Commissione Regionale di Pari Opportunità

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Consigliera di Parità Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






In primo piano



Quote SI’! Per garantire la rappresentanza di genere nelle aziende e nella politica

04 agosto 2011

Una corrente molto favorevole sta portando a casa importanti risultati in tema di rappresentanza di genere nei luoghi decisionali. Primo fra tutti, l’approvazione della legge che garantisce a livello nazionale le quote di genere nei Consigli di Amministrazione (CDA) delle aziende quotate in borsa. Anche il Parlamento Europeo ha recentemente approvato una risoluzione per il raggiungimento di quote più favorevoli per le carriere al femminile al fine di non disperdere competenze e intelligenze con “le carte in regola” per far crescere l’economia di un’Europa in crisi. Nel paese quel fermento femminile “dal basso” che da mesi cresce nelle reti informali del web come nelle piazze, sta producendo ripensamenti anche in politica dove arrivano proposte per cambiare le regole della politica.

 

Il Parlamento europeo (viste le premesse):
- accoglie con favore le misure annunciate dalla Commissione il 1° marzo 2011, e in particolare l’intenzione di quest’ultima di proporre una normativa europea
nel 2012 qualora le imprese non riescano a realizzare con misure volontarie l’obiettivo di una rappresentanza femminile del 30% nei loro organi decisionali entro il 2015 e del 40% entro il 2020;

- esorta le imprese a raggiungere la soglia critica del 30% di donne tra i componenti degli organi direttivi entro il 2015 e del 40% entro il 2020;
-constata un netto progresso della rappresentanza femminile in Norvegia a seguito dell’adozione, nel 2003, di una legislazione che richiede una quota minima
del 40% di membri di ciascun sesso in seno ai consigli di amministrazione delle imprese quotate in borsa con un organico superiore a 500 dipendenti, e che prevede sanzioni efficaci in caso di mancata osservanza;

(Risoluzione del Parlamento europeo del6 luglio 2011 sulle donne e la direzione delle imprese )

 


Indice dell’articolo

Le quote di genere nei CDA delle aziende partecipate

Anche in Piemonte si progettano nuove regole per le nomine e gli incarichi pubblici

L’Unione Europea spinge sull’acceleratore delle quote

Politiche in-differenti (Le quote di genere nella rappresentanza politica statistiche di genere

In Piemonte una proposta di legge per il riequilibrio della rappresentanza

Doppia preferenza anche a livello nazionale: arriva la proposta di legge

Una questione di quote: il caso del Comune di Roma

Approfondimenti

 

 

Le quote di genere nei CDA delle aziende partecipate

Risale a fine giugno il sì definitivo della Camera alla proposta di legge bipartisan Golfo-Mosca sulla parità di accesso agli organi delle società quotate e a controllo pubblico. A due anni dalla presentazione della prima proposta di legge a prima firma Lella Golfo, e di Alessia Mosca si è concluso l'iter del ddl sull'introduzione delle quote di genere nella composizione dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali delle società quotate e pubbliche.
Il testo di legge prevede che, al primo rinnovo, un quinto dei posti dei board e dei collegi sindacali siano riservati al genere meno rappresentato. Al secondo e al terzo rinnovo, invece, la quota dovrà salire ad un terzo dei membri dei cda. La sanzione per le società quotate inadempienti sarà un richiamo della Consob con tempo quattro mesi per adeguarsi. Al termine del periodo, qualora la società non abbia provveduto, è previsto un secondo richiamo della Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) e una multa pecuniaria fino a un milione di euro per i cda. Se l’inadempienza sarà riscontrata dopo altri tre mesi il board o il collegio sindacale decadrà. La Consob ha il compito di elaborare un regolamento entro sei mesi che detti le regole in materia di violazione, applicazione e rispetto delle disposizioni in materia di quote di genere, anche in riferimento alla fase istruttoria e alle procedure da adottare. Anche nella composizione degli organi di controllo societario delle società quotate si applicherà il criterio di riparto tra i generi previsto per i componenti del Consiglio di amministrazione.
I tempi di applicazione saranno ancora un po’ lunghi, in quanto l'entrata in vigore della legge è stata prevista a 12 mesi dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, e la prossima tornata di assemblee della primavera 2012 non sarà ancora toccata dalla nuova normativa. Questa prima scadenza sarà però una prima prova generale per le aziende che dovranno attrezzarsi per affrontare il cambiamento. Le previsioni? Entro 9 anni, termine della legge, 700 donne in più nei board rispetto ai numeri attuali e 200 nei collegi sindacali.
Gli ultimi rinnovi hanno dato timidi segnali positivi: le donne nei board italiani sarebbero solo il 7,2% del totale, in crescita rispetto al +6,8% del 2010. Nei collegi sindacali, invece, si è registrata una lieve frenata: 6,9% contro il 7% del 2010. In aumento le donne fra i sindaci supplenti, salite al 16,4% dal 14,6% precedente.
Il voto in Parlamento rappresenta quindi una svolta per portare il Paese al passo con quanto sta avvenendo nel resto d'Europa. In Svezia, infatti, le quote di genere sono già legge dal 2006 e due anni dopo l'obiettivo del 40% era già stato raggiunto. Nel 2007 è stata la volta della Spagna che ha fissato il target del 40% per il 2015, mentre in gennaio il parlamento francese, con il supporto anche della Confindustria locale, ha votato a favore della nuova norma che obbliga le società quotata a raggiungere dal 12% attuale il 20% entro il 2014 e il 40% entro inizio 2017.
In Germania per lesocietàdel Dax30 (il Principale Indice Azionario della Borsa Tedesca)l'obiettivo è quello di raggiungere il 30%; lo stesso al quale dovranno aspirare "volontariamente" tutte le società tedesche quotate entro il 2018 per evitare un'imposizione per legge. In Uk, infine, il consulente del Governo Lord Davies of Abersoch ha suggerito che le società del Ftse100 arrivino al 25% di presenze femminili nei board entro il 2015 .

