15 giugno 2010
Per avvicinarsi alla piena parità tra donne e uomini nel lavoro e nella vita familiare e di tutti
i giorni, è necessario accompagnare la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro con
la condivisione della responsabilità dei compiti
di cura. Concetti di cui si parla spesso, focalizzando l’attenzione su esigenze e
difficoltà della donna, lavoratrice e madre.
Ma la figura del padre? La sua valorizzazione può renderlo un alleato?
L’istinto di maternità non è collegato solo con la madre, per quanto, procreatrice della specie, ella abbia la massima parte in questo compito protettivo; ma è nei due genitori.
La natura ispira ai genitori l’amore per i piccoli.
Maria Montessori (1870-1952)
Maria Montessori, pedagogista che ideò un metodo per l’educazione dei bambini, pur rimarcando la preminenza della figura materna, sostiene che l’istinto materno, quindi tenerezza, protezione, accudimento, è non solo della madre, ma anche del padre. Un’affermazione anticipatrice dei tempi, se si pensa che i trattati pedagogici dell’epoca seguivano lo stereotipo della rilevanza esclusivamente materna a cui si contrapponeva una paternità residuale quanto a significato affettivo. Nel corso della storia, il concetto di paternità e il ruolo del padre si sono modificati parecchio.
Capire cosa è avvenuto nella storia e quale sia la concezione della paternità oggi può essere un buon punto di partenza per favorire la condivisione.
Indice dell’articolo
La paternità nella storia: dagli antichi al ‘900
Essere padre oggi: papà e non mammo
La condivisione tra norme e realtà
Capire la funzione della paternità
Condividere da subito: il progetto Condividiamo con i papà
Approfondimenti in seconda pagina
La paternità nella storia: dagli antichi al ‘900
Fino a pochi decenni fa, la paternità, a differenza della maternità, era trascurata dalle analisi storiche, sociologiche, psicologiche e, tranne qualche eccezione, anche dalla narrativa. Cercare di ricostruirne una sorta di storia non è quindi facile.
Già la radice della parola “padre”, che si trova in quasi tutte le lingue indoeuropee, non è facile da rintracciare e per ora non si hanno che ipotesi interpretative.
Pare però che agli albori della civiltà, in tempi preistorici, l’inconsapevolezza della paternità possa essere stata uno dei motivi di una probabile dominanza femminile-materna. Bronislaw Maloniwski, che tra il 1915 e il 1918 svolse studi antropologici presso alcune società tribali nelle isole Trobriand, a nord-est della Nuova Guinea, parla non a caso di una società matrilineare.
Secondo alcuni studiosi, tra il 5000 e il 4000 a.C., la scoperta del nesso tra atto sessuale e fecondazione porta all’archetipo dell’autorità e all’affermazione del patriarcato. Forse il più antico documento che parla del rapporto tra padre e figlio è il “diario” di un ragazzo vissuto in Mesopotamia circa 4000 anni fa: tornato da scuola, racconta al padre il resoconto del compito scritto svolto, recita la tavoletta d’argilla preparata e il padre ne rimane “contento”. Nella letteratura sumerica, ma non solo, sono frequenti gli insegnamenti del padre che si rivolge al figlio, così come l’autorità assoluta, per cui il figlio è sottoposto al padre ed è punito se si ribella.
La cultura patriarcale e il dominio del padre sui figli, ma non solo, è creata e perdurerà nel corso dei secoli, pur con ambivalenze, eccezioni, cambiamenti.
Permane nella Grecia antica, dove il padre può decidere di esporre i figli indesiderati, spesso è severo, distante dal punto di vista affettivo, controllato nei propri sentimenti nei momenti dolorosi e decide il nome dei propri figli. Al tempo stesso, però, le pratiche più dure convivono con un affetto profondo e il rapporto padre-figlio gode di un importante riconoscimento sociale. Se la madre si occupa dell’allevamento e domina i primi anni di vita del figlio, il padre interviene al momento dell’educazione. Per contro, una volta divenuto adulto, il figlio è vincolato al padre anziano: il canone si fonda su rispetto, obbedienza, sottomissione. Non si tratta solo di un dovere morale, ma anche di un obbligo sociale e legale. A un misto di potere e cura, però, si affianca un timore reciproco: la mitologia greca nasce non a caso da Urano, che uccide il padre, e quindi da un rapporto padre-figli fatto di odio e rivalità. Il parricidio è infatti il grande terrore degli antichi e, di conseguenza, sono numerosi i parricidi nel mito. Non mancano, al contempo, padri amorosi come ad esempio Dedalo, che tenta invano di insegnare al figlio Icaro a volare e salvarsi.
