(PDF 113 KB), che il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro - CNEL ha presentato alla
, svoltosi dal 1 al 13 marzo. Secondo il Cnel, in Italia la crisi rischia di ricadere con maggior virulenza sulle donne che stanno dentro e fuori del mercato del lavoro, anche a causa di una serie di meccanismi:
Una cosa è certa: le donne e il lavoro non hanno un bel rapporto. E non per scelta loro, ovvio. Ci sono elementi deficitari a livello strutturale che potrebbero rendere la situazione ancora più difficile in un periodo di crisi.
Uno su tutti, il tasso di occupazione femminile che, secondo il Trattato di Lisbona, nel 2010 dovrà essere pari al 60% in tutti gli Stati dell’Unione europea. Pur con un trend positivo negli ultimi anni (un aumento del 5,2% dal 2001 e una riduzione del gender gap di 3,2 punti), l’Italia non sarà in grado di arrivare fin lì e, anzi, con i suoi numeri è il fanalino di coda nell’Ue: 47,2% contro il 58,3% medio dell’Europa a 27 Paesi.
Questo dato è dovuto a una serie di fattori:
-
debolezza strutturale dell’occupazione femminile, su cui pesano: il
fattore generazionale, perché le donne tra 55 e 64 anni hanno un tasso di occupazione più basso, nonostante dal 2001 al 2006 si sia registrato un incremento maggiore rispetto agli uomini in tutta Europa;
dualismo territoriale, perché al 47,2% di occupazione media in Italia fa da contraltare l’appena 31,1% nel Mezzogiorno, dove, più che la disoccupazione, a preoccupare da sempre è lo scoraggiamento che porta all’inattività, anche se una situazione economica critica come quella attuale può spingere a cercare di nuovo lavoro per necessità;
gap di genere che incide sulla flessibilità, cioè maggior uso di forme di lavoro flessibile che incide in maniera fortissima se presenti contestualmente tre fattori: genere femminile, localizzazione territoriale al sud e livello di studio elevato;
specificità di genere legata alla maternità, perché le donne che lavorano prima della maternità e poi hanno smesso motivano l’abbandono con esigenze di cura e assistenza dei figli nell’87% dei casi, mentre il restante 13% con la perdita del lavoro (dati Isfol – Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori);
gender pay gap, ovvero divario retributivo tra uomini e donne: in Europa arriva al 17%, mentre uno studio recentissimo sempre dell’Isfol,
Differenziale salariale di genere e lavori tipicamente femminili (PDF 1,17 MB) dice che in Italia le donne hanno un salario medio inferiore agli uomini di circa il 9%, pur avendo una produttività media superiore del 7% (con una serie di parametri correttivi, i ricercatori stimano che il divario reale è pari al 10%).
: le donne sono occupate per la maggior parte nel terziario, tessile, turismo, servizi alla persona e commercio, settori che a detta del Cnel risentono di più della crisi, mentre nel pubblico impiego la mancata stabilizzazione del precari rischia di escluderne molte.
Per quanto riguarda invece le imprese, la restrizione del credito, seguita alla difficoltà di molte banche, colpisce prevalentemente le piccole e medie imprese e l’artigianato, dove è più presente una componente femminile. Il rischio di sopravvivenza per PMI, imprese contoterziste e monocommittenti può quindi colpire particolarmente le donne, anche se a giugno 2008 l’imprenditoria femminile rappresentava il 24% del totale e l’intero anno scorso ha registrato un tasso di crescita dello 0,2%:
(+8,5% nelle costruzioni, +6,8% nelle attività immobiliari, che comprende anche il noleggio, l’informatica e la ricerca). Eppure, nonostante i numeri incoraggianti, nell’accesso ai fidi bancari le microimprese con titolari donne pagano un interesse più alto dei colleghi uomini (+0,3%), anche se il rispettivo tasso di fallimenti è minore per le prime.
Da quanto emerso finora, è evidente come la crisi economica attuale possa esacerbare una situazione che già di per sé è tutto fuorché idilliaca. E dare vita a una sorta di paradossi.
