14 novembre 2008
È stato presentato il 12 novembre, in contemporanea mondiale, il Rapporto su Lo stato della popolazione nel mondo 2008 dell’ UNFPA - Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione, intitolato quest’anno Punti di convergenza: cultura, genere e diritti umani, la cui edizione italiana è curata da AIDOS - Associazione italiana donne per lo sviluppo.
Nell’introdurre il Rapporto, Daniela Colombo, presidente di AIDOS , ha evidenziato la significativa novità dell’edizione 2008, quasi un manifesto di un nuovo modo di fare cooperazione allo sviluppo, frutto di un percorso di autocritica intrapreso dall’UNFPA per individuare le cause che stanno alla base dei dati che, fotografando lo stato della popolazione nel mondo, registrano come chi continua a stare peggio siano ancora e sempre donne e bambine.
Oltre mezzo milione di donne, 536mila l’anno secondo questa stima, continua a morire per cause legate alla gravidanza e al parto: ogni giorno muoiono in questo modo 1.600 donne e10.000 neonati. 18 milioni sono invece le donne che contraggono patologie o debilitazioni permanenti, fattori che aumentano il rischio di morire di gravidanza. Inoltre circa 80mila di queste morti materne sono dovute ad aborti che avvengono in condizioni a rischio, aborti clandestini realizzati con scarse misure igieniche, con strumenti impropri o attraverso l’assunzione di sostanze pericolose.
Il Rapporto cita altri dati impressionanti, che descrivono la condizione delle donne nel Sud del mondo: 2/3 dei 960 milioni di persone analfabete e 3/5 del miliardo di persone che vive con meno di 2 dollari al giorno sono di sesso femminile, 1 donna su 5 ha subito violenza nel corso della vita, il 61 per cento delle persone che vivono con l’HIV nell’Africa Sub-Sahariana sono donne, stima cresciuta di 4 punti percentuali rispetto al dato del 2007 secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità.
A causare la persistente condizione di disagio della popolazione femminile è, secondo l’UNFPA, la discriminazione contro donne e bambine che è iscritta nelle culture, nei ruoli di genere appresi e praticati spesso inconsapevolmente, al punto da non essere a volte percepita nemmeno da chi ne sopporta gli effetti.
"Ovunque nel mondo, nei Paesi in via di sviluppo ma non solo" si legge nel documento "persistono condizioni di disparità tra uomini e donne che stanno minando l'efficacia dei programmi d'intervento". Questo anche perchè "le comunità faticano a fare proprio il contesto dei diritti umani, che sancisce l'uguaglianza tra uomini e donne". “Quello che manca - sottolineano gli esperti delle Nazioni Unite - è la cultura di genere, che deve entrare con convinzione nei programmi di sviluppo, a partire da quelli delle agenzie internazionali”. Per questo il documento si rivolge alle stesse agenzie Onu, chiamate a fare autocritica per individuare "i modelli culturali di riferimento che orientano le politiche per lo sviluppo, evitare di imporre autoritariamente tali modelli, ma confrontarli e ridefinirli alla luce dei bisogni e delle aspettative delle comunità dove si interviene".
Cristiana Scoppa, responsabile della comunicazione di AIDOS, nel ripercorrere i contenuti del Rapporto, ha sottolineato l’uso di termini, linguaggi e concetti cari al femminismo, dalle dinamiche di potere tra donne e uomini al concetto di patriarcato, dallo stereotipo della virilità all’idea definita, con termine intraducibile in italiano, di cultural fluency: un concetto nuovo, che sfida la globalizzazione, il “pensiero unico”, i preconcetti culturali, ma anche le contrapposizioni Nord-Sud, Islam-Cristianesimo, migranti-residenti, e che include le dinamiche complessive e gli scambi tra culture, i rapporti di potere, delle resistenze e delle avanguardie, le modalità di comunicazione di ciascuna cultura.
Il Rapporto evidenzia come le persone siano spinte a comportarsi secondo certe norme pur non condividendole, "come accade ancora spesso per le donne che sottopongono le figlie a mutilazione dei genitali", ha argomentato Scoppa, "o accettano di dare in sposa le loro bambine nonostante loro stesse abbiano sperimentato la sofferenza di tale condizione".
”Tra l’etnocentrismo culturale di certi interventi di cooperazione e la resistenza al cambiamento da parte dei gruppi più conservatori, è sempre possibile, trovare lo spazio per il dialogo, coinvolgere le avanguardie che in tutte le società usano il linguaggio dei diritti, e facilitare un cambiamento dall’interno delle culture”. Infatti, aggiunge Colombo, “l’idea forza da cui parte il Rapporto è che le culture non sono mai statiche, ma sempre dinamiche: il cambiamento però deve venire dall’interno”.
Giulia Vallese dell’UNFPA, ha richiamato l’attenzione sulla “lente culturale che l’UNFPA sta usando per pianificare i propri interventi. Una lente attraverso cui guardare ai diritti umani e all’uguaglianza di genere: con umiltà e rispetto, ma credendo nel cambiamento possibile, da agevolare attraverso il negoziato e la mediazione, in modo da superare gli stereotipi culturali”. Come esempio di questo tipo di approccio, ha citato numerose esperienze concrete: i progressi compiuti nella pianificazione familiare in Iran negli ultimi anni; la testimonianza di Annie Kaseketi Mwaba, pastora evangelica sieropositiva in Zambia, che promuove dal pulpito la prevenzione dell'Hiv; il lavoro con l'associazione dei leader tradizionali africani e con le reti sociali indigene in America Latina.