Quote tra pro e contro

Il tema delle quote non è del tutto pacifico e trova pareri contrari. I motivi? Rischia di “scavalcare” il criterio che ogni azienda, sensatamente mirata alla crescita e al successo, dovrebbe favorire, cioè quello del “merito”. E’ questa l’argomentazione dei detrattori delle quote che non vedono di buon occhio il vincolo del genere nelle scelte. Non basandosi sulla volontarietà non potrà portare ai benefici della diversità in azienda, quantificati da molti studi, in termini di efficienza e migliori risultati. E’ vero le aziende sono maschiliste e per questo perdono delle opportunità rispetto alle loro performance ma i cambiamenti non possono essere imposti, ci vuole tempo perché cambi la mentalità.
Sempre i contrari vedono l’opzione quote come un vicolo cieco in cui emergerà una piccola casta di super-gettonate "gonne dorate" (come in Norvegia) o di parenti e amiche che avranno effetti devastanti verso le veramente brave: quando all'interno di un gruppo mi è difficile distinguere tra chi è capace e chi no, per andare sul sicuro considero tutti inaffidabili. Accade anche per gli uomini, si ribatte. Quindi per rimediare a un male ne creiamo un altro?

Per questi motivi l’applicazione delle quote, che nel nostro paese avverrà molto gradualmente, dovrà essere accompagnata da attente azioni che accompagnino il processo. Chi è favorevole alle quote vede in queste, infatti, un’importante opportunità per iniziare ad introdurre le donne proprio nei luoghi a loro oggi preclusi perché quel “criterio di merito” è troppo poco applicato. Le donne forti di una progressiva crescita delle competenze, a partire dalle prestazioni scolastiche, non trovano tuttora un adeguato riconoscimento quando affrontano il mondo del lavoro. Non a caso sono nati negli ultimi anni network al femminile, gruppi di pressione che cercano di aggredire proprio la mentalità aziendale tuttora maschilista e preclusa alle differenze di genere e non solo. Le donne vogliono contare, poter esprimere le proprie competenze e per questo hanno bisogno di un punto di partenza. Conterà molto la solidarietà di genere che sapranno davvero mettere in campo e che potrà favorire l’affermarsi di un nuovo modello di management femminile, relazionale e non competitivo, piuttosto che incorrere negli errori che il management maschile ben conosce. La sfida è aperta.

Il testo di legge

 

Donne e direzione delle imprese
Risoluzione del Parlamento europeo del6 luglio 2011 sulle donne e la direzione delle imprese (2010/2115(INI))

 

Anche in Piemonte si progettano nuove regole per le nomine e gli incarichi pubblici

In Piemonte è al vaglio una proposta di legge regionale per assicurare un'equilibrata rappresentanza di ciascun genere nell'ambito degli organi di direzione, indirizzo, gestione e controllo di Enti e organismi anche per le nomine di competenza regionale.

La proposta di legge regionale n. 71 risale al 29 Settembre 2010 ed è stata depositata dalla Consigliera Monica Cerutti, prima firmataria, a integrazioni alla legge regionale 23 marzo 1995, n. 39 “Criteri e disciplina delle nomine ed incarichi pubblici di competenza regionale e dei rapporti tra la Regione ed i soggetti nominati”.

Una proposta condivisa da Consiglieri di maggioranza e di opposizione e che ha già svolto parte del suo iter acquisendo il parere delle varie commissioni. «Da settembre – conferma Monica Cerutti – sarà una priorità promuovere la ripresa delle attività per la promulgazione della legge».