Da un lato, ad esempio, ci sono studi come quello presentato recentemente da Business Link, un’agenzia della Camera di Commercio di Londra, secondo il quale le imprenditrici sono in posizione di vantaggio rispetto ai colleghi maschi nei periodi di crisi economica, proprio in virtù di un approccio slow & steady, lento e stabile, e di quattro caratteristiche principali: flessibilità, cioè sono pianificatrici e più capaci di cambiare strategia e impostazione iniziale in base agli eventi; riescono meglio a chiedere aiuto prima che sia troppo tardi; management condiviso che coinvolge e responsabilizza i collaboratori; minori motivazioni economiche, ma maggior investimento sulla realizzazione di sé e dei propri valori, nel fare impresa.
Sul versante opposto, nelle rilevazioni Istat sulle forze lavoro nel quarto trimestre 2008, dietro i numeri positivi ci sono anche storie di donne che, dopo essere rimaste senza lavoro si mettono a cercarne un altro perché il loro compagno è pure lui disoccupato e in qualche modo bisogna mandare avanti la baracca: e così conta come forza lavoro attiva anche l’ex impiegata, ceto medio, che si è “riciclata” badante dopo che il marito operaio è stato messo in cassa integrazione. E rispetto ad altre coppie o famiglie sono ancora fortunati. Capita di tutto e anche questo, oggi. Perché, quando si parla di lavoro, si può far riferimento alla quantità, cioè alla possibilità di svolgerne uno, ma anche alla qualità, ossia alla possibilità di svolgerne uno migliore di un altro in base alle proprie competenze e capacità.
Se c’è un aspetto “positivo” della grave crisi economica e finanziaria mondiale, forse è proprio la possibilità di cambiare, agire in modo tale da correggere le distorsioni di un sistema che non funziona per poter ripartire. Tradotto, sul piano dell’occupazione femminile, nel principio che le donne siano
moltiplicatrici di opportunità. Esiste infatti un rapporto positivo tra tasso di attività femminile e crescita economica di un Paese (la famosa teoria
Womenomics): il reddito delle donne contribuisce non solo al benessere familiare, ma anche alla massa fiscale e previdenziale, nonché alla domanda di servizi di cura alle persone. Si attiva un circolo virtuoso che genera reddito, occupazione e imprenditoria aggiuntiva.
Diventa quindi fondamentale, in questa fase di crisi, sostenere le donne al lavoro, attraverso azioni come:
sostegno al reddito della lavoratrice che non percepisce indennità o sussidi di disoccupazione;
bonus alle imprese che assumono;
attivazione di servizi di incontro tra domanda e offerta di lavoro;
azioni di riqualificazione, come ad esempio il
programma PARI (Programma Azioni per il Reimpiego dei lavoratori svantaggiati) attivato dal Ministero del Lavoro nel 2007.
Nel
Programma Nazionale di Riforma (2008-2010) per l’attuazione della Strategia di Lisbona, i Ministeri del Lavoro e delle Pari Opportunità hanno inserito un piano per favorire una maggiore flessibilità degli orari e dei tempi di lavoro, partendo dallo sviluppo del part time, misura indicata come fondamentale per incrementare l’impiego delle donne, e potenziando i servizi alla persona con programmi mirati alle donne che rientrano nel mercato del lavoro.
Il nodo da sciogliere per sbloccare la disoccupazione femminile è, come sempre, quello della
conciliazione: le politiche di sostegno vanno concentrate su questo aspetto, secondo due grandi gruppi: quelle che intervengono sulla flessibilità e il part time, appunto, e quelle di ausilio alle famiglie con bambini piccoli e anziani, senza contare il problema di una politica fiscale più equa come sarebbe, secondo il programma del governo, quella basata sul quoziente familiare.
Non a caso, il 2 aprile scorso la ministra per le Pari Opportunità Mara Carfagna ha annunciato una
legge quadro sulla conciliazione nel lavoro femminile:
“È chiaro – ha dichiarato la Ministra –
che in tempi di crisi è ancora più difficile reperire risorse, ma la condizione femminile non è un capriccio delle donne ma un problema che riguarda l’intero Paese e le sue possibilità di sviluppo economico”. Tradotto in azioni, al momento, un pacchetto da 40 milioni di euro, all’interno del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità (oltre 96 milioni), in cui rientrano: il progetto di creare in tutti i Comuni, d’intesa con le Regioni, un elenco, un vero e proprio
albo di badanti e baby sitter a disposizione delle famiglie che ne avessero bisogno; i
voucher, tra i 900 e i 1500 euro per le madri che potranno spenderli in strutture convenzionate per l’erogazione di servizi a bambini, anziani e disabili, coprendo solo il 10 % della spesa; la
costruzione di asili nido; la
figura della “tagesmutter”, “mamma di giorno”, molto diffusa nei Paesi del nord Europa, ovvero una persona, adeguatamente formata, che offre educazione e cura a un massimo di 5 bambini di altri, tra gli 0 e i 3 anni, presso il proprio domicilio.
