13 giugno 2008
La teoria, già supportata da dati, è molto interessante ed è la prima a legare le tematiche, fino ad oggi rimaste nell'agorà degli interventi “sociali” e di “equità”, agli indicatori di crescita economici di un paese. In sintesi accade che senza un maggior apporto alla produzione da parte delle donne l'economia mondiale non cresce sufficientemente. Ancora: nei paesi dove questa partecipazione è alta anche i problemi demografici sono minori.
E' facile intuire la differenza fra vecchie e nuove teorie: è la stessa che passa tra una politica di settore e la grande economia. L'impostazione tradizionale delle politiche a favore della donne, nate nei primi decenni del secolo scorso grazie ai movimenti femministi, le supportavano alla conquista di un ruolo sociale all'esterno della famiglia, accompagnandone, con più o meno successo, in quanto “diversamente maschi”(Donato Speroni), il percorso del fare ciò che tradizionalmente era riservato agli uomini. Adesso invece le donne sono la leva della crescita e dello sviluppo sia perché produttrici nelle attività remunerate (autonome e non) di ricchezza e valore aggiunto, sia in quanto nuovo mercato di consumo. “Women are now the most powerful engine of global growth”, scrivel’Economist.Non solo: in molti Paesi, solo quando le donne lavorano (a condizione di avere servizi sociali di supporto e condivisione di ruoli da parte dei maschi) è possibile fare il secondo figlio o addirittura il primo. Insomma, soprattutto negli Stati più sviluppati, womenomics e demografia vanno di pari passo.
E' la società di consulenza Goldman Sachs che ha dedicato moltissimi studi a questo argomento. L'economista Kevin Daly della GS, afferma che l’aumento dei tassi d’occupazione femminili ha già avuto un ruolo importante nello sviluppo dell’eurozona, con un contributo medio annuo dello 0,4% alla crescita del Prodotto Interno Lordo (Pil). Secondo Daly, il Giappone e l’Italia, che partono da situazioni più arretrate nel campo del lavoro femminile, sono i Paesi che possono guadagnare di più da una riduzione del gap tra occupazione maschile e occupazione femminile. “Non è una coincidenza che l’Italia e il Giappone abbiano i livelli più bassi di occupazione femminile e le peggiori prospettive demografiche”. Daly calcola che se il tasso di occupazione femminile italiano (pari al 46,8% nel 2007) raggiungesse quello maschile (pari a 71,3%) il Pil salirebbe del 21% . Un impatto di questa entità è ancora tutto da dimostrare e probabilmente necessiterebbe di condizioni diverse rispetto a quelle in cui oggi è il paese sopratutto nel mezzogiorno, tuttavia indubbio è che una maggior offerta di lavoro femminile aprirebbe nuove opportunità al sistema produttivo. Invece in Italia per difficoltà del mercato, per endemiche ragioni culturali, ma anche per la discrepanza fra preparazione conseguita e qualità dell'offerta di lavoro, molte donne non cercano neppure una occupazione e soprattutto nel sud lo scoraggiamento accentua i già bassi tassi di occupazione femminile. Non si tratta di far lavorare di più le donne, perché queste nel nostro paese già lavorano molto; basti pensare che è proprio l'Italia a detenere nell'eurozona il record di tempo lavorativo non retribuito: 7 ore e 26 minuti di lavoro quotidiano (remunerato e non) verso ad esempio le 6 ore e16 delle donne in Germania. Ma il lavoro familiare non entra nel calcolo del prodotto interno lordo e si incappa in quello che in statistica viene chiamato il “paradosso della cuoca”: mentre lo stipendio della cuoca entra nel Pil, se la cuoca è moglie la produzione di ricchezza nazionale diminuisce. Sarebbe interessante a tal proposito raccogliere la provocazione di Linda Laura Sabbadini che auspica la messa a punto di un “conto satellite” della contabilità nazionale che rispecchi il lavoro domestico, non solo per meglio redistribuirlo fra i sessi, ma per quantificare lo stock di lavoro ancora esternalizzabile e trasformabile in lavoro remunerato esterno alla famiglia. Ma a detta di Daly non sarebbe questo passaggio di “monetizzazione” del lavoro di cura a produrre i maggiori benefici in termini di sviluppo.