Il terrore del parricidio è diffuso anche tra i Romani, della cui storia la paternità è un elemento fondante: qui l’autorità del padre e il rispetto verso di lui sono prima di tutto una legge di natura. Il rapporto padre-figlio nell’antica Roma si fonda infatti sulle nozioni di pater familiaserelativa patria potestas. La familia va intesa come vera e propria “società familiare”, un insieme di persone soggette all’autorità del pater familias sia per legge naturale, sia per diritto. Così, accanto a padri che non esitano a condannare i propri figli perché hanno trasgredito a un ordine, ci sono figli che provano devozione nei confronti del padre.
Si tratta di un’ambivalenza tra amore, rispetto e autorità che caratterizza anche i secoli successivi, dal Cristianesimo al Rinascimento, passando per il Medioevo. Bisogna aspettare il 1693, quando John Locke, nei suoi Pensieri sull’educazione, scrive: “il padre, quando suo figlio sia cresciuto e in grado di comprenderlo, farà bene a intrattenersi familiarmente con lui e perfino a chiederne il parere e a consultarlo in quelle cose di cui egli ha una qualche conoscenza”.
Solo nel ‘700, quando l’infanzia comincia a essere oggetto di attenzione, forse per la prima volta l’autorità paterna vacilla, modificando i connotati psicologici e morali. In questo periodo, la nozione giusnaturalistica della paternità che domina dai tempi dei Romani perde di significato: il diritto di natura, infatti, non è più appannaggio del padre, ma della madre. Di certo il diritto paterno non viene negato, ma cambia la sua origine: non più la natura, bensì il vivere civile e le sue leggi. In tale contesto, dove ci sono casi di padri che esercitano il proprio autoritarismo in maniera illuminata, un figlio può avere qualche speranza di sottrarsi alla volontà paterna opponendovi la propria.
La grande novità dell’800 consiste nel fatto che alle testimonianze dei ceti abbienti e delle classi dominanti, si aggiungono quelle di padri e figli contadini, operai, borghesi. Anche in questo secolo, però, l’ambivalenza non manca: se da un lato, infatti, cresce l’attenzione all’infanzia e si moltiplicano testi di educazione e pedagogia, dall’altro la Restaurazione post Illuminismo e rivoluzioni coinvolge anche la famiglia. Si cerca, cioè, di rinsaldare la posizione del padre e di ripristinarne l’autorità.
Al tempo stesso, l’istituzione della leva obbligatoria e soprattutto l’industrializzazione costituisce uno spartiacque importante: si attua, come osserva Maurizio Quilici nella sua Storia della paternità, lo sfaldamento della famiglia patriarcale estesa e ha inizio la rottura antropologica tra l’uomo e la cultura maschile preesistente. Finora il padre è stato autorità, legge, per tutti i membri della famiglia, detentore di un mestiere, un patrimonio prezioso che viene trasmesso ai figli. Con l’industrializzazione il padre esce dalla famiglia, lascia i figli con la madre. Lo sviluppo industriale, inoltre, con la richiesta di manodopera, permette ai giovani di emanciparsi andando a lavorare in città.
Il paterno un po’ si svaluta, lo scontro tra padri e figli si accentua, la figura materna aumenta la sua centralità e il suo peso in termini affettivi lascia tracce profonde.
Con il consolidarsi della letteratura per ragazzi, poi, i genitori acquistano ruoli ben precisi: da una parte, l’autorità severa del padre, dall’altra la dolcezza della madre, mediatrice e classica “regina della casa”.
Nel ‘900, almeno fino al primo conflitto mondiale, se non al secondo, la struttura familiare, nonostante contrasti, ambiguità, e un accenno di fondamenta scricchiolanti, continua a essere patriarcale, con un padre autoritario a cui si deve rispetto e obbedienza. Le due guerre hanno un effetto dirompente sulla suddivisione dei ruoli: gli uomini
lasciano la famiglia per andare al fronte, le donne si ritrovano a dover fare da madri e da padri e spesso devono lavorare, superare ostacoli e risolvere problemi. I figli stessi, rientrati dal fronte, non intendono più sottostare all’autorità paterna.