La penalizzazione della maternità e la disoccupazione femminile, come temi su cui lavorare perché “
un welfare delle opportunità è anche, se non prima di tutto, un welfare delle pari opportunità”, figurano anche come prioritari nel nuovo
Libro Bianco sul futuro del modello sociale del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che annuncia una svolta nelle politiche sociali basata su responsabilità dell’individuo e centralità della famiglia. Tuttavia la carta del nuovo welfare promossa dal ministro liquida come “fallimentare” tutta l’esperienza della legislazione in materia di pari opportunità e boccia gli incentivi “assistenzialistici e poco selettivi”, in favore “
di un approccio di genere integrato e trasversale a tutte le politiche pubbliche”.
Dal canto suo, il
Partito Democratico ha lanciato una raccolta firme per una
proposta di legge di iniziativa popolare per favorire l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro: tra i punti esposti dalla senatrice Vittoria Franco, responsabile per le pari opportunità, figurano una detrazione Irpef alle madri lavoratrici, incentivi ai datori di lavoro che concedono il part time e alle imprese che assumono donne over 35 rientranti al lavoro dopo aver accudito i figli, il potenziamento del credito d’imposta al sud, finanziamenti per gli asili nido e un
congedo di paternità obbligatorio, indicato in un periodo simbolico di 10 giorni.
L’importanza della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro è riconosciuta anche dalle forze sindacali: Cgil, Cisl e Uil partono da questo punto per allargare poi il discorso a formazione professionale e incentivi alle imprese che non penalizzano i lavoratori con impegni familiari da gestire.
Ornella Petillo, responsabile del Dipartimento dei Diritti e Pari opportunità dell’Ugl, chiede
“il riconoscimento sociale del lavoro di cura”.
“La donna – ha spiegato –
nei momenti di crisi ha sempre avuto un ruolo sussidiario nei confronti dello Stato e delle istituzioni locali che, invece, dovrebbero dare supporto al lavoro quotidiano del lavoratore e della lavoratrice attraverso una serie di servizi da attivare sul territorio. Bisogna contestualizzare la donna in un sistema familiare e far partire una serie di servizi e di assistenza alla famiglia in modo da liberare le donne dall’incombenza esclusiva del lavoro di cura”.
Di vera e propria sfida parla Valeria Fedeli, segretaria generale Filtea-Cgil, nel
“contesto straordinariamente nuovo che ci presenta la globalizzazione e la crisi del modello di sviluppo neoliberista”:
“una sfida sull’innovazione, sul merito, dalla parte del lavoro e dei lavoratori e, in particolare, dalla parte delle donne e dei giovani”. Anche perché, come sottolinea Liliana Ocmin, responsabile del Coordinamento Nazionale Donne Cisl e vicepresidente del Comitato pari opportunità presso il Ministero del Lavoro,
“il lavoro femminile è la carta da giocare per il riscatto e lo sviluppo economico dell’Italia”.
Sì, perché l’occupazione femminile può diventare strumento per combattere la recessione. Lo ha dichiarato Alessia Mosca, deputata del Pd e segretaria del commissione Lavoro alla Camera, commentando i dati di uno studio dell’
Osservatorio sull’occupazione di Donne al Volante (http://www.donnealvolante.it/info), progetto di cui è promotrice nato per analizzare lo stato dell’arte del lavoro in rosa in Italia. Secondo la ricerca, l’aggravarsi della situazione economica sta allontanando l’Italia dagli obiettivi fissati dalla strategia di Lisbona: d
opo aver raggiunto il 47,2% a fine 2008, la quota di donne occupate ha ripreso a scendere in maniera preoccupante e l’anno in corso potrebbe registrare un dato inferiore al 46% del 2006 e 2007. Eppure, il tasso di occupazione femminile potrebbe avere un effetto determinante sul Pil del Paese: nel breve periodo, sarebbe sufficiente ridurre di un quarto il gap esistente tra le diverse aree del paese per chiudere il 2009 sui valori del 2008 e tenere a galla l’economia.
