01 febbraio 2010

Nonostante il piano Sacconi-Carfagna, restano bloccati da un anno i bandi sull’art. 9 della legge 53/2000, a oltre sei mesi dalla riformulazione. Una misura che ha sostenuto 700 progetti in otto anni, stimolato la flessibilità, creato nuove figure professionali. E prodotto buone prassi, come in Piemonte.
E’ una delle poche misure concrete varate dallo stato italiano a sostegno della conciliazione tra lavoro e famiglia; esiste ormai da dieci anni e, pur tra luci e ombre, ha finanziato in tutto quasi settecento progetti di aziende e anche di professioniste; figura tra le cinque linee guida del piano governativo Italia 2020 per l’occupazione femminile lanciato poche settimane fa dai Ministri del Welfare e delle Pari Opportunità. Ma da oltre un anno è bloccata, e un comunicato del Dipartimento Politiche della Famiglia annuncia l’ennesimo rinvio sine die della prossima scadenza di presentazione delle domande prevista per il 10 febbraio.
Parliamo dell’articolo 9 della legge 53 del 2000 (modificato dalla Legge finanziaria per il 2007 e dalla legge 69/2009). Come è noto, prevede contributi a fondo perduto alle imprese che, per facilitare la conciliazione lavoro-famiglia dei dipendenti con carichi familiari, presentino progetti, concordati con le rappresentanze sindacali, per introdurre nell’organizzazione del lavoro forme di flessibilità come orari differenziati o più elastici, telelavoro, banca delle ore, formazione per il rientro dai congedi, servizi di supporto per la cura di figli minori o anziani non autosufficienti; inoltre, per titolari d’impresa o lavoratori autonomi prevede la sostituzione o l’attivazione di collaborazioni durante il tempo dedicato dagli stessi alla maternità o all’assistenza dei familiari.
Proprio alla fine del 2009 è stato pubblicato uno studio di Donatella Gobbi per l’ISFOL, l’Istituto per la Formazione e l’Orientamento dei lavoratori che collabora alla valutazione e monitoraggio dei progetti con il Dipartimento Politiche della Famiglia, subentrato nel 2006 al Ministero del Lavoro nella titolarità dell’intervento. Intitolato Conciliare famiglia e lavoro: un aiuto dai fondi Articolo 9 della Legge 53/2000 il testo analizza il funzionamento della misura, evidenziando l’incremento costante dei progetti approvati.
Dai 13 ammessi su 34 presentati nel 2001 per un importo di 432.000 euro, si è saliti nel 2005 ai 52 accolti su 152 presentati e a una spesa di 4 milioni; nel 2008 si è raggiunto il tetto di 287 domande, 224 approvazioni (con un tasso di successo del 78%) e 13,6 milioni di stanziamento. Il bilancio totale è quindi di 683 progetti attuati in otto anni, circa la metà di quelli presentati, e di un investimento complessivo di 42 milioni. A partire dal 2003, si è rilevato un progressivo di intervento di amministrazioni pubbliche soprattutto locali, anche utilizzando in sinergia i Fondi Strutturali Europei, per diffondere le opportunità presso le imprese e per supportare la progettazione, vedi ad esempio gli appositi Sportelli aperti dalla Regione Piemonte . Proprio l’attivazione di reti territoriali, cui contribuiscono enti locali, Consigliere di Parità e parti sociali, spesso attraverso protocolli di intesa formalizzati, e di servizi informativi spiega l’aumento progressivo dei progetti e il miglioramento qualitativo che ne ha accresciuto la percentuale di approvazione. Non a caso l’analisi della distribuzione geografica mostra come cinque regioni abbiano assorbito la quasi totalità dei progetti, con il Piemonte al secondo posto dopo l’Emilia Romagna sia per numero totale che per percentuale di successo.
Lo studio dell’ISFOL sottolinea come l’articolo 9 “ha contribuito a introdurre nelle aziende beneficiarie una cultura della conciliazione, favorendo una presa di coscienza del problema e stimolando, in molti casi, il dibattito tra aziende e rappresentanze sindacali”.
Tra le conseguenze indirette, ma non secondarie, dello strumento si registra la definizione di nuove figure professionali legate all’attuazione degli interventi per la conciliazione, in parte evoluzione di profili già esistenti nel mercato del lavoro, in parte figure completamente inedite.
In particolare, si segnalano le professionalità attivate per la sostituzione temporanea di imprenditori e lavoratori autonomi in congedo per maternità o paternità, oppure di lavoratori dipendenti in part-time reversibile.