Nel dopoguerra la suddivisione tra i ruoli è ormai acquisita: l’immagine della madre risponde allo stereotipo della mamma attenta, premurosa, onnipresente, mentre il marito provvede alle esigenze della famiglia, e pur restando la legge, è un padre severo, ma buono. In realtà, si tratta di una figura che conta poco, perché il rapporto tra madre e figlio è considerato primario e insostituibile.
Fino alla contestazione del ’68, anni che Franco Ferrarotti ha definito “dell’incubo paterno” e che predispone un’intera generazione al “parricidio sommario”. Si contesta il potere, l’autorità, un tipo di società fondata sul principio paterno di autorità. Un periodo forte, di rottura, che in qualche modo ridisegna i confini del nucleo familiare e i ruoli all’interno di esso: il lavoro femminile che aumenta e movimenti come il femminismo spingono le donne verso un obiettivo di parità che chiama in causa i padri.
Essere padre oggi: papà e non mammo
Dall’era industriale a oggi la famiglia è stata soggetta dunque a numerosi cambiamenti. Il ruolo paterno non può che trasformarsi: Illuminismo, rivoluzione industriale, due guerre, fino agli anni della contestazione, il diffondersi del lavoro femminile che aprono nel rapporto coi figli spazi per tradizione appannaggio esclusivo delle donne.
Nel corso degli anni, l’uomo prende posta in questi spazi, acquistando via via maggiore convinzione, arrivando a scoprire che non basta essere padri, ma si può anche farlo. Ecco quindi la paternità come arricchimento, gioia, tenerezza, fisicità.
Non a caso si parla di “nuovi padri”: più pronti a farsi carico dei figli e dei loro problemi, più capaci di esercitare le parte femminile di ogni maschio. Nel corso degli anni, sono aumentati. Francesca Zajczyk, sociologa e docente all’Università Bicocca di Milano, ha svolto di recente con la collega Elisabetta Ruspini, un’indagine da cui è nato il libro Nuovi padri?, e sostiene che il 54,3% degli uomini sfrutta il tempo libero per stare con i figli. Un tempo che negli ultimi 14 anni è passato da una media di 27 a 45 minuti al giorno.
Attenzione, però: papà affettuoso, che non ha paura di mostrare i propri sentimenti, che vuole essere presente nella vita dei figli, che sta cercando di creare una fisionomia nuova e autonoma. Non “mammo”: il modello di padre odierno resta maschile, perché se si trasforma nella brutta copia della mamma, assumendone atteggiamenti tipici, se diventa un doppione tendente alla concessione, al cedimento, al consenso sempre e comunque, può avere un effetto negativo sulla crescita dei figli.
La condivisione tra norme e realtà
Senza dubbio, a influire su un nuovo ruolo del padre sono state anche le novità in ambito giuridico. Dopo la legge 151/75 che riforma il diritto di famiglia, cancellando il concetto di patria potestà e stabilendo il principio della parità giuridica dei coniugi e della potestà congiunta di entrambi i genitori, la legge 53 del 2000 prende in considerazione i diritti di entrambi i genitori e stabilisce tutele e opportunità sia per le madri sia per i padri.
In particolare, introduce il diritto individuale al congedo parentale del padre, prevedendo per ogni genitore 6 mesi di congedo per un totale di 10 mesi totali, più un mese aggiuntivo se il padre usa almeno 3 mesi consecutivi di congedo. Il congedo, fruibile entro gli 8 anni del bambino, è retribuito solo entro il terzo anno per il 30% dello stipendio (oltre il terzo anno solo per redditi particolarmente bassi). Con questa normativa l’Italia si colloca nella media europea rispetto sia alla durata che alla retribuzione del congedo.
Non prevede invece il congedo di paternità, inteso come congedo riservato al padre nel periodo intorno o immediatamente dopo la nascitadel figlio, istituto invece in atto in molti Paesi europei che prevedono dei congedi di pochi giorni o di 1-2 settimane (Francia, Spagna, Regno unito, Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia tra gli altri).