Parere positivo è stato avanzato dalla Commissione Regionale Pari Opportunità, che in un documento depositato e letto in 1^ Commissione, ha sottolineato trattarsi di «una positiva proposta volta a riequilibrare la presenza di genere all’interno delle nomine di secondo grado di competenza del Consiglio regionale e della Giunta, dove l’accesso non viene regolato da criteri e modalità di selezione universalistici ma attraverso rapporti fiduciari e su segnalazione di soggetti organizzati, quali partiti, associazioni e stakeholder».

«Garantire le quote non significa avere vantaggi a priori per le donne, anzi è opportuno garantire un sistema di valutazione omogeneo relativamente a quelle che sono le capacità dei singoli individui.- spiega Cristina Corda presidente della Commissione - E’ però giusto garantire la presenza femminile a livello normativo perché la storia ci insegna che la scelta finirebbe per essere al maschile».

Pare positivo anche dalla Consigliera di Parità Regionale, che ne condivide finalità e impegno.

La norma prevede che nelle nomine, in seno allo stesso Istituto, Ente od organismo debba essere garantita la presenza di entrambi i generi in misura non inferiore al 40 per cento, nel rispetto dei principi di pari opportunità e non discriminazione, al fine di assicurare un'equilibrata rappresentanza di ciascun genere nell'ambito degli organi di direzione, indirizzo, gestione e controllo,.

Disposizioni che anche la Giunta Regionale dovrà rispettare, per le nomine di propria competenza e che sarà valida anche in caso di sostituzione di una persona.

Le donne stanno richiedendo impegni chiari in tema di nomine anche per quanto riguarda il Comune di Torino. Apprezzando la scelta di Fassino di avere metà della sua giunta composta da donne e ricordando il suo impegno per la rappresentanza femminile espresso in campagna elettorale, il Collettivo Civico Donne ha inviato una lettera al Sindaco, per chiedere che anche per il rinnovo delle future cariche nelle aziende di cui il Comune è azionista, sia applicata la regola del 50% donne e 50% uomini.

«Le chiediamo di intervenire in modo vigoroso - scrivono in una lettera a Fassino - per applicare il principio dell'equa rappresentanza anche nelle nomine di secondo livello in sede di rinnovo delle cariche». Il Collettivo Civico Donne ha evidenziato, infatti, che la situazione in 25 delle 29 aziende partecipate dal comune conta 53 uomini sulle 66 cariche disponibili. «Crediamo - prosegue la lettera - che sarebbe importante dotare qualche azienda partecipata di 2/3 di incarichi femminili allo scopo di sperimentare nuovi modelli di organizzazione del lavoro, di welfare e di conciliazione».

La richiesta di un incontro prima dell’estate è stata accolta e il 26 luglio il Sindaco ha affermato la sua intenzione di tener fede alle promesse fatte in campagna elettorale al fine di riequilibrare la rappresentanza di genere e di estenderle al rinnovo delle cariche delle posizioni apicali delle aziende partecipate e, inoltre, di essere disposto ad anticipare il dettato della recente legge sulle quote rosa nei C.d A.

Il Sindaco ha invitato il Collettivo Civico Donne a esercitare azioni di sensibilizzazione e pressione nei confronti di tutti gli enti co-nominanti (Regione, Provincia, Università, Fondazioni bancarie, Camera di Commercio, Unione Industriale, Ascom, associazioni di categoria. ecc.) ed ha accolto molto favorevolmente l’idea di sollecitare le segreterie dei partiti a sostenere, in sede di nomina, le donne della società civile.

 

Parere della Commissione Regionale Pari Opportunità

 

L’Unione Europea spinge sull’acceleratore delle quote

 

Attualmente le donne occupano il 10% delle direzioni e solo il 3% delle presidenze dei consigli di amministrazione delle più grandi società europee quotate in Borsa. Con i ritmi di crescita attuali, mezzo punto percentuale all’anno, occorreranno altri 50 anni prima che gli organi dirigenziali delle imprese siano composti almeno per il 40% da donne.

Prendendo ad esempio le quote norvegesi, il Parlamento europeo ha accolto le iniziative di Francia, Paesi Bassi e Spagna nel raggiungere le soglie e ha adottato una risoluzione non vincolante redatta dalla vicepresidente Rodi Kratsa-Tsagaropoulou (PPE, EL) e adottata con 534 voti favorevoli, 109 voti contrari e 29 astensioni. La risoluzione stabilisce che a partire dal 2015 le donne dovranno coprire il 30% delle alte dirigenze nelle più grandi società comunitarie quotate in borsa e il 40% dal 2020. Se le misure su base volontaria per aumentare il numero delle donne nelle posizioni decisionali dovessero rivelarsi fallimentari, si dovrà applicare la legislazione europea. Le quote rose sono legge e non solo in Italia.

