La denuncia è grave, e altrettanto grave o perlomeno sospetto è il silenzio con cui è stata accolta. C’è la speranza che si tratti di allarmismo ingiustificato, magari strumentalizzato ai fini di una trattativa aspra o di una competizione in corso tra sigle sindacali. Ma in attesa di smentite convincenti, è doveroso riportarla e chiedere un intervento onesto e chiarificatore a tutte le parti in causa: governo, imprenditori, sindacati autonomi e confederali.
Dunque. Nella futura Alitalia che nascerà, con un inevitabile taglio occupazionale di oltre 3.000 posti fissi e di almeno 2.000 lavoratori precari, ma in cui 12.500 dipendenti della vecchia compagnia di bandiera saranno riassunti dalla nuova società,
pare che non troveranno posto le mamme con bambini piccoli che vorranno esoneri notturni, i part time, i genitori affidatari unici di minori, i lavoratori invalidi e i genitori con figli invalidi a carico.
Il dubbio nasce dall’
accordo sui criteri di assunzione a tempo indeterminato, sottoscritto il 31 ottobre 2008 dalla CAI-Compagnia Aerea Italiana e dai sindacati di categoria di CGIL, CISL, UIL, UGL; accordo per ora respinto dai sindacati autonomi dei piloti e assistenti di volo.
Il documento, siglato in presenza del governo che se ne è fatto garante, è la condizione posta dalla società presieduta da Roberto Colaninno per formalizzare l’offerta di acquisto dell’Alitalia, ripulita dai debiti e dai rami secchi che vengono accollati dallo stato. E fissa per l’appunto i criteri di selezione del personale, nell’ambito di quello già alle dipendenze di Alitalia e di AirOne, basati sulle esigenze organizzative della nuova azienda, sul possesso di abilitazioni e titoli di studio, sulla distanza tra domicilio e sede di lavoro, sull’anzianità di servizio. Tra i criteri preferenziali, richiesto in particolare dalla UIL e definito nel testo come un “ossequio ad esigenze di carattere sociale”, si indica la composizione del nucleo familiare del candidato,
dando precedenza al genitore di minore con handicap grave, a nuclei monoreddito e/o alla presenza di minori in famiglia, ivi comprese se debitamente certificate situazioni di affido e adozione.
Tutto bene dunque? Non proprio. Nel paragrafo successivo, infatti, si legge che CAI non procederà all’assunzione in caso di
limitazioni all’impiego richiesto dalla società, con eccezione dei casi di lavoratrici in astensione obbligatoria o di temporanea inidoneità al servizio. Una frase un po’ astrusa, per i non addetti ai lavori. Ma l’interpretazione che circola, finora non smentita, è la seguente. Poiché la legge vigente, in particolare l’art. 53 del
Decreto legislativo n. 153/2001 (PDF – 156 KB) prevede
l’esonero dal lavoro notturno per le lavoratrici (o i lavoratori padri) con figli di meno di tre anni, e per le lavoratrici o i lavoratori che siano unici affidatari di un figlio convivente di età inferiore a 12 anni (quindi ad esempio le ragazze madri o le donne separate), o che abbiano a proprio carico un familiare disabile, e prevede anche permessi e congedi per l’assistenza, l’impresa avrebbe facoltà di escludere dall’organico proprio queste persone, che non garantiscono una disponibilità oraria adeguata alle richieste dell’azienda. Una selezione dovuta a ragioni oggettive, si intende: dato che le esigenze di carattere sociale sono ufficialmente garantite dall’accordo.
Un’interpretazione malevola, avanzata dalle organizzazioni sindacali che si oppongono all’intesa? Forse. Ma anche un esponente del governo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alla famiglia Carlo Giovanardi, è intervenuto per chiedere di
''non far passare l'idea che vengano discriminate, per ottenere o mantenere un posto di lavoro, le lavoratrici con figli piccoli o problemi di handicap in famiglia''. Così come l’ex ministro della Famiglia Rosi Bindi, Carla Mosca del PD, Maurizio Ronconi dell’UDC. I sindacati confederali negano che questa sia l’autentica interpretazione dell’accordo. E fino a prova contraria, si deve supporre che le cose stiano così. Perché sarebbe veramente strano che un’impresa privata, che usufruisce di provvedimenti speciali con ingenti spese a carico dello stato, fosse esonerata dall’applicare le leggi che tutelano la maternità e i lavoratori in condizioni di disagio. Ma per tacitare le voci e le strumentalizzazioni, non sarebbe inutile una presa di posizione esplicita di tutti i firmatari ai livelli più alti.