01 dicembre 2008
Prima, il 13 novembre scorso, la condanna da parte della Corte di Giustizia europea per la disparità tra i sessi sull’età pensionabile nel pubblico impiego. Dopo nemmeno due settimane, il 27 novembre, l’Europa torna a “riprendere” l’Italia e di nuovo per questioni che hanno a che fare con le pari opportunità.
Stavolta la Commissione europea ha inviato un “parere motivato” non solo al nostro Paese, ma anche ad Austria, Lituania, Slovenia, Ungheria e Malta, per sollecitarli “ad attuare appieno la normativa dell’Unione europea che proibisce la discriminazione nell’accesso al lavoro e nell’occupazione a motivo del sesso”, ovvero la direttiva 73 del 2002 (PDF, 29 KB), che il governo italiano ha recepito con il decreto legge 145 del 2005.
“Questa direttiva – ha commentato il commissario europeo per le pari opportunità Vladimír Špidla – è essenziale per affrontare il problema della discriminazione di genere ed è stata concordata all’unanimità dagli Stati membri. Le direttive europee non possono però realizzare le loro potenzialità se non sono recepite integralmente e correttamente nella normativa nazionale”.
Proprio qui sta il punto: secondo l’Europa, la legislazione dell’Italia, tra i sei Paesi richiamati, difetta in diversi punti: “le definizioni di discriminazione diretta e indiretta, il diritto delle donne a un congedo di maternità e il funzionamento degli organismi preposti ad assicurare la parità”. Ricordiamo che solo pochi giorni fa l’europarlamentare Donata Gottardi ha presentato un’interrogazione in merito alla revoca della Consigliera nazionale e alla più generale questione dell’indipendenza degli organismi di parità.
Ogni procedura di infrazione avviata dall’Unione europea nei confronti di uno o più Stati consta di tre fasi. Nella prima, viene inviata una “lettera di costituzione in mora” a cui il Paese deve rispondere entro due mesi. Per questo caso, infatti, all’inizio dell’anno la Commissione ha inviato la lettera a 22 Stati: al momento sono state archiviate le procedure contro Cipro e Grecia.
Il “parere motivato”, a cui bisogna rispondere di nuovo entro due mesi al massimo, subentra in una seconda fase, se occorre un’ulteriore messa in conformità con la legislazione europea: prima, a giugno, l’hanno ricevuto Finlandia ed Estonia, ora i sei Stati tra cui l’Italia, mentre per i restanti 14 le analisi sono ancora in corso.
In assenza di una risposta soddisfacente la Commissione può infine deferire il caso alla Corte di Giustizia europea, a cui può anche chiedere di imporre al Paese una multa.