Nel corso del dibattito in Aula la relatrice ha dichiarato che “l’Europa non può permettersi di non sfruttare il talento! Rafforzare il ruolo delle donne nei consigli di amministrazione delle aziende non riguarda solo l’etica e l’uguaglianza, ma è anche essenziale per la crescita economica e per un mercato interno competitivo. Con l’adozione della relazione sulle donne e la direzione delle imprese, il Parlamento europeo ha inviato un messaggio forte a governi, parti sociali e imprese in Europa”.

Ma anche altre imprese, non soltanto quelle più grandi, dovrebbero bilanciare la rappresentanza di genere e a questo scopo la Commissione dovrebbe pianificare una road map. Il Parlamento ha ribadito che le assunzioni negli organi di dirigenza delle imprese dovrebbero essere basate sulle competenze, sulle qualifiche e sulle esperienze del candidato. Studi hanno dimostrato che le compagnie con una percentuale più alta di donne tendono a produrre migliori risultati economico-finanziari.
Per permettere a un numero maggiore di donne di assumere posti dirigenziali, Commissione e Stati Membri dovrebbero mettere in atto nuove politiche come la promozione dello sviluppo delle capacità individuali delle donne in seno all’impresa, attraverso corsi di formazione specifici e altre misure di supporto professionale, ad esempio regimi di tutoraggio e collegamento in rete. Allo stesso tempo, gli Stati Membri dovranno introdurre misure speciali, come l’assistenza ai bambini, alle persone anziane, incentivi fiscali per le aziende o altri tipi di compensazione che consentano a donne e uomini che lavorano nelle imprese di conciliare la vita familiare con quella professionale.

Il Parlamento Europeo chiede le quote

 

Politiche In-differenti: il rapporto delle donne con la partecipazione politica

"Politiche in-differenti. Donne nella ricerca, nella politica e nei movimenti femministi insieme per capire il rapporto tra donne e politica": questo il tema del confronto che si è tenuto giovedì 30 giugno nella Sala Lauree della Facoltà di Scienze Politiche di Torino, promosso dal Cirsde con il Laboratorio politico delle donne ed il Centro studi e documentazione del pensiero femminile. Un confronto, voluto dopo la tornata elettorale, cui hanno partecipato studiose e rappresentanti di associazioni o movimenti che portano avanti la riflessione nella società civile ma anche numerose donne con incarichi nei partiti e nelle istituzioni.

Il confronto ha preso il via, con l’introduzione di Cristina Bracchi del Cirsde, sul tema: “Come votano le donne, quanto votano, per chi votano?” che ha messo in evidenza la carenza di ricerche specifiche che facciano emergere il problema. «Donne e uomini hanno differenti ruoli all’interno della società e ineguale accesso alle risorse, quindi risentono in modo diverso delle politiche e misure che vengono messe in atto. – ha spiegato Stefania Doglioli - Se ci sono problemi, o carenze nelle statistiche e nell’approccio di genere adottato, diminuirà la possibilità di individuare politiche adeguate per risolvere i problemi sociali ed economici del paese. Non solo, le statistiche di genere possono contribuire a rompere stereotipi e vecchie tradizioni. Come l’idea diffusa che nei Paesi dove le leggi garantiscono maggiormente uguaglianza le persone possono pensare che ormai l’uguaglianza sia raggiunta e non sono coscienti delle tante vie attraverso le quali si evidenzia la discriminazione».

Alcuni dati sono stati sottoposti all’attenzione:
- Tra i 1.184 sindaci eletti le 118 donne, rappresentano una percentuale del 10% mentre dei quasi 4.000 candidati in corsa per la poltrona da sindaco il 15 e 16 maggio, erano donne solo 557, cioè il 14% del totale.

- Mentre nelle nuove giunte “di genere” la percentuale di donne raggiunge il 44%, la percentuale di consigliere comunali (ossia delle elette) continua ad essere sostanzialmente bassa, inferiore al 20%. Bologna è la città più amica delle donne, con il 32,43% di donne elette, mentre Napoli detiene il numero più basso di rappresentanti femminili, con solo 5 donne su un totale di 49 consiglieri comunali.
Sette donne su quarantun consiglieri comunali nella sala rossa del Comune di Torino -2% rispetto alle scorse elezioni.

