Commissione Regionale di Pari Opportunitā

In quest'area del sito trovi informazioni sull'istituzione attiva in Piemonte dal 1986 per la promozione delle pari opportunità tra uomini e donne e la diffusione di una cultura di genere. È inoltre disponibile un archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della CRPO


Consigliera di Paritā Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






Calano gli aborti, ma non le polemiche sulla RU 486

03 settembre 2010

In Italia gli aborti continuano a diminuire, anche se quelli clandestini tra le straniere sono fuori controllo. Intanto, sono uscite le linee guida del Ministero della Salute sulla pillola RU 486 che ribadiscono l’obbligo di ricovero ma non vincolano l’autonomia delle Regioni. E la Toscana cambia idea e sceglie il day hospital.

 

 

 

Aborti in costante calo in tutta Italia, a fronte di un aumento dei medici obiettori che per ora non incide sui tempi di attesa per l’intervento. La relazione al Parlamento del Ministero della Salute sull’attuazione della legge 194 conferma le tendenze riscontrate negli anni precedenti, in un clima di polemiche rinfocolate dall’immissione in commercio del farmaco abortivo RU486 e dall’emanazione delle linee guida che prevedono il suo utilizzo solo in regime di ricovero ospedaliero.

I dati presentati nella relazione, ancora provvisori, stimano le interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel 2009 in 116.933 con una riduzione del 3,6% sul 2008, addirittura il 50,2% in meno rispetto al 1982, anno del massimo storico nel nostro paese. Da allora il tasso di abortività, ovvero il numero degli aborti per 1.000 donne in età feconda tra 15 e 49 anni, è passato dal 17,2 all'8,7; in Piemonte dal 21,1 si attesta ora al 10,4.
Un trend ancora più positivo riguarda le giovanissime: tra le minori di 20 anni il tasso è 7,2; un dato che risalta nei confronti degli altri paesi occidentali: 25 in Inghilterra, 16 in Francia nel 2006, 20 negli Stati Uniti. Secondo la fonte del Ministero della Giustizia, le richieste al giudice tutelare di autorizzazione all'aborto da parte di ragazze minorenni sono state 1.184, in calo di un quarto rispetto al 2008.

Quasi la metà delle donne che scelgono l’interruzione sono lavoratrici mentre le disoccupate sono il 12% tra le italiane e il 22% fra le straniere.
Per il sottosegretario Eugenia Roccella, ciò indica che “le condizioni economiche non sembrano essere il fattore determinante nella scelta di proseguire o meno una gravidanza”. Tuttavia un aspetto da non trascurare potrebbe essere quello che riguarda il precariato: sempre più spesso la stabilità economica non è garantita da un’occupazione lavorativa, che in molti casi rappresenta una situazione temporanea, in cui una gravidanza non è certo un incentivo al rinnovo o al prolungamento del contratto di lavoro.

E’ invece rilevante l’aumento degli aborti tra le donne straniere, ormai un terzo del totale, con un tasso di abortività 3-4 volte maggiore di quello delle italiane, anche se negli ultimi 3 anni il loro numero sembra stabilizzato intorno ai 40mila, di cui la metà provenienti dai paesi dell’Europa dell’Est.
Tuttavia il problema delle migranti interseca quello degli aborti clandestini stimati nel 2005 in circa 15.000 e da allora assenti in qualunque tipo di statistica ufficiale. La relazione del Ministero della Giustizia dell’aprile 2010 sottolinea che “i numeri esigui delle interruzioni di gravidanza fatte in clandestinità non riflettono la reale portata del fenomeno che si presume invece essere largamente diffuso e praticato anche in strutture sanitarie private, e riguarderebbe in misura sempre maggiore donne extracomunitarie”. Secondo le Procure, “l’aborto clandestino è diffuso soprattutto nell’ambiente della prostituzione per eliminare gravidanze indesiderate e le indagini, anche a causa delle condizioni di assoggettamento e di omertà proprie di questo tipo di ambiente, risultano spesso difficoltose”.

Cresce invece ogni anno il numero di operatori che rifiuta di eseguire le interruzioni di gravidanza. Se nel 2005 i ginecologi obiettori erano infatti il 58,7%, nel 2006 sono saliti al 69,2%, nel 2007 al 70,5% del 2007, fino ad arrivare nel 2008 al 71,5%. In sei regioni si supera l’80%: Lazio, Basilicata, Campania, Molise, Sicilia e Veneto.
Gli anestesisti sono passati dal 45,7% del 2005 al 52,6% del 2008, mentre il personale non medico era il 38,6% nel 2005 e il 43,3% nel 2008.
In Piemonte,sono obiettori il 65% dei ginecologi, il 38,9% degli anestesisti e il 21,9% del personale medico.
Tuttavia almeno finora questo boom di obiettori non ha inciso sui tempi medi di attesa tra rilascio della certificazione ed intervento.

