13 novembre 2009
Crescita e qualificazione dei servizi alla persona possono essere un fattore chiave per lo sviluppo di un Paese.
Strumenti come il lavoro accessorio e il voucher possono favorire la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro? Le esperienze francese e italiana a confronto.

Indice dell’articolo
I servizi alla persona in Italia
Buone prassi in Piemonte: i voucher di conciliazione
Il lavoro occasionale di tipo accessorio è una particolare modalità di prestazione lavorativa, introdotta per la prima volta nell’ordinamento italiano dall’art. 4 della legge n. 30 del 2003 (cosiddetta Legge Biagi). Si tratta di attività lavorative non riconducibili a tipologie contrattuali tipiche di lavoro subordinato o autonomo perchè svolte in modo saltuario e discontinuo e di natura meramente occasionale. L’obiettivo è di far emergere attività confinate al lavoro nero, tutelando lavoratori e lavoratrici appartenenti a fasce deboli che operano senza alcuna protezione assicurativa e previdenziale.
Il pagamento della prestazione avviene infatti attraverso i cosiddetti voucher (buoni lavoro) che garantiscono, oltre alla retribuzione, la copertura previdenziale presso l’INPS e quella assicurativa presso l’Inail. Il lavoro accessorio presenta vantaggi sia per il committente, cioè colui che “assume”, sia per il lavoratpre: il primo, infatti, può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa per eventuali incidenti sul lavoro, senza rischiare vertenze e dover stipulare alcun tipo di contratto; il secondo può integrare le proprie entrate attraverso un tipo di lavoro, il cui compenso, esente da ogni imposizione fiscale, non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato, ed è cumulabile con i trattamenti pensionistici. Come si analizzerà di seguito, grazie alle modifiche normative introdotte nell’ultimo anno, l’ ambito di applicazione di questa modalità di prestazione lavorativa può essere molteplice, spaziando dalle attività agricole stagionali fino ai servizi alla persona.
La Francia è stato uno dei primi Paesi ad avviare le sperimentazioni dei buoni lavoro nei servizi alla persona già a partire dagli anni ’90. Il programma è nato dalla consapevolezza che l’accesso ai servizi alla persona era troppo costoso, le condizioni di lavoro poco attrattive, le possibilità di formazione degli occupati non abbastanza sviluppate, con la conseguenza che era elevata la domanda di lavoro irregolare, soprattutto da parte delle famiglie e delle piccole imprese, spesso costrette per ragioni di reddito.
Fin dagli inizi, l’introduzione del lavoro accessorio nel settore sei servizi domiciliari aveva come obiettivo lo sviluppo attraverso uno strumento che garantisse la massima libertà di scelta delle persone nell’ambito della pluralità di servizi offerti dal mercato e la semplificazione delle procedure amministrative e contrattuali, senza dimenticare la lotta al lavoro nero, la creazione di nuove opportunità di lavoro regolare in un settore in forte crescita e la conciliazione tra vita professionale e lavorativa.
A partire dal 2005 le diverse sperimentazioni condotte hanno portato alla creazione di un programma nazionale gestito da un’agenzia creata ad hoc per lo sviluppo dei servizi alla persona (Ansp), centrato sul CESU, cheque d’emploi service universel, analogo a quello che in Italia viene chiamato voucher per il lavoro accessorio. I risultati ottenuti finora sono incoraggianti, perché hanno creato posti di lavoro, ridotto i costi dei servizi alla persona e garantito una riduzione significativa del lavoro irregolare.
Il programma fa leva su una serie di incentivi e convenienze. Per le famiglie è infatti prevista la riduzione o il credito d’imposta pari al 50% delle risorse utilizzate per acquistare prestazioni di servizio alla persona, nei limiti di un plafond annuale di 12mila euro (13.500 per famiglie con un minore a carico, 15mila con più di un minore e 20mila per persone non autosufficienti). Le imprese e gli enti che cofinanziano i buoni a favore dei propri dipendenti o associati, invece, hanno diritto a un credito d’imposta sugli utili pari al 25% degli aiuti versati, entro un limite di annuale di 500mila euro, oltre al fatto che la parte del buono-lavoro cofinanziata non è soggetta ai contributi sociali, entro un limite annuo di 1830 euro per lavoratore.