Per sviluppare la prima, chiamata anche co-manager poiché deve essere in grado di inserirsi in diverse imprese per svolgervi una funzione di responsabilità, sono stati realizzati progetti-pilota che hanno portato alla realizzazione di banche dati per la ricerca e la selezione delle figure di sostituzione disponibili: è il caso della Regione Emilia Romagna mediante un progetto Equal e del Piemonte dove è stata realizzata da Regione e Unioncamere sul Programma ex Legge 215/1992
Tra le nuove funzioni stimolate dai progetti, vi sono quelle destinate a favorire il reinserimento al lavoro delle madri al termine dei congedi per maternità: si chiamano coach, tutor, mentor, counsellor, e operano con strumenti professionali di tipo psicopedagogico, economico, organizzativo per l’aggiornamento, la rimotivazione e il sostegno alla gestione delle difficoltà del rientro e della conciliazione.
Accanto a queste, vi sono figure già presenti, che trovano nuovi ambiti di intervento. Il più noto è il diversity manager, incaricato di gestire processi di cambiamento interno all'azienda, il cui scopo è quello di valorizzare e utilizzare al meglio i contributi che ciascun dipendente è in grado di offrire per il conseguimento degli obiettivi aziendali e quindi di valorizzare le diversità di genere, cultura/etnia, abilità, età. Ma anche il mobility manager, che deve ottimizzare spostamenti e orari di lavoro.
Figure più specifiche sono poi i referenti e consulenti espressamente deputati ad affrontare i problemi di conciliazione, e operatori come il maggiordomo aziendale per l’esecuzione di piccoli servizi alle famiglie.
Dunque, le misure per la conciliazione sono anche occasione per produrre nuova occupazione.
Nonostante il trend positivo e l’innegabile contributo innovativo, il volume delle iniziative finanziate è ancora troppo esiguo per avere un impatto significativo sulla società, anche perché le somme stanziate sono limitate e troppo lunghi i tempi che intercorrono tra presentazione del progetto e approvazione (si è arrivati a un anno di attesa).
Tuttavia, non esistono adeguati indicatori di efficacia e risultato che ne rendano visibili e misurabili gli effetti, anche se l’esperienza particolare di alcuni territori ne restituisce un quadro confortante dal punto di vista qualitativo.
Sta di fatto che nel febbraio 2009 i bandi sono stati sospesi, in attesa dell’approvazione della riformulazione dell’articolo 9. Terminato in giugno l’iter di approvazione del nuovo testo, è iniziato quello dei documenti applicativi che a tutt’oggi risultano ancora giacenti presso la Conferenza Stato-Regioni. Mentre il piano Italia 2020 lo ha inserito tra le sue direttrici, come base per costruire una convergenza di interessi tra le aziende e i lavoratori, volta a superare uno dei principali ostacoli all’occupazione delle donne, sono saltate una dopo l’altra quattro scadenze di presentazione dei progetti, e quindi la misura è di fatto bloccata.
Sull’argomento, è intervenuta sul sito La Voce Daniela Del Boca, autrice del recente volume Famiglie sole, che denunciava gli squilibri del welfare italiano dal punto di vista di genere, generazionale e geografico. Ecco il suo commento.
“L’articolo 9, nel suo impianto essenziale, costituisce uno strumento di incentivo e sostegno al cambiamento e alla diffusione di una economia sostenibile e responsabile all’interno delle aziende. Così come sono stati stanziati fondi per la riduzione dell’impatto ambientale o per il sostegno alla ricerca industriale, allo stesso modo l’articolo 9 deve essere concepito come un fondo incentivante per le aziende che investono nel capitale umano e in particolare nella innovazione organizzativa in favore della conciliazione famiglia-lavoro. È quindi necessario stanziare risorse per le aziende italiane che promuovono progetti sperimentali, ma anche per l’unità di assistenza tecnica che dovrebbe occuparsi della promozione dello strumento, della individuazione dei criteri applicativi, della definizione delle linee guida per la realizzazione e rendicontazione, del monitoraggio e valutazione dei progetti. Alcuni premono affinché l’articolo 9 venga declinato su base regionale così come già accade per le politiche dei tempi della città, e perché siano quindi le Regioni a gestirlo direttamente, a valutare i progetti, a stanziarne le risorse in aggiunta a quelle messe a disposizione dal governo. La decentralizzazione a livello regionale ne renderebbe forse più efficace l’applicazione e più diretto il contatto con le aziende e gli enti locali, ma sta di fatto che una correzione e revisione dello strumento non dovrebbe inibirne l’utilizzo, come accade da un anno a questa parte”.