- I sondaggi dicono che le quote lasciano perplesse soprattutto le donne del Pdl. Il 30 per cento delle elettrici di destra e il 29 per cento di quelle di centrodestra credono che non servano e ritengono che la presenza femminile sia così bassa nei luoghi del potere perché alle donne la politica non interessa

Il confronto ha inevitabilmente affrontato l’esperienza dell’ultima tornata elettorale che ha visto novità significative ma anche il perpetuarsi di vecchi problemi di una politica che parla poco al femminile e che ha regole interne ai partiti, che generalmente riservano alle donne ruoli da "gregari". Sul tema è intervenuta Carla Quaglino, Casa delle donne di Torino con una riflessione portata avanti dall’associazione e che ha messo in evidenza lo scarso sostegno apportato dai partiti alle donne anche quando hanno valorizzato la loro presenza nelle liste elettorali.
Nel mirino anche la legge elettorale vigente, che non offre alle donne e ai giovani, cioè a chi potrebbe emergere nella politica, alcuna possibilità per farlo senza la sponsorizzazione forte dei partiti. Una riflessione è stata proposta, inoltre, circa l’introduzione dell′obbligo di "quote rosa" nelle liste elettorali per le elezioni degli organi elettivi di tutti i livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), ossia il principio per cui le liste elettorali debbano essere composte da un "numero pari" di uomini e donne pena l′inammissibilità delle stesse;

Molte le testimonianze sul tema “Donne in politica: punti deboli nelle relazioni politiche donna-donna donna-uomo?” che ha visto esperienze significative come quelle dalla deputata Fulvia Bandoli, di Maria Teresa Silvestrini - Cirsde, Pierangela Mela - Collettivo civico delle donne Comune di Torino e di esperte come Marila Guadagnini - Università degli studi di Torino, Gabriella Rossi e Ferdinanda Vigliani - Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile.
Donne nei partiti e nelle istituzioni” è il confronto proposto a donne che abitano o hanno abitato la politica: Paola Bragantini, Seg. Provinciale PD, Monica Cerutti, consigliera regionale SEL, Maria Grazia Pellerino, Assessora istruzione Comune di Torino Cristina Spinosa, Assessora Pari Opportunità Comune di Torino, Maria Magnani Noja, ex sindaca di Torino.

UNA RICERCA DELL’ISTAT (2006) Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere

In Piemonte una proposta di legge per il riequilibrio della rappresentanza

E’ recentemente approdata in Consiglio regionale la Proposta di legge che intende modificare le regole per la votazione del Presidente della Giunta regionale e del Consiglio al fine di garantire una più equilibrata rappresentanza di genere nei risultati elettorali.

La proposta di legge “Disposizioni in materia di votazione per l’elezione del Presidente della Giunta regionale e per l’elezione del Consiglio regionale, di predisposizione della scheda elettorale e di espressione del voto di preferenza” è stata presentata dalla Consigliera regionale Eleonora Artesio, prima firmataria esottoscritta da tutte le Consigliere regionali di opposizione e anche alcune della maggioranza, e prende esempio dalla legge regionale del 27 marzo 2009, n. 4 adottata dalla Regione Campania propone nuovi strumenti e meccanismi per favorire il riequilibrio della rappresentanza per le votazioni regionali che ha introdotto la facoltà di esprimere una doppia preferenza per l’elezione dei consiglieri regionali, purchè riguardante un candidato di genere maschile e l’altra un candidato di genere femminile.
 
Una formula sperimentata con successo dalla legge campana alla prima applicazione pratica - elezioni regionali 2010 – ha determinato che le donne elette al Consiglio Regionale della Campania siano, infatti, passate da due a quattordici su sessanta (dal 3,35 al 23,3%).
 
La scarsa presenza delle donne nelle assemblee elettive italiane è determinata sì da fattori culturali e sociali ma è anche il risultato del comportamento dei partiti politici che, a differenza di quelli di altri paesi, non si sono misurati con l’obbligo di promuovere le candidature femminile. Di qui l’idea di proporre un correttivo che «pur senza incidere sul contenuto dei diritti di elettorato attivo e passivo, e senza configurare un “trattamento preferenziale” - si spiega nella relazione introduttiva alla proposta - può rivelarsi molto efficace per evitare che l’obiettivo dell’incremento della presenza delle donne nel Consiglio regionale perseguito solo mediante l’inserimento nelle liste di una certa percentuale di donne, rimanga irrealizzato».

 

La legge campana in più introduce una vera e propria azione di gender based, in quanto impone ai partiti politici di attribuire rilevanza al fattore “genere” nella presentazione delle liste elettorale e di candidare obbligatoriamente una predeterminata percentuale di uomini e donne, “in ogni lista nessuno dei due sessi può essere rappresentativo in misura superiore ai 2/3 dei candidati”.

Negli ultimi anni, nonostante la legge quadro 2 luglio 2005 n. 165, abbia tralasciato del tutto la questione delle pari opportunità in materia di rappresentanza politica, sono state approvate numerose leggi elettorali regionali che hanno imposto riserve di posti per le candidature femminili (Valle d’Aosta, Puglia e Lazio, oltre che la Campania), mentre altre (Toscana e Sicilia) stabiliscono che i candidati di ogni lista devono essere inseriti secondo un criterio di alternanza fra uomini e donne.