Il lavoro accessorio può essere promosso o acquistato attraverso tre formule:
- CESU bancaire: un sorta di libretto di assegni che gli utilizzatori possono ritirare negli istituti di credito autorizzati e che comprende anche il volet sociale, con cui il privato versa il contributo ai lavoratori. Questa formula prevede il coinvolgimento di istituti bancari accreditati dallo Stato a emettere i buoni, degli utilizzatori che remunerano i lavoratori e di eventuali strutture, mandatarie o prestatarie, che offrono il servizio;
- CESU prefinancé, cioè finanziato totalmente o parzialmente da attori diversi, come imprese private, casse mutue e previdenziali, organismi sociali, collettività territoriali, a vantaggio dei loro dipendenti, utilizzato in maniera analoga ai buoni pasto. Si tratta dell’aspetto più innovativo del sistema francese perché, grazie anche alle deduzioni fiscali che rendono conveniente per l’impresa l’uso dei buoni lavoro, aumenta il numero dei soggetti che partecipano al finanziamento dei servizi alla persona, consente di rispondere all’esigenza di conciliare lavoro con cure familiari e fornisce uno strumento di fidelizzazione del personale.
Gli utilizzatori dei buoni possono scegliere tra: impiego diretto, per cui diventano direttamente datori di lavoro; ricorso a un’agenzia accreditata che finge da datore di lavoro; ricorso a strutture d’intermediazione che si occupano solo di selezione e gestione amministrativa del lavoratore.
Nel caso di impiego diretto occasionale, inferiore cioè alle otto ore settimanali o alle quattro settimane consecutive, il CESU sostituisce il contratto di lavoro scritto; in tutti gli altri casi, deve essere stipulato un contratto di lavoro ordinario tra le parti in causa.
I buoni-lavoro sono identificati con il nome del finanziatore che può anche far stampare il proprio logo, hanno un valore definito e riportano il nome del beneficiario. Nel caso di prestazioni sociali, i finanziatori sono organismi pubblici e privati che usano questo strumento per offrire servizi alle persone meno abbienti, ad anziani non autosufficienti e alle famiglie con bambini la possibilità di acquistare servizi alla persona. Gli organismi pubblici possono usare il CESU per prestazioni sociali di natura obbligatoria, come l’assistenza domiciliare ad anziani e disabili, o facoltative, come politiche rivolte all’infanzia, a favore dell’occupazione o di sviluppo locale.
- CESU garde d’enfants, come strumento di conciliazione: è un voucher prefinanziato per la cura di bambini tra 3 e 6 anni per l’assistenza fuori domicilio, e quindi non solo per i servizi di baby sitting. Si tratta di uno strumento di politica attiva adottata da molti enti locali, con lo Stato che si accolla anche l’onere della commissione dovuta all’ente concessionario.
Attualmente, sono 43mila gli sportelli convenzionati in seguito all’accordo tra Stato e Associazione degli Istituti Bancari Francese. La Cassa Depositi e Prestiti assicura il coordinamento e l’equilibrio finanziario tra il sistema centrale e l’insieme delle banche convenzionate per l’emissione dei CESU prefinancé.