La situazione italiana registra quindi una peculiarità rispetto a quella degli altri Paesi europei: abbiamo un tasso di natalità molto inferiore alla media, ma al tempo stesso un minore uso di contraccettivi e un tasso di abortività inferiore. Paesi come Francia, Gran Bretagna e Svezia ad esempio mostrano una maggiore attenzione verso l’educazione alla procreazione responsabile e livelli di contraccezione più diffusa, più nascite e al tempo stesso tassi di abortività più alti. Le spiegazioni possono essere varie, ma per quanto riguarda la legge 194, è certo che in Italia, il ricorso all’aborto non è considerato un metodo contraccettivo.
Per questo, il Sottosegretario Eugenia Roccella nella nota che accompagna la relazione, annuncia che, per “non perdere questa particolare situazione italiana… per migliorarla ulteriormente, come annunciato nella presentazione dell’Agenda Bioetica del Governo, stiamo predisponendo il Piano Federale per la Vita, uno strumento in più nella prevenzione dell’aborto e nella tutela della maternità e della vita”.

Nella relazione ci sono anche riferimenti al tema del giorno, la pillola RU 486. Il mifepristone è stato usato in via sperimentale dal 2005, in alcune regioni, che hanno fornito i dati sul suo uso solo su base volontaria. Da quanto riferito, nel 2005 è stato usato in Piemonte e Toscana per 132 casi; nel 2006 in Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Trento per di 1.151 casi; nel 2007 in Emilia Romagna, Toscana, Marche, Puglia e Trento per 1.010 casi, nel 2008 e 2009 nelle stesse aree per 703 e 857 casi.
La RU 486 è stata approvata in via definitiva dall’Agenzia nazionale del farmaco il 31 luglio scorso. La distribuzione in Italia è partita solo ad aprile, quindi non ci sono dati sul suo attuale impiego, che comunque, in base ai dati delle ordinazioni alla casa distributrice, rimane molto esiguo, anche a causa delle polemiche e dell’incertezza normativa.
Per questo è un passaggio importante l’emanazione da parte del Ministero della Salute delle apposite Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine, uscite il 24 giugno 2010 sulla base dei pareri del Consiglio Superiore di Sanità.
Il documento sottolinea in particolare l’importanza del consenso informato, che permetta alla donna una valutazione dei rischi e benefici delle diverse metodiche di interruzione, l’accertamento della comprensione linguistica nelle donne straniere, affidato però al buon senso dei sanitari, e la necessità del consenso dei genitori per la somministrazione alle minorenni.
Sul punto chiave dell’ospedalizzazione, la direttiva impone che nell’informazione utile al consenso sia detto in modo chiaro che l’aborto farmacologico potrà essere effettuato solo in ricovero ordinario, e ribadisce:
“È fortemente sconsigliata la dimissione volontaria contro il parere dei medici prima del completamento di tutta la procedura perché in tal caso l’aborto potrebbe avvenire fuori dall’ospedale e comportare rischi anche seri per la salute della donna”.

Tuttavia, il documento del Ministero non è vincolante per le Regioni, che sono titolari di competenze esclusive in materia di sanità.
E' quindi molto probabile che le Regioni continuino ad operare secondo le proprie linee guida già emanate nei mesi scorsi, che vedono la maggioranza di loro propense all’obbligo del ricovero ed altre favorevoli al day hospital.
Nella pratica di questi mesi, come era previsto, le cose sono andate diversamente. La donna preferisce tornare a casa e rivolgersi in seguito al servizio ospedaliero per ricevere il secondo farmaco, a base di prostaglandine (per il distacco del feto). Non a caso, il quotidiano Avvenire riportava come eccezionali le storie di quattro ragazze, due italiane e due straniere, che a Venezia hanno preferito ricoverarsi piuttosto che firmare la dimissione.
Criticando questa prassi, il sottosegretario Roccella ha ventilato la possibilità che le interruzioni con RU 486, condotte senza ricovero ordinario per tre giorni, siano pagate dalle pazienti, perché "esiste una criticità amministrativa che potrebbe determinare dei problemi sul piano del rimborso della prestazione da parte del servizio pubblico".
Contro questa velata minaccia si sono sollevate molte voci critiche, e nel frattempo una delle regioni che aveva optato per il ricovero è tornata sui suoi passi e ha scelto il day hospital: è la Toscana, che ha emanato ai primi di luglio le proprie linee guida, vincolanti per le Aziende Sanitarie.
Dopo l’approvazione dell’AIFA - spiega Antonio Panti presidente del Consiglio dei sanitari, l’organo tecnico regionale - alcuni ginecologi ci hanno chiesto di rivalutare le nostre indicazioni. Abbiamo fatto un gruppo di lavoro con i capi dipartimento delle ginecologie della Regione. Siamo arrivati a un parere in cui si indica il day hospital. Anche se la donna torna a casa dopo aver preso la pillola, comunque resta sotto la responsabilità della struttura sanitaria. Ovviamente se medico e paziente decidono che sia più giusto un ricovero ordinario lo possono fare. C’è anche una questione di appropriatezza organizzativa, perché le strutture dovrebbero tenere da parte letti per queste donne, che invece non hanno bisogno di rimanere in ospedale”.