Sulla carta, poteva essere un ottimo strumento per favorire la condivisione del lavoro di cura.
Invece, sono passati 10 anni dall’introduzione del diritto paterno al congedo parentale, e pare che la legge 53/2000 non sia riuscita a trovare il giusto incentivo al superamento di una rigida divisione dei ruoli nella famiglia, tant’è che sono pochissimi i padri che richiedono congedi parentali e sono ancora le donne a svolgere il maggior carico di lavoro di cura e domestico, anche se occupate.
In Italia si registra la maggior differenza tra le ore di lavoro (pagato e non) prestate da uomini e donne con oltre un’ora al giorno a sfavore delle donne e solo il 7,5% dei padri ha chiesto un congedo parentale. Il dato sale all’8,3% se la partner è occupata e cresce decisamente all’aumentare del titolo di studio del papà. Chiedono un congedo parentale il 10,9% dei padri laureati, il 9,1% dei padri con un diploma di scuola superiore, il 5,7% di chi ha la scuola media e appena il 3% dei padri con licenza elementare o senza titolo di studio. Rispetto alla posizione professionale a chiedere congedi parentali sono soprattutto gli impiegati (11,4%), seguiti dai dirigenti e quadri (8,6%) e dagli operai (5,1%).
Di norma i padri usano il congedo per periodi frazionati (55,8%), mentre le madri usano maggiormente il congedo continuativo in un’unica soluzione (53,4%). Il ricorso a congedi “spezzettati” nel tempo da parte dei padri cresce man mano che i figli diventano più grandi (3-7 anni) per rispondere ad effettive esigenze di disponibilità di tempo, per esempio durante le vacanze scolastiche.
In Italia rimangono tuttavia ben 2 milioni di padri con almeno un figlio minore di 8 anni che non fruiscono di alcun congedo parentale. Il 10,3% dei padri dice di non essere informato dell’esistenza del congedo parentale per i papà. Nel 2006 secondo i dati Inps relativi al settore privato (esclusa l’agricoltura) i dipendenti che hanno chiesto qualche mese di permesso “per fare i papà” sono stati 10.797. Solo poche centinaia in più rispetto al 2005, anno in cui i congedi al maschile si fermarono a quota 10.122.
Il primo motivo della non fruizione del congedo “maschile” è di tipo economico, ovvero l’inadeguata compensazione finanziaria (in Italia il congedo è pagato per sei mesi al 30% dello stipendio), che rende più difficile per la famiglia rinunciare al reddito più elevato che spesso è quello maschile.
Il secondo motivo è la paura per la carriera. Rilevante risulta inoltre il peso dei fattori culturali e sociali per cui “i congedi parentali sono per le donne”, “mia moglie/la mia partner lo farebbe meglio di me” e “non sarei capace di farlo”.
A livello europeo, secondo un’analisi realizzata dall'EIRO di Dublino (European industrial relations observatory), nel 2007 sono i Paesi scandinavi gli Stati dove i congedi parentali sono utilizzati dai padri in misura più elevata. Prima in classifica la Svezia, dove il 42% dei padri prende un congedo (in media di 28 giorni), anche se i giorni di congedo al maschile rappresentano appena il 16% del totale, così come in Danimarca, dove il 16% dei padri prende un congedo in media di neppure 6 settimane, rispetto alle 23 settimane di congedo delle madri danesi.
Resta comunque il fatto che la durata del congedo “maschile” risulta circa un quinto di quello delle madri.
Secondo l’indagine europea dell’Eurobarometro il primo motivo della non fruizione è la perdita di reddito: il 42% dei padri europei ha dichiarato che l’inadeguata compensazione finanziaria era la principale ragione per cui non avrebbero fatto ricorso al congedo genitoriale. Il secondo motivo è la carenza di informazione sui congedi (33,9%) e il terzo i timori per la carriera (31,1%), seguito dalla non volontà di interrompere la carriera (21,7%). Interessante notare il peso dei fattori culturali e sociali per cui il 18,5% dice che “i congedi parentali sono per le donne”, l’11,6% che “mia moglie/la mia partner lo farebbe meglio di me” e il 10,7% “non sarei capace di farlo”.