I risultati del programma sono positivi: nel 2007 i lavoratori impiegati sono stati circa 1,9 milioni (contro 1,6 milioni nel 2006). Gli utilizzatori che hanno scelto il CESU bancaire per pagare le prestazioni sono stati oltre 1,4 milioni, per un totale di 250 milioni di ore di lavoro. Quasi 12 milioni, invece, i CESU prefinancé, per un totale di circa 168 milioni di euro. Un successo che ha coinvolto le famiglie, perché tre su quattro utilizzano lo strumento e il settore dei servizi alla persona è passato da un valore di 11 miliardi di euro nel 2005 a 15 miliardi nel 2008. Sono però anche circa 12mila le imprese che cofinanziano i CESU, oltre a numerosi enti pubblici e locali, perché è possibile scaricarne una parte dei costi, non c’è prelievo fiscale per il lavoratore e l’assegno è immediatamente spendibile per i servizi alla persona, contribuendo a sostenere il mercato del settore.
Questo articolato sistema ha comportato una spesa pubblica di circa 480 milioni di euro, ma è stata compensata da aumento dell’occupazione, qualificazione dei servizi e forte crescita del gettito proveniente dall’emersione del lavoro irregolare.
Se in Francia l’ambito di utilizzo dei buoni lavoro è limitata ai servizi di cura alle persone, al sostegno scolastico e ad alcune prestazioni innovative, in Italia l’istituto si estende a un numero più ampio di attività. Ciò nasce dalla differenza tra priorità: mentre infatti i cugini d’Oltralpe puntano principalmente su sviluppo e valorizzazione dei servizi alla persona e sul superamento delle difficoltà che ne impedivano il loro utilizzo a causa degli alti costi, nel nostro Paese l’intento principale è quello di tutelare un ampio arco di attività lavorative, soprattutto del terziario e dell’agricoltura, che per il loro carattere discontinuo e le loro caratteristiche presentano alti tassi d’irregolarità.
Non a caso, da noi il lavoro occasionale di tipo accessorio introdotto dalla legge Biagi è stato sperimentato nel 2008 in occasione della vendemmia, con una prima applicazione in attività occasionali agricole di carattere stagionale e il ricorso ai buoni per i pensionati e gli studenti in periodo di vacanza.
Le modifiche della normativa intervenute con l’articolo 22 del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, convertito con legge n. 133 del 6 agosto 2008 , e successivamente con la legge n. 33 del 9 aprile 2009 , hanno ampliato in modo significativo il campo di applicazione. L’istituto riguarda ora infatti le attività occasionali che danno luogo a compensi annuali per ogni singolo committente (impresa, ente, datore di lavoro individuale) non superiore a 5mila euro netti (pari a 6.600 euro lordi) e che sono rese in questi ambiti:
- lavori domestici (baby sitter, dog sitter e colf o badanti per esigenze familiari saltuarie o contingenti);
- lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti;
- insegnamento privato supplementare;
- manifestazioni sportive, culturali o caritatevoli e lavori di emergenza o solidarietà (quest’ultima è l’unica attività che può essere prestata in favore di enti pubblici);
- consegna porta a porta e vendita ambulante di stampa quotidiana e periodica;
- attività agricole di carattere stagionale (oppure non stagionale ma solo in imprese con un volume di affari inferiore ai 7.000 euro annui);
- impresa familiare nei settori commercio, turismo e servizi, per qualsiasi tipo di attività o prestazione, con tetto di 10mila euro all’anno;
- qualsiasi altro settore produttivo, ma limitatamente a studenti sotto i 25 anni nei periodi di vacanza, pensionati e, solo per il 2009, percettori di misure di sostegno al reddito.
Anche la tipologia delle persone che possono svolgere il lavoro accessorio è stata notevolmente allargata rispetto alla formulazione della legge Biagi, che lo limitava a “soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne”. Oggi possono essere prestatori:
- i pensionati;
- gli studenti tra i 16 e i 25 anni, nei periodi di vacanza (natalizia, pasquale o estiva), e nei restanti periodi solo il sabato e la domenica;
- tutti i lavoratori/trici, sia disoccupati/e che dipendenti;
- le casalinghe, limitatamente alle attività agricole stagionali;
- fino al 31 dicembre 2009, in via sperimentale, anche i lavoratori/trici in cassa integrazione, mobilità, disoccupazione ordinaria e altre misure di sostegno al reddito adottate con i provvedimenti anti-crisi, entro un limite ai compensi annui ridotto a 3.000 euro netti.