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L’Italia è in ritardo. In America ad esempio oggi la percentuale di lavoro femminile è raddoppiata e le donne detengono quasi la metà dei posti di lavoro. Anche nei Paesi di più recente industrializzazione il lavoro femminile cresce: nelle economie asiatiche emergenti, per ogni 100 uomini ci sono al lavoro 83 donne, una percentuale più alta della media Ocse. Il lavoro femminile è particolarmente importante nel successo delle esportazioni. Nell'area BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) aree a maggior potenzialità di sviluppo, a detta della Goldman Sachs che ha dedicato a ciò uno studio specifico, è l'India il paese a maggior ritardo nell'impiego delle donne, fermo al 36% d'occupazione femminile. Segnali incoraggianti arrivano anche dai Paesi arabi: nel 2006, per la prima volta in Kuwait le donne hanno potuto candidarsi hanno ottenuto due seggi; uno in Bahrain mentre negli Emirati Arabi Uniti hanno vinto quasi un quarto dei seggi. Cresce anche il numero di donne capo di Stato e di governo: con l’elezione di Cristina Kirchner in Argentina dovrebbero essere arrivate a 14 nel mondo. È importante per le donne avere potere politico perché, come è scritto nella Nota aggiuntiva al Rapporto Lisbona preparata in Italia dall’ ex–ministro Emma Bonino e presentata il 23 ottobre dall’ex-primo ministro Romano Prodi, “chi decide determina l’agenda su cui si decide”: è più facile ottenere investimenti per le cosiddette politiche di conciliazione tra famiglia e lavoro se a prendere le decisioni politiche sono le donne.
In economia purtroppo il potere resta ancora degli uomini. La percentuale delle donne nei cda delle società quotate è del 7% nel mondo, del 15% in Usa, inferiore all'1% in Giappone. Cresce anche il numero di donne che si iscrivono all'università e che conseguono poi la laurea (140 donne ogni 100 uomini in USA; 150 in Svezia ma solo 90 in Giappone). Non esiste coerenza fra titolo di studio e progressione nella carriera: se in parte è una scelta femminile quella di orientarsi verso lavori più concilianti, ciò non basta a spiegare i gap esistenti. Uno studio recente di Donna Ginter e Shaulamit b. Kahn, mostra che negli Usa è la decisione di avere figli a penalizzare le donne ma non gli uomini; per il Regno Unito, Gillian Paull dimostra che il differenziale salariale tra uomo e donna cresce drasticamente (dal 10 al 33%) con la nascita del primo figlio e continua a salire fino all'età in cui i figli non diventano indipendenti. Ma questo rappresenta solo il 40% del divario di genere, il restante 60% è pura discriminazione. Eppure le società con più donne al vertice sono quelle che ottengono andamenti azionari migliori. Vari studi affermano che le donne sono anche più brave negli investimenti finanziari. Secondo un’indagine della Merrill Lynch, a differenza degli uomini, le donne evitano di “ruminare” sui loro investimenti, cambiandoli in continuazione con un costoso eccesso di trading e al tempo stesso evitano di impegnare troppo denaro su singole idee troppo azzardate. Nonostante queste virtù il soffitto di cristallo continua a esistere. Ogni anno, racconta il “Financial Times”, la Cranfied University in Gran Bretagna pubblica un indice che segnala l’assenza delle donne nelle posizioni di potere economico.