Secondo i padri europei il fattore più importante sarebbe un’elevata remunerazione del congedo (38,4%), seguito da garanzie di carriera dopo il rientro (30,0%), maggiori informazioni sui congedi (26,9%), un’attitudine più favorevole ai congedi da parte di superiori e colleghi (22,8%) nonché la possibilità di usufruire di un congedo part-time (17,5%).
La vera discriminante sembra quindi il livello retributivo durante il congedo, soprattutto per lefamiglie in cui il padre è la principale fonte di reddito.
Anche il clima e la cultura aziendale a volte possono disincentivare o addirittura penalizzare i dipendenti che prendono il congedo rendendoli “vulnerabili”. Tante imprese che assumono manodopera femminile mettono in preventivo che le donne potrebbero chiedere un giorno un congedo parentale, ma questa sensibilizzazione non c’è ancora nei confronti dei lavoratori maschi. Alcuni datori di lavoro (ma anche alcuni lavoratori) considerano per lo più inaccettabile che un padre prenda un congedo, perché ciò proverebbe scarso attaccamento al lavoro e all’impresa, anche se ne ha diritto per legge. Molti padri che desiderano o hanno bisogno di condividere le responsabilità di cura dei figli piccoli lo fanno allora “di nascosto”: utilizzando ferie, recupero degli straordinari, chiedendo permessi per altri motivi, o in qualche caso usando la malattia, con le invitabili conseguenze sui bilanci Inps.
Con riferimento al lavoro domestico, in tutti i Paesi europei sono le donne a svolgerlo in misura assai superiore rispetto agli uomini, indipendentemente dal fatto che siano casalinghe o occupate. La cultura, il modello familiare dominante, l'istruzione ed i livelli salariali determinato, infatti, la divisione di genere rispetto al tempo dedicato al lavoro domestico e al lavoro retribuito per il mercato.
La presenza di figli, specialmente se molto piccoli, incrementa il tempo dedicato al lavoro domestico, soprattutto delle madri. L’Italia spicca per il primato del lavoro domestico femminile in presenza di neonati (oltre 8 ore al giorno), tempo che però non diminuisce significativamente all'aumentare dell'età del componente più giovane della famiglia, come avviene negli altri Paesi europei. La quantità di lavoro domestico è infatti influenzata anche dal permanere di figli adulti conviventi.
In Italia gli uomini prestano il minor numero di ore di lavoro domestico di tutta Europa (2 ore e16 minuti in media al giorno). Gli uomini francesi sonoinvece i più “virtuosi” arrivando a 3 ore al giorno. Si potrebbe allora pensare che gli uomini italiani prestino minor lavoro in casa essendo più impegnati nel lavoro pagato, ma così non è: tragli occupati a tempo pieno, infatti, gli uomini italianilavorano in media 8 ore al giorno, non più degli altriuomini europei.
Analizzando l’utilizzo dei congedi da parte dei padri emerge come, nonostante l’aumento dei “nuovi padri”, più attenti ai figli, sia ancora prevalente in modello culturale che accentua il ruolo dei padri come percettori di reddito e le madri come prestatrici di cure ai figli piccoli.
Emerge poi la problematica della penalizzazione economica che il congedo parentale comporta, soprattutto se si considerano i differenziali di reddito tra padri e madri.
Per incentivare i padri alla condivisione del lavoro di cura si potrebbevalutare la possibilità di prendere un congedo lavorando a orario ridotto, ovvero usufruire di un congedo lavorando con un part-time orizzontale per un periodo non inferiore ai 3-4 mesi. L’idea è quella di una riduzione dell’orario di lavoro così da prendersi cura dei figli restando “ancorati” al mondo del lavoro e riuscendo ad assorbire meglio la diminuzione della retribuzione che si avrebbe con un congedo a tempo pieno. Una diminuzione del tempo di lavoro nei primi anni di vita rappresenta infatti uno stimolo per la condivisione del lavoro di cura e per la decisione di avere altri figli.
Secondo il Dipartimento Affari sociali della Commissione Europea è urgente che gli Stati membri predispongano misure per incentivare il ricorso al congedo da parte dei padri. Tra le varie proposte la Commissione europea invita a rendere il congedo non trasferibile da un coniuge all’altro, con un breve periodo minimo obbligatorio per i padri. Se i padri chiedessero o avessero diritto a congedi più lunghi, questo consentirebbe inoltre alle imprese di organizzarsi per una sostituzione del lavoratore.
