce un ammortizzatore indispensabile in caso di disoccupazione maschile. “In questi casi appare ancora più evidente il costo non solo per le donne, ma per l’intera famiglia, del persistere di un differenziale salariale di genere, di carriere lavorative frammentate, del preponderante peso delle donne nel lavoro part-time e della loro maggior presenza in lavori meno protetti”.
I numeri non dicono tutto, e soprattutto vanno sempre interpretati. Ma soprattutto in occasione dell’otto marzo, occorre partire dalla consapevolezza che il divario salariale e quello occupazionale sono facce di una stessa medaglia, e che entrambi penalizzano l’economia e il benessere di tutte le società.