 

La legge campana, passato il vaglio della prova elettorale, ispira la proposta di legge piemontese che all’art.1 prevede la possibilità di esprimere una doppia preferenza sulla scheda elettorale con il vincolo del genere e all’art. 2 l’istituzione di una percentuale di genere da rispettare nelle candidature e una parità di accesso nei programmi di comunicazione politica.

Una norma finalizzata a rendere effettiva la regola costituzionale dell’eguaglianza tra i sessi nell’accesso alle cariche elettive, intendendo la partecipazione attiva alla politica, diritto/dovere cui le donne devono poter accedere in condizioni di reale parità con gli uomini.

La proposta di legge, apprezzata dalla Commissione Regionale Pari Opportunità, come precisa la Vice Presidente Laura Onofri trova fondamento nell’impegno “che la Regione Piemonte può vantare nello specifico riconoscimento della soggettività e del protagonismo delle donne nell’ambito degli organismi istituzionali” e soprattutto nel nuovo Statuto della Regione Piemonte che ha, per la prima volta, dato rilievo statutario alla materia delle pari opportunità tra uomini e donne attraverso la previsione dell’articolo 13, contenuto nel Titolo I dedicato ai principi fondamentali. Il comma I, prevede che la Regione rimuova “con apposite leggi e provvedimenti, ogni ostacolo che impedisce la piena parità nella vita sociale, politica, culturale ed economica” e inoltre, il comma II del medesimo articolo enuncia “La legge assicura uguali condizioni di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive nonché negli enti, negli organi e in tutti gli incarichi di nomina del Consiglio e della Giunta regionale”. Inoltre l’obbligo di adoperarsi per il raggiungimento della cosiddetta democrazia paritaria è stato costituzionalizzato con l’introduzione, nell’art. 117 Cost., del comma VII, secondo cui “le leggi regionali […] promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alla cariche elettive”.

 

La relazione introduttiva fa riferimento, inoltre, ad alcuni primati del Piemonte nell’istituzione, ad esempio, della la prima Consulta Regionale Femminile istituita in Italia e della prima Consulta delle elette istituita con legge regionale, oppure ancora per l’istituzione della figura dell’animatrice di parità nell’ambito del Fondo Sociale Europeo. La Commissione Regionale per le Pari Opportunità del Piemonte è l’unica istituzione di parità in ambito nazionale ed europeo intervenuta per proporre modifiche ed integrazioni in un’ottica di genere nella fase di consultazione sul “Libro Bianco sulla governance” adottato dalla Commissione Europea.

 

 

E se in Giunta ci sono solo uomini?

Il quesito è stato sollevato in seno alla Commissione Regionale Pari Opportunità: alcune giunte comunali, anche dopo l’ultimo rinnovo elettorale, sono completamente maschili. La curiosità di sondare quante siano e di quali comuni, stimolata anche dal ricorso del TAR che ha bloccato la giunta del Comune di Roma, ha evidenziato alcune realtà comunali per nulla virtuose in fatto di pari opportunità. Tra queste le città di Trofarello e di Ciriè.

Al Sindaco è stata, quindi, inoltrata una lettera in cui si segnala l’impegno che l’art.6 del comma 3 del Testo Unico sugli enti locali del 2000 affida agli amministratori nel “promuovere la presenza di entrambi i sessi nelle giunte e negli organi collegiali” del Comune o della Provincia. La lettera comunica con decisione al Sindaco l’intenzione della CRPO di intraprendere ogni azione utile per favorire il superamento della situazione e invita il sindaco a un’audizione in CRPO.

«L’idea è quella di attivare un osservatorio che ci permetta di monitorare tutte queste situazioni - spiegano alla CRPO – su cui vorremmo intervenire in modo concreto ed efficace. Ci pare anacronistico oltreché ingiusto, ed è quanto abbiamo scritto sulle lettere ai sindaci, che nel 2011si possa pensare anche solo di formare una giunta così fortemente discriminatoria verso il genere femminile, rinunciando a competenze, capacità e talenti femminili che, siamo sicure, sono presenti in tutti i comuni».

 

Proposta di legge regionale

 

 

Doppia preferenza anche a livello nazionale: arriva la proposta di legge

L’ultima tornata elettorale presenta dati confortanti per la rappresentanza femminile. La media di donne nelle Giunte comunali passa dall’ultimo 18% al 30% grazie anche alle numerose campagne avviate in questi anni per la promozione delle donne nei luoghi decisionali e alla scelta significativa di alcuni neo sindaci di garantire una parità di genere nella rappresentanza. Un passo avanti che, secondo il commento fornito dal Ministero alle Pari Opportunità “dimostra una maggiore attenzione a tutti i livelli e, quindi, una maggiore consapevolezza della necessità di dare adeguata rappresentanza alle donne in politica”. Soddisfazione anche da parte dell’Anci che raccoglie i risultati della Campagna lanciata insieme all’Associazione nazionale comuni italiani con la quale si invitavano i candidati Sindaco ad assumere l’impegno per un’equa rappresentanza di genere nella formazione delle giunte.