Per incrementare l’uso dei congedi dei padri sarebbe inoltre necessario garantire almeno un mese di copertura economica totale per tutti i lavoratori.
Probabilmente i padri prenderanno inizialmente solo questo mese a retribuzione piena, ma l’effetto sarebbe quello di creare un modello sociale accettato e condiviso da un lato, nonché una cultura aziendale per cui anche gli uomini prendono dei periodi di aspettativa dal lavoro per paternità. Molti padri che chiedono o vorrebbero chiedere congedi incontrano più difficoltà “culturali” delle madri nel farlo. L’idea base è di creare invece una serie di “modelli di padri attivi” socialmente condivisi per dare pari opportunità anche agli uomini nel lavoro di cura, nonché creare dei meccanismi di imitazione sociale, per cui prendere il congedo per i padri diventerà “normale”. In Italia le pari opportunità per lungo tempo sono state intese solo nella direzione di dare l’opportunità alle donne di lavorare, ma raramente nel dare una possibilità ai padri nel prendersi cura dei figli.
I bambini hanno bisogno di padri attivi, molte donne auspicano partner collaborativi e molti giovani padri vogliono ritagliarsi maggior tempo per la famiglia. E la crescente consapevolezza dell’importanza di prendersi cura dei figli da parte dei padri va stimolata affinché diventi una vera condivisione con la donna.
Le Consigliere di Parità della Regione Piemonte lavorano da anni in questa direzione, nel tentativo di coinvolgere i lavoratori, dare più voce a quanti vorrebbero condividere le responsabilità, ascoltarne le criticità per arrivare a una piena condivisione dei ruoli, nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze di genere.
Nel corso del 2007, hanno promosso, ad esempio, il ciclo di laboratori dal titolo La paternità, una funzione… in disuso?, in collaborazione con associazioni maschili particolarmente attive sul territorio, come Il Cerchio degli uomini di Torino e Uomini in cammino di Pinerolo. Un momento di incontro e riflessione sul concetto di paternità e su cambiamento della soggettività dell’uomo di fronte al ruolo di padre, ponendo l’attenzione al benessere e alla salute di bambine, bambini e adulti. Solo agendo su una dimensione che si interroghi sul significato e sull’esperienza della paternità per i bambini e per la vita della società di domani, nonché sui modelli di sviluppo e di società che ne derivano rientra in un ragionamento per molti aspetti nuovo, ma utile per valorizzare la figura del papà come tale.
Torna qui il concetto di mammo, come termine svalutativo che cancella, ingiustamente, le normali e necessarie differenza tra padre e madre. Maternità e paternità sono infatti affettivamente differenti. La madre porta in grembo il figlio e stabilisce con lui un rapporto reale, il padre no. La paternità, infatti, non è una funzione reale, biologica, ma simbolica. Per questo motivo, diventare padre richiede tempo e un processo di elaborazione. Per poter aiutare i padri e prendere maggiore consapevolezza del proprio ruolo, però, è fondamentale il confronto su questi aspetti, perché solo partendo da qui si può rielaborare e comprendere la diversità tra i generi e giungere alla comprensione di cosa significhi “pari opportunità”e la valorizzazione delle “diversità”.
In virtù però proprio della funzione simbolica che il padre riveste, quindi più difficile da decifrare, comprendere, di cui non è semplice avere consapevolezza e comportarsi di conseguenza, è fondamentale coinvolgerli, per far emergere i loro dubbi, le difficoltà, in modo che prendano pienamente coscienza di ciò che possono e devono fare all’interno del contesto familiare.
L’iniziativa è piaciuta, e potrebbe essere estesa ai consultori: i futuri padri hanno infatti trovato uno spazio nuovo, dedicato a loro, proprio in un momento in cui è la donna protagonista. Cominciando a confrontarsi e a esporre le loro criticità, hanno modo di prepararsi a una paternità più consapevole, che potrebbe più facilmente trasformarsi in una reale condivisione del lavoro di cura in famiglia.
Un’alleanza che può portare benefici a tutti.