I beneficiari delle prestazioni sono famiglie, enti pubblici e senza scopo di lucro, tutte le imprese di ogni dimensione (sia pure con i limiti e le specificazioni sopra esposte), che possono conferire gli incarichi a più persone. Anche le procedure sono state semplificate: se prima i lavoratori dovevano comunicare la loro disponibilità ai servizi per l’impiego o ai soggetti autorizzati, ora possono effettuare l’accreditamento anagrafico tramite un numero verde gratuito INPS/INAIL, Internet, presso le sedi dell’INPS o agenzie per il lavoro e intermediari speciali. Stesso discorso vale per i committenti: con la richiesta dei voucher devono indicare anagrafica e codice fiscale di ogni prestatore, la data d’inizio e di fine presunta dell’attività, il luogo in cui si svolgerà il lavoro e il numero di buoni presunti per ogni prestatore.
Il Ministero del Lavoro ha fissato in 10 euro il valore nominale del buono lavoro e nel 5% la trattenuta del concessionario per il rimborso delle spese di servizio (13% la contribuzione a favore della gestione separata INPS e 7% a favore dell’INAIL), per cui il corrispettivo orario netto ammonta a 7,50 euro. Lo svolgimento di prestazioni di lavoro accessorio non dà diritto a prestazioni a sostegno del reddito, come maternità, disoccupazione, malattia, assegni familiari, ma è riconosciuto ai fini dell’anzianità contributiva e del diritto alla pensione.
Circolari successive dell’INPS hanno definito in modo dettagliato le procedure di applicazione delle norme: sono disponibili carnet del valore di 50 euro che il lavoratore può riscuotere in qualsiasi sportello postale e il voucher telematico.
Se in origine, dunque, l’obiettivo quasi esclusivo era quello di tutelare un ampio arco di attività lavorative del terziario che presentano alti tassi d’irregolarità, come nell’agricoltura, il nuovo istituto ha ampliato i settori e la sua convenienza deriva da minor carico contributivo rispetto ai contratti di lavoro dipendente, che si annulla nei confronti delle collaborazioni a progetto (25% comprese le spese per la gestione del servizio dei voucher a fronte del 25% dei contratti a progetto che salirà al 26% nel 2010), da completa detassazione dei compensi, semplificazione e flessibilità del rapporto di lavoro e da tutele previdenziali e assicurative che garantisce.
Un sistema che, a detta dei dati INPS, sta decollando: più di due milioni di buoni lavoro sono stati infatti venduti fino a metà settembre, e nell’ultimo mese e mezzo ne sono stati utilizzati quasi 600mila. Il che ha permesso di far emergere il lavoro per un valore di più di 20mila euro, anche se la maggior parte dei voucher è stato distribuito in agricoltura (circa il 52%), nel settore del turismo e dei servizi.
I servizi alla persona in Italia
L’Italia è un Paese che invecchia rapidamente e il tasso di dipendenza degli anziani è destinato a crescere, facendo registrare livelli maggiori rispetto agli altri Paesi europei, ad eccezione della Spagna: un fenomeno che rischia seriamente di produrre crisi di sostenibilità nel sistema di previdenza pubblico e indisponibilità cronica di forza lavoro.
Ci sono poi i temi della maternità e dell’infanzia: il tasso di fertilità italiano è tra i più bassi in Europa ed è destinato a rimanere tale, senza un significativo aumento dei servizi alla maternità. Certo, l’efficacia di interventi pubblici nei confronti della decisione di procreare è modesta e la relazione tra fertilità e tassi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è controversa, ma intanto i dati Eurostat mostrano una correlazione tra le robuste politiche francesi a sostegno dei servizi di cura dei bambini e il mantenimento di un tasso di fertilità tra i più alti in Europa. Perché un sistema maturo di servizi alla persona e un’efficace politica della famiglia può incidere sull’occupabilità soprattutto femminile, nonostante problemi culturali, stereotipi e luoghi comuni che vengono portati avanti dall’atteggiamento di molte aziende.