Interessanti sono le misure applicate dalla Norvegia per promuovere la presenza femminile nei cda: dal 1° gennaio 2006, le società quotate (Asa) alla borsa di Oslo, sono obbligate a riservare alle donne una parte dei posti di amministratore, con l'obiettivo di raggiungere entro 2 anni il 40% degli incarichi. Un recente studio del Center for Corporate Diversity, mostra come queste misure siano efficaci ed abbiano prodotto un reale riequilibrio: a giugno 2007, il 55% delle imprese hanno raggiunto la soglia di legge. Anche le imprese che per non adeguarsi hanno scelto di cambiare il proprio registro (da Asa a As- private limited companies) sono risultate minori rispetto a quelle che invece si sono adeguate. L'Unione Europea ha raccolto e fatta sua l'esperienza Norvegese, indicando con una Comunicazione agli stati membri approvata in gennaio 2008 la strada per una migliore presenza delle donne nelle imprese e nel lavoro. Ma secondo il “Financial Times” la situazione non è poi così tragica, tanto che il giornale inglese, anziché di “glass ceiling”, soffitto di cristallo, preferisce parlare di “glass elevator”, ascensore di cristallo, sostenendo che in realtà le donne hanno un peso crescente nelle imprese più piccole, soprattutto nel settore dei servizi. Già oggi le imprese rosa producono il 25% del fatturato delle imprese in Gran Bretagna. Tale posizionamento spiega in parte la differenza di remunerazione che le donne pagano nel mondo. Infatti dei 110 lavori elencati secondo la classificazione dell’Ilo, International Labour Organization, il 50% delle donne lavoratrici è concentrato in solo undici attività. Tra quelle più fortemente femminilizzate, l’educazione nella scuola materna (14,5 donne per ogni uomo) l’infermeria e l’ostetricia (10,1), le attività segretariali (9,8)i servizi alla persona (9,3),le venditrici e commesse (5,8), le collaboratrici domestiche (5,4.). Sempre nei Paesi Ocse, più del 25% delle donne lavora part-time e questa forma di lavoro è utilizzata per la stragrande maggioranza da donne. E' noto tuttavia che se da una parte il part-time agevola la conciliazione, dall'altra marginalizza i percorsi di crescita e sviluppo professionale e ancor peggio accantona risorse scarse per la previdenza; costruendo in tal modo future sacche di povertà.
Ma cosa succede in Italia?
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L'Italia non si sottrae a questi dati anzi propone un paese nettamente diviso in due se si considerano le variabili fondamentali che influenzano la partecipazione delle donne all'economia: occupazione (domanda e offerta di lavoro) e servizi.
Le donne italiane rappresentano il 57,5% dei laureati nel paese (media appena al di sotto di quella europea che si attesta al 59%) ma il tasso di occupazione registra un distacco del 24% rispetto agli uomini, che sale al 33% nel Mezzogiorno. L'inattività delle donne è dovuta principalmente a due motivazioni: quelle familiari e lo scoraggiamento a causa della scarsità della domanda. Nel primo caso le differenze fra nord e sud del paese sono minimali, mentre nel secondo caso il rapporto è di 1 a 6 ossia a fronte di 150.000 donne nel nord che non cercano lavoro ne esistono 610.000 al sud. Se guardiamo l'offerta di servizi, in particolare di asili nido, il numero di quelli italiani è fra i più bassi d'Europa, e lascia le regioni del Sud in una situazione di quasi assenza di servizio. Solo i tassi di imprenditorialità femminile attestano le regioni del sud in posizioni migliori rispetto a quelle del nord. Il fenomeno è spiegabile con il tentativo di inventarsi un lavoro, dove domanda di lavoro femminile praticamente non esiste.
Solo la mancanza di donne nei CDA è un dato omogeneo a livello nazionale. Prendendo a caso i consigli di amministrazione di alcune grandi società italiane, i dati che si incontrano sono davvero sconfortanti: in Fiat 0 donne su 15 nel cda; nel comitato di sorveglianza di Intesa S.Paolo 1 donna su 19 consiglieri; per amministrare le Generali basta 1 donna che però è spagnola e dà un tocco di esotismo; ma in Finmeccanica, azienda che opera a livello globale nei settori aereospazio, sicurezza e difesa, non ne serve nessuna. Non va meglio neppure nel Made in Italy: alle 17 società quotate nel settore tessile/abbigliamento/accessori, corrispondono 142 posti di amministrazione di cui solo 8 sono occupati da donne, tra cui una sola non fa parte della famiglia controllante.
Non c'è quindi da meravigliarsi, se con questi dati, l'Italia si posiziona all' 84° posto nel rapporto del World Economic Forum sul Global Gender Gap 2007; ultima fra gli stati europei seguita solo dal Giappone tra i paesi ricchi e sviluppati preceduta da Romania, ma persino da Bostwana e Paraguay!