Per rafforzare l’azione di spinta per garantire criteri maggiormente premianti e valorizzanti per le donne è stato avviato l’iter presso la Camera dei deputati, del disegno di legge del governo che introduce la doppia preferenza di genere per le Comunali e rafforza la presenza femminile nelle liste per le Provinciali. Un provvedimento teso ad aumentare il numero delle donne negli enti locali, per colmare il divario esistente tra uomini e donne, ma lasciando libertà di scelta agli elettori.
Un provvedimento che, come indicato nelle premesse al testo di legge proposto, intende introdurre disposizioni finalizzate ad assicurare le pari opportunità nelle procedure per l’elezione dei consigli comunali e provinciali, nonché a potenziare le pari opportunità nelle norme contenute negli statuti comunali e provinciali e a rendere effettiva la disposizione contenuta nell’articolo 57 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, che assicura l’equilibrio tra i sessi nella costituzione delle commissioni di concorso per l’accesso al lavoro nella pubblica amministrazione.

Secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto di Cittalia, fondazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) per le ricerche, al luglio 2010 e, quanto alle province, dai dati forniti dall’Unione della province d’Italia (UPI), aggiornati al dicembre 2010: la presenza femminile nei consigli comunali si attesta su un totale di 14.663 donne rispetto a 63.645 uomini; la presenza femminile nelle giunte comunali è pari a 5.123 donne a fronte di 21.089 uomini. Svolgono principalmente l’incarico di assessore e di consigliere, con percentuali rispettivamente pari al 19,5% e al 18,7%. Nei 107 consigli provinciali la presenza femminile è di 391 donne, pari al 13% del numero complessivo dei consiglieri provinciali., allo stato attuale, solo 13 sono amministrate da presidenti donne, con una percentuale pari al 12%, gli assessori donne sono pari al 17% del totale, mentre i consiglieri donne rappresentano il 13% del totale.

Inoltre, la componente femminile non è presente in misura adeguata nelle giunte, negli organi collegiali dei comuni e delle province, nonché negli enti, aziende e istituzioni dipendenti da tali enti locali. Inoltre, molti studi comparativi segnalano come in Europa, ai livelli locali, si verifichi un appiattimento al ribasso delle percentuali di presenza femminile. Tra i Paesi virtuosi si segnala la Lettonia, con il 33% di sindaci donne, mentre in altri Paesi tale percentuale varia dal 20% della Svezia al 10% della Francia.

Disposizioni in materia di pari opportunità nell’accesso agli organi elettivi e dal lavoro nelle amministrazioni pubbliche

Le quote rosa: un po’ di storia

Una questione di quote: il caso del Comune di Roma

Approvare una norma e poi dimenticarsela. Succede, talvolta, rendendo inefficaci scelte ponderate e volute ma rappresenta comunque un vincolo cui ci si può appellare per il rispetto dei diritti e delle regole. E’ quanto è avvenuto recentemente al Comune di Roma dove da una regola disattesa e da alcune paladine che hanno chiesto il ricorso alla giustizia è nato un vero caso. Le consigliere comunali dell'opposizione Monica Cirinnà (Pd) e Gemma Azuni (Sel) hanno presentato ricorso al Tar per segnalare il mancato rispetto delle regole per l’equilibrata rappresentanza di genere nella giunta del Come di Roma. Il Tar ha accolto il ricorso e annullato la Giunta che con una sola donna assessore su 12 non era, parola di giudice, per nulla rispettosa di una norma che il Comune si era data sulla rappresentanza politica.

Il Comune aveva, infatti, approvato nello Statuto comunale l’art.5 – “Principio della Pari Opportunità in tema di nomine” in cui si “garantisce che sia garantita l’equilibrata presenza di uomini e donne”. Pur non precisando cosa si intenda per “equilibrata presenza” in termini quantitativi, la norma fa riferimento ai principi più generale di pari opportunità.

Proprio su questa interpretazione i giudici della seconda sezione del Tar del Lazio hanno accolto i ricorsi presentati dalle consigliere comunali di centrosinistra, dai Verdi di Angelo Bonelli, dalle Consigliere di Parità della Provincia di Roma, Franca Cipriani e della Regione Lazio, Alida Castelli, contro la composizione dell`esecutivo comunale decisa dal sindaco di Roma Gianni Alemanno, contestando al sindaco una presenza squilibrata a favore degli uomini nell’esecutivo.