In Italia, l’assenza di servizi è nota: basti pensare che i bambini tra uno e due anni con madre che lavora sono affidati ai nonni nel 52,3% dei casi, mentre il 14,3% è ospitato in asili nido privati, il 13,5% in asili nido pubblici e il 9,2% è seguito da una baby sitter. Il restante 14% è seguito con discontinuità da figure diverse, spesso in modo precario. Problemi spesso di strutture e servizi, ma anche di flessibilità, che molte aziende sono ancora restie a concedere: si pensi al quinto delle donne che lascia il lavoro dopo aver avuto un figlio e a tutte quelle che sarebbero disposte a passare al part time, che in Italia, seppur in crescita, è uno strumento usato ancora poco, rispetto alla media europea (25,5% contro 36,1% dell’Europa a 15). Se ad anziani e bambini si aggiungono poi i disabili, ci si rende conto di quanto enorme possa essere il fabbisogno potenziale di servizi alla persona, un settore in cui, tra l’altro, è ancora forte la presenza di lavoro irregolare, che rende difficilmente competitive sia le strutture private, sia quelle pubbliche, soprattutto per le famiglie a basso reddito.
Le misure attualmente in vigore, come vantaggi fiscali e di altra natura per i servizi alla persona, sono poche e di modesta entità. Il datore di lavoro può infatti dedurre dal proprio reddito un importo massimo di 1549 euro all’anno per contributi previdenziali versati alla colf o alla baby sitter (che diventano 2100 euro nel caso delle badanti). Sono previste detrazioni d’imposta per le spese sostenute dai genitori che si affidano agli asili nido con uno sconto massimo di 120 euro annui, mentre le strutture costano in media 300 euro al mese: il limite di spesa su cui effettuare la detrazione è infatti di 632 euro e la percentuale di detraibilità è del 19%.
In ogni caso, appare evidente che gli interventi per la promozione del lavoro accessorio sono limitati in Italia, rispetto alla Francia e ad altri Paesi europei.
Buone prassi: i voucher di conciliazione in Piemonte
La Regione Piemonte, nell’ambito della programmazione del Fondo Sociale Europeo 2007-2013, ha destinato risorse per questo tipo di strumento, con l’obiettivo di sostenere le donne che intendono partecipare ad azioni di formazione e inserimento lavorativo e hanno responsabilità di cura familiare. Qualunque donna in cerca di lavoro e con responsabilità di cura nei confronti di un figlio o un anziano, può quindi rivolgersi ai Centri per l’Impiego per essere coinvolta in percorsi di formazione e di inserimento lavorativo.
Il voucher per l’acquisizione di servizi alla persona – siapubblici, sia privati – è uno strumento innovativo,finalizzato a rendere compatibili i fabbisogni formativie/o le esigenze lavorative con le responsabilità dicarattere familiare. Nella sostanza con il voucher è possibile avere il rimborso delle spese sostenute per iservizi alla persona, come per esempio strutture per l’infanzia o per la cura degli anziani.
Il voucher vale fino a un 1000 euro al mese, per un periodo massimo di 12 mesi, prorogabile a 24. Il valore e la durata del voucher possono variare a seconda del percorso, per esempio corso di formazione, tirocinio in azienda, avvio al lavoro, oppure in base a specifiche disposizioni provinciali. Si può ricevere il rimborso delle spese sostenute per figli da tre mesi a sei anni, per anziani non autosufficienti, per disabili e/o malati cronici e/o terminali che appartengono al nucleo familiare della donna richiedente il voucher. Per figli da tre mesi a sei anni si può scegliere tra: servizi socio-educativi per la prima infanzia, centri di custodia oraria (baby parking), scuole dell’infanzia pubbliche o paritarie, servizi proposti nell’ambito di attività estive pre e post scuola offerti da scuole dell’infanzia pubbliche o paritarie, servizi mensa e attività estive pre e post-scuola offerti nel primo anno scuola elementare, centri educativi minori e centri aggregativi minori oppure una baby sitter. Per gli anziani non autosufficienti e per i disabili si può acquisire il servizio presso i presidi per anziani o i centri socio terapeutici per i disabili, oppure rivolgendosi a una persona che abbia i requisiti per l’assistenza domiciliare.