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Le donne piemontesi ottengono, rispetto al resto dell'Italia, migliori risultati e hanno prospettive migliori nel campo dell'istruzione, del lavoro e dell'indipendenza dalla famiglia di origine, ma pagano questa autonomia con una rinuncia o posticipo della scelta procreativa. I dati che emergono dal primo Rapporto sulla condizione femminile in Piemonte, realizzato dall'Ires-Istituto Ricerche Economico-Socialisostiene che con un rendimento scolastico e universitario più alto rispetto alla media italiana, le piemontesi sembrano essere in grado di raggiungere prima l’autonomia: hanno spesso già un lavoro al momento della laurea, non aspettano di avere un posto "per la vita" per iniziare a lavorare e non attendono il matrimonio per incominciare a vivere in modo indipendente. Il tasso di occupazione femminile, attorno al 56% è di circa dieci punti più alto della media italiana e distante solo quattro punti dall'obiettivo di Lisbona (60% per il 2010). Ma il tasso di fertilità è al di sotto della media italiana (1,27 contro 1,33) per scelte legate alla precarietà del lavoro e alle aspettative di un ruolo corrispondente ai livelli formativi alti e per un meccanismo di slittamento in avanti nel tempo delle scelte fondamentali per la costruzione della vita adulta. Le donne laureate trovano meno lavoro degli uomini laureati, ci mettono più tempo e ottengono impieghi più precari, meno aderenti al percorso di studi e con posizioni professionali più basse. Come nel resto d'Italia, poco più di un quarto delle posizioni dirigenziali è affidata alle donne e, comunque, in formule contrattuali soprattutto di tipo dipendente e nell'ambito dei servizi, con buone percentuali solo nel settore pubblico. Buono anche il sistema di welfare locale: il Piemonte è la quarta Regione per disponibilità di posti negli asili nido, con un indicatore rilevato al 2005 del 13,1%; ma si evidenzia l'esigenza di un maggiore intervento pubblico nelle politiche sociali e di conciliazione. Di fronte al crollo delle reti familiari allargate, alle minori possibilità di ricorrere al part-time, a strumenti a tutela per la maternità ancora prevalentemente riservati al lavoro dipendente, mentre il costo del lavoro domestico privato rimane appannaggio delle famiglie più abbienti, si può affermare che il Piemonte vive un problema comune al resto d’Italia: un bisogno di strumenti di diversa natura, legislativi, fiscali e servizi per conciliare famiglia e lavoro. Per quel che riguarda l'imprenditoria femminile il Piemonte si colloca in linea con la media nazionale, avendo superato le 100.000 imprese femminili su un totale di 415.000 (24%)
Che la posizione nazionale sia allarmante è chiara; ma quali strumenti, azioni e politiche si possono mettere in campo?
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Il quadro è chiaro insomma: è importante che le donne escano dalla famiglia per contribuire maggiormente alla produzione di ricchezza nazionale ed anche al benessere del proprio nucleo. Non si può tuttavia pretendere che il peso di questa trasformazione sia totalmente sulle spalle delle donne: non è ragionevole chiedere alle donne un atteggiamento “militante” ovunque; ossia posizioni che le espongano sempre ad una mobilitazione integrale di sé per ottenere spazi e conquistare opportunità che dovrebbero invece essere paritariamente assicurati.
Con la “Nota aggiuntiva al Rapporto Lisbona”, si sottolinea la necessità di una vera evoluzione culturale che metta uomini e donne su un piano di effettiva parità lavorativa, ma anche familiare affinché ci siano ricadute positive nel campo dell’economia, delle condizioni di lavoro e delle scelte come genitori. “Per affrontare”, si legge nella nota “il problema del ruolo delle donne come motore di sviluppo economico e sociale, bisogna adottare una terapia shock per l’occupazione femminile: potenziando le opportunità offerte alle donne nel mondo del lavoro in tutte le sue forme e allo stesso tempo avviare gli strumenti che garantiscano una relazione reciproca fra flessibilità e sicurezza, tra esigenze dei datori di lavoro e le esigenze delle persone che lavorano ed in particolare delle donne… altrettanto importante sarà delineare un welfare adeguato ai nuovi bisogni della società italiana.” Si tratta quindi di continuare in modo più incisivo con quelle che gli economisti chiamano Affermative Action: quote rosa, obiettivi sull’occupazione