La giunta non ha rispettato le 'quote rose' è stato il verdetto che ha annullato la giunta capitolina: su 12 assessori capitolini solo uno, Sveva Belviso, è donna. Il Sindaco è corso ai ripari trovando subito “una toppa” e proponendo un rimpasto che ha prodotto la nomina di Rosella Sensi a responsabile della candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020 e la promozione a vicesindaco per Sveva Belviso.
E' stata ''vinta una battaglia di civilità'' ha detto l'avvocato Gianluigi Pellegrino difensore delle due consigliere e in generale in questo modo è stata accolta la decisione che ha creato un importante precedente e un avvertimento per le istituzioni.

Ma le consigliere dell'opposizione Monica Cirinnà (Pd) e Gemma Azuni (Sel) hanno deciso di segnalare al TAR anche la situazione dei dirigenti comunali. Nei ruoli apicali della macchina burocratica per ciò che riguarda la nomina "dei dirigenti apicali esterni, indirizzata anche questa esclusivamente al maschile".
Dati alla mano, le due consigliere raccontano di una disparità di genere proprio in quei ruoli (capi dipartimento, capi segreteria) all'interno della macchina burocratica del Comune per i quali il sindaco, in questi tre anni, ha nominato 28 dirigenti di cui solo 3 donne. Uno squilibrio in contrasto proprio con quell'articolo 5 dello statuto del Comune di Roma che, secondo il Tar, era stato violato da Alemanno.

Il terzo comma, infatti, recita che "nel nominare i componenti della giunta, i responsabili degli uffici e dei servizi nonché nell'attribuire e definire gli incarichi dirigenziali e quelli di collaborazione esterna, il sindaco assicura una presenza equilibrata di uomini e di donne". Anche nell'ambito di queste nomine, dunque dev'essere rispettato un equilibrio di genere". Evidentemente 25 uomini e 3 donne non rappresenta l'equilibrio invocato. Tanto più che, in totale, con le nomine operate da Alemanno i dirigenti apicali del comune di Roma raggiungono quota 53, di cui solo 7 sono le donne.

Un rilievo ancora più grave, a una più approfondita riflessione, in quanto quando i posti sono messi a concorso, la parte femminile prevale. Invece, quando si tratta di nomine a prevalere sono le logiche di corrente che penalizzano proprio le donne.

Statuto del Comune di Roma

Art. 4 - Azioni positive per la realizzazione della parità tra i sessi
art.5 - Principio della Pari Opportunità in tema di nomine

 

La norma sulle quote di genere è stata inserita nelle elezioni comunali che si sono svolte nel periodo aprile 1993 - settembre 1995 grazie alla legge81 del 25 marzo 1993 che riservava alle donne una certa percentuale di candidature nelle liste elettorali. Un periodo breve e che non ha coinvolto tutti i comuni; con il sistema delle quote hanno votato, infatti, 7.716 i comuni, mentre 389 comuni non lo hanno mai fatto. La norma, abrogata con sentenza della Corte costituzionale nel settembre 1995, ha comunque permesso un forte incremento nella rappresentanza femminile: la percentuale di seggi occupati da donne nei Consigli Comunali è cresciuta dal 7,6 al 18,4%.
Nel periodo successivo (1996-2007), nei Comuni che avevano votato con le quote di genere, la percentuale di donne elette nelle amministrazioni comunali (16,2%) si è mantenuta più o meno allo stesso livello raggiunto quando le quote erano in vigore. Per i comuni che non hanno mai votato con questo sistema, la percentuale di donne elette ha raggiunto il 13,6% nel periodo 1996-2007.

 

Approfondimenti

Pari Opportunità nelle leggi elettorali

Regione Campania: Legge Regionale n. 4 del 21 gennaio 2010

Legge elettorale Regione Autonoma Valle d’Aosta

Legge elettorale Regione Puglia

Legge elettorare Regione Lazio

Legge elettorare Regione Toscana

Siti utili

Le protagoniste

Donne in quota

Valore D

 

Il tema del mese

Quote SI’! Per garantire la rappresentanza di genere nelle aziende e nella politica

Una corrente molto favorevole sta portando a casa importanti risultati in tema di rappresentanza di genere nei luoghi decisionali. Primo fra tutti, l’approvazione della legge che garantisce a livello nazionale le quote di genere nei Consigli di Amministrazione (CDA) delle aziende quotate in borsa. Anche il Parlamento Europeo ha recentemente approvato una risoluzione per il raggiungimento di quote più favorevoli per le carriere al femminile al fine di non disperdere competenze e intelligenze con “le carte in regola” per far crescere l’economia di un’Europa in crisi. Nel paese quel fermento femminile “dal basso” che da mesi cresce nelle reti informali del web come nelle piazze, sta producendo ripensamenti anche in politica dove arrivano proposte per cambiare le regole della politica.