Resta comunque il fatto che quando si parla di conciliazione non si può prescindere da una cultura aziendale spesso restia a considerare il lavoro delle donne come un’opportunità. Per tale motivo sembra essere necessario definire obblighi normativi o agevolazioni (e un punto di partenza potrebbe essere proprio una disciplina più articolata del lavoro accessorio) che aiutino a modificare la mentalità corrente.
Sotto questo punto di vista, teorie e ricerche non mancano: come quella presentata il 28 ottobre 2009 dall’Osservatorio sul Diversity Management dell’Università Bocconi di Milano. La ricerca s’incarica di demolire luoghi comuni e di rispondere in modo adeguato alla domanda su quanto costi alle aziende la maternità: poco più di niente e può essere un beneficio prima che un costo.
La verità è che sussistono inossidabili stereotipi smentiti dalla realtà: non è vero che in Italia la legislazione sulla maternità sia tra le più attrattive e generose, come non è vero che più le donne lavorano e meno fanno figli, né che la maternità sia un alto costo per l’azienda. Sempre la ricerca della SDA Bocconi ha infatti accertato che il costo vivo della maternità è molto contenuto, dato che corrisponde allo 0,0023% dei costi diretti e indiretti di gestione del personale. Accanto al pregiudizio per cui si pensa che la legislazione italiana sia troppo favorevole per le donne, e dunque penalizzante per le aziende, c’è il dato della Banca d’Italia che stima che, ove le donne raggiungessero il tasso di occupazione degli uomini, il Pil aumenterebbe del 7%.
Altri dati di istituti di ricerca come Catalyst o McKinsey, evidenziano come il valore aggiunto delle donne (stile di direzione, attenzione alle persone, gestione delle relazioni, prevenzione dei conflitti) porti le imprese ad avere risultati migliori. Eppure, in Italia, a un tasso di occupazione femminile decisamente basso non corrisponde un alto tasso di fecondità.
È una questione di lungimiranza, della politica, ma anche del mondo aziendale. Come ha scritto Chiara Saraceno, “Non ci perdono solo le donne, ma anche la società nel suo complesso”. Perché in questo modo viene valorizzata solo una parte delle risorse disponibili, sprecando quelle opportunità che si aprirebbero per le aziende con un investimento lungimirante sulle donne.
in rete
La sezione dedicata al lavoro occasionale di tipo accessorio sul sito del Ministero del Lavoro
Informazioni utili sul sito dell’INPS
Vademecum Lavoro accessorio, a cura di Vitantonio Lippolis e Guglielmo Anastasio, Centro Studi Lavoro e Previdenza (PDF, 454 KB)
Impatto e prospettive dei “buoni lavoro”, pubblicato sul sito di Italia Lavoro il 4 novembre 2008
Buoni lavoro: venduti oltre due milioni, comunicato stampa dell’Inps del 16 settembre 2009( PDF, 24 KB)
Secondo rapporto sulla condizione femminile in Piemonte, IRES Piemonte (PDF, 690 KB)
I voucher di conciliazione in Piemonte
in biblioteca
Le prospettive di promozione e di sviluppo delle prestazioni occasionali di tipo accessorio nell’ambito dei servizi alla persona, studio di Italia Lavoro nell’ambito del Progetto “Supporto all’Ufficio della Consigliera di Parità”
AA.VV., Padri e madri: i dilemmi della conciliazione famiglia-lavoro. Studio comparativo in quattro paesi europei, Il Mulino (PDF, 49 KB)