femminile nelle aziende a tutti i livelli gerarchici, incentivi per le imprese che assumono e promuovo le donne e per la creazione di imprese femminili, come già introdotte nelle finanziarie 2007, 2008 e nel protocollo del Welfare del 23 Luglio 2007. Ma forse la radice del problema è più profonda. Lo sviluppo di servizi pubblici per l’infanzia ed una maggiore flessibilità nei tempi di lavoro per uomini e donne sono pre-condizioni per l’aumento della presenza femminile e per raggiungere pari opportunità. Puntare solo sulle affermative action potrebbe dare una chance in più alle donne ma non necessariamente alle madri. Convergono le tesi di D. Del Boca e di P. Profeta sulla necessità di lavorare di più su politiche di incentivo per i padri. Non è infine da sottovalutare un altro aspetto per l’aumento della presenza femminile nel mondo del lavoro: la tassazione differenziata del reddito. Le analisi di Daly convergono con quelle di Alesina ed Ichino sul fatto che l’offerta di lavoro femminile è fortemente elastica, contro una sostanziale rigidità di quella maschile, e che nelle nazioni dove le tasse sul “second earners” sono alte è difficile trovare donne che scelgano fra figli e lavoro a favore di quest’ultimo. Detassare il reddito delle donne, come suggeriscono Alesina e Ichino, a fronte di una aumento della tassazione di quello maschile, e quindi a costo zero per l’erario, può essere una leva per rendere conveniente lavorare e quindi partecipare alla produzione di ricchezza del paese? La tesi merita un approfondimento. La possibilità di influire sul livello occupazionale delle donne, sommando una più adeguata politica dei servizi a un uso strategico della leva fiscale, è analizzata anche da T. Addabbo, G. Indiretto, A. De Sanctis che si soffermano sulle tre principali proposte in campo, tutte rilanciate da recenti interventi nel dibattito economico e politico:
· la tassazione di genere, ovvero la definizione di aliquote differenziate per l’imposta sui redditi da lavoro, a vantaggio delle donne, che oltre a risarcire il lavoro riproduttivo non retribuito svolto dalle donne, potrebbe agire da volano per l’occupazione femminile compensando i fattori di scoraggiamento dovuti al divario salariale;
· il credito d’imposta per la cura dei figli e dei familiari non autosufficienti, vincolata a soglie di reddito e alla condizione che entrambi i coniugi lavorino, sostenuta da Tito Boeri e Daniela Del Boca;
· l’introduzione di un quoziente familiare, cioè una aliquota fiscale sulla base del reddito pro-capite della famiglia anziché del singolo, che sembra venire incontro all’esigenza di valorizzazione del lavoro di cura e di maggiore libertà di scelta individuale, ma solleva dubbi sul piano dell’equità e, rispetto al punto che qui interessa maggiormente, finirebbe per disincentivare l’occupazione dei componenti la famiglia con minori prospettive di reddito da lavoro, quindi non avrebbe un effetto positivo sull’occupazione femminile.
Le possibilità sono molte, resta da vedere la disponibilità delle istituzioni, dei governi nazionali e locali e quella dei differenti attori economici ad investire.
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- Womenomics: l’economia al femminile, di Donato Speroni (PDF, 563 KB);
- A guide to Womenomics, dall’Economist, 2007 (in inglese) (PDF, 110 KB)
- “Donne Lavoro e crescita”. Nota aggiuntiva al Rapporto sullo stato d’attuazione del Programma Nazionale di Riforma 2006-2008 - Consiglio dei Ministri – 2007 (PDF, 229 KB);
- The Gender Gap, World Economic Forum - Rapporto 2007 (in inglese) (PDF, 22 MB) ;
- Gender Inequality – Growth and Global Ageing, Goldman Sachs – 2007 (in inglese) (PDF, 376 KB);
- Gender based taxation and division of Family chores, di Alesina, Ichino, Karabarbounis Novembre 2007 (in inglese) (PDF, 353 KB);
- The Bottom Line: Corporate performance and women’s representation on boards -Tabelle da Catalyst – 2007 (PDF, 55 KB)
- Maternità Lavoro e Discriminazioni, a cura di Valentina Cardinali – ISFOL – 2007 (PDF, 2,8 MB),
- Donne e Lavoro Atipico: un incontro molto contraddittorio, diG.Altieri, G.Ferrucci, F.Dota – Rapporto IRES – 2008 (PDF, 721 KB)
- Fiscalità e offerta di lavoro: una prospettiva di genere, di T.Addabbo, G.Indiretto, A.De Sanctis – Collana Studi Isfol – Marzo 2008 (PDF, 1,2 MB)
- Donne. Primo Rapporto sulla Condizione Femminile in Piemonte - Marzo 2008 (PDF, 1 MB)
Aliquote rosa: tre proposte, da La Voce