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Amore criminale: come raccontarlo?

23 agosto 2010

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Un programma televisivo fa riflettere sui modi di fare informazione (e spettacolo) sulla violenza alle donne. Per molti l’allarme aiuta la consapevolezza. Una lettera di Telefono Rosa pone il dubbio lacerante che la rappresentazione troppo esplicita della violenza possa istigare o destabilizzare le persone più fragili.

 

 

 

Mentre si susseguono nelle pagine di cronaca le notizie di violenze e femminicidi, fa discutere un programma televisivo che dal 2006 tratta proprio queste tematiche: Amore criminale, produzione di Raitre, la cui quarta serie va in onda il mercoledì in prima serata da luglio a settembre.

Si tratta di una trasmissione che vanta una audience media del 16%, con picchi che hanno sfiorato il 30%, anche nel periodo estivo.
E’ condotto da Camila Raznovich, presentatrice originale e amata dal pubblico giovanile, che su MTV Italia ha ideato nel 2001 Loveline, prima rubrica televisiva sui problemi legati alla sessualità.
Si definisce come “il programma che racconta l'amore quando produce morte, nei sentimenti, nei rapporti d'amore, di sesso, di amicizia” e ha l’ambizione di analizzare in profondità i fatti raccontati e di sensibilizzare soprattutto le spettatrici sulle dinamiche spesso oscure o sottovalutate, con cui la violenza di genere emerge e si trasforma da banalità quotidiana a fenomeno estremo e appunto criminale.
Alternando testimonianze dirette, documenti originali e soprattutto ricostruzioni affidate alla docufiction, cioè recitate da attori, dà ampio spazio a interviste di familiari, amici, avvocati dei protagonisti delle storie. In questo modo ripercorre vicende drammatiche di relazioni affettive concluse in modo tragico, rappresentandole “dal primo incontro all'epilogo finale”.
In ogni puntata ospita interventi di donne scampate alla furia omicida che raccontano come sono riuscite a salvarsi da morti annunciate, e commenti di autorevoli esperti, criminologi e magistrati, volontarie delle associazioni femminili, psicologi come Gianna Schelotto, che in questa serie ha il compito di interpretare la storia e di scavarne i risvolti.

Una trasmissione senza dubbio interessante, e fin dall’inizio controversa.
Da un lato si ripromette di fungere da avvertimento circa tutta quelle serie di episodi che non dovrebbero avvenire all’interno di una coppia, ma che, se succedono, sono il chiaro sintomo di un’anomalia pericolosa: il messaggio, in sintonia con le campagne di sensibilizzazione rivolte alle donne, è che non bisogna fare l’errore di credere di cambiare una persona violenta, e che esistono una serie di comportamenti, di per sé non gravi, che indicano una seria propensione alla violenza estrema. Per questo è stato salutato da molti, soprattutto da molte, come un salutare pugno nello stomaco, capace di svelare al grande pubblico un fenomeno solitamente occultato dai media.
Dall’altro, è evidente la ricerca di un ascolto basato sul gusto, ormai diffuso dai reality e dal gossip, di frugare nella privacy interna di una coppia, e su un sensazionalismo alimentato da scene spesso molto truculente e secondo qualcuno gratuite.

 

L’interrogativo sul programma è ben espresso da un blogger: “L'italiano medio si sente attratto da una trasmissione come "Amore criminale" perché la ritiene un mezzo per acquisire conoscenza su un aspetto terrificante della società, oppure perché vede in essa un modo come un altro per distrarsi e assecondare, al tempo stesso, il proprio voyeurismo?”.

Su questo dubbio si inserisce in modo esplicito Lella Menzio, presidente del Telefono Rosa di Torino, con una lettera aperta alle redazioni, che auspica di contribuire al cambiamento del progetto televisivo così come è stato delineato.
Premessa la sua condivisione sugli intenti degli autori e la sua comprensione sulle concessioni alle esigenze di audience, Menzio esprimeun dubbio lacerante.
“Gli approfondimenti proposti possono incollare allo schermo spettatori attenti e partecipi, amanti del noir, individui interessati ad un approfondimento di dinamiche sociali di grande impatto. Ma possono anche veicolare verso la visione coloro che invece hanno già fantasie di dominio, possesso o persecuzione nei confronti di una donna. Persone il cui equilibrio può essere definito così precario da apprendere dai contenuti della fiction o dei fatti reali raccontati nel programma comportamenti ancora più sadici, oppressivi, violenti”.
Secondo Menzio, l’intero programma è privo di quel momento esplicativo, detensionante e di approfondimento che colloca la vicenda non tanto legata al singolo caso, quanto a realtà che giorno dopo giorno coinvolgono numeri sempre maggiori di vittime e di perpetratori”.

“Io che, come le tante altre volontarie dei Centri Antiviolenza, convivo quotidianamente con storie di straordinaria follia, devo pensare che la fiction possa addirittura costituire una forma di involontario addestramento per coloro che, incanalati in forme di pensiero ancestrale e violento, prendano le storie come esempio per la propria storia futura. Oppure, temo seriamente il rischio che l’impatto emotivo delle scene viste e delle storie raccontate possano destabilizzare ancora di più coloro che hanno un equilibrio personale già piuttosto fragile”.

Ribadendo l’assenza di intenzioni censorie, la presidente di Telefono Rosa sollecita autori e produzione ad una riflessione sull’opportunità di ampliare i confini del programma “eliminando le componenti di maggiore tensione emotiva a favore di spiegazioni accurate” soprattutto per mettere in più chiara luce “come le dinamiche rappresentate non facciano parte dell’orizzonte della violenza patologica o definibile psichiatricamente come malata, ma come i processi di pensiero possono ideare la violenza: fino a renderla poi spietatamente reale”.

Il tema di come si possa fare informazione corretta, utile, interessante e non reticente sulla violenza di genere resta aperto, come circa due anni fa avevano sottolineato anche la Federazione Internazionale Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa.

 

La lettera aperta della presidente di Telefono Rosa

Il sito del programma

Il decalogo della Federazione Internazionale Giornalisti sulla violenza alle donne