Anche in Piemonte, nonostante la situazione sia meno drammatica rispetto ad altre zone in Italia, come al sud, i problemi strutturali sono presenti. Il panorama piemontese parte da una situazione tutto sommato positiva:
i dati aggiornati al 2007 dell'Osservatorio Regionale del mercato del lavoro mostrano che la performance occupazionale delle donne lavoratrici nel lungo periodo è stata nettamente migliore di quella maschile. Il
tasso di occupazione femminile nel 2007 in Piemonte è pari al
56,3%, quello maschile al 73,4%, con un divario di genere che si amplia al crescere dell’età, a partire dai 25 anni, mentre è relativamente contenuto fra i giovani. Il dato femminile ha comunque registrato nell’ultimo decennio un aumento ragguardevole nelle classi di età centrali, tra i 35 e i 54 anni: tra il 1993 e il 2007 il tasso di occupazione medio in questa fascia ventennale è salito di ben venti punti percentuali, dal 52,5% al 72,7%.
La presenza femminile fra gli occupati resta comunque minoritaria anche se la loro quota è significativamente aumentata nel tempo grazie alla più rilevante flessione degli uomini occupati. Le donne operano prevalentemente nel terziario, anche perché in quel settore sono state riassorbite dopo la crisi industriale di qualche anni fa, che provocò una flessione delle addette all’industria di quasi il 25% tra il 2002 e il 2004 (-52.000 unità). Ma un fenomeno analogo pare si sia ripetuto nel primo semestre 2008, quando la caduta dell’occupazione industriale ha investito in misura più che proporzionale le lavoratrici.
I dati più recenti, pubblicati ad aprile dall’
Osservatorio regionale sul mercato del lavoro (PDF 308 KB) e relativi al 2008, anche se non definitivi, evidenziano rapidità e portata di una crisi di carattere strutturale, che ha prodotto una gelata brusca su un clima economico con già sintomi di cedimento nell’apparato produttivo a partire dalla prima metà del 2008.
La crisi si fa sentire eccome: basti pensare che il 2008 ha registrato una diminuzione degli avviamenti al lavoro del 2,2% rispetto all’anno precedente, anche se fino al mese di giugno il segno era stato positivo. I guai sono iniziati a ottobre, con un -13,8%, fino al -19,2% di dicembre. E se il calo dei contratti di avviamento è del 5% per gli uomini e dell’1,6% per le donne, queste ultime compensano sul lato delle cessazioni: 11,9% in più rispetto al 2007 contro il 7,2% maschile. Nella forte caduta di domanda di lavoro a partire da ottobre, a pagare di più è il settore dell’industria, soprattutto nel settore metalmeccanico, appannaggio degli uomini, mentre la composizione settoriale tende a favorire la manodopera femminile, che cresce di più nel primo semestre 2008 e mostra un tasso di decremento inferiore nel periodo successivo.
Ciò è dovuto al fatto che gli unici settori che hanno avuto un aumento negli ultimi tre mesi dell’anno scorso, per i quali però si possiedono dati ancora parziali, sono lavoro domestico, sanità e assistenza, in cui è nota la prevalenza numerica delle donne. Forse è questo il motivo per cui la loro condizione, nei numeri, sembra meno catastrofica dei colleghi uomini, anche se poi il loro lavoro è spesso meno pagato e sicuro: il lavoro cosiddetto atipico conta nel 2008 un 44,7% in più di cessazioni rispetto al 2007.
Il punto critico è sempre lo stesso: anche prima della crisi, l’occupazione femminile ha sempre avuto un “peso specifico” più basso di quella maschile, sia in relazione alla posizione nella professione, sia in rapporto alla stabilità dell’impiego e alle ore lavorate. Le donne sono fortemente sottorappresentate fra i dirigenti e fra le figure imprenditoriali, mentre si concentrano nei dipendenti fra gli impiegati esecutivi, e nei lavoratori autonomi fra le posizioni di carattere para-subordinato o assimilabili, con ovvie ricadute sui livelli retributivi. Il volume di lavoro prodotto dalle donne, a parità di teste interessate, risulta molto più basso di quello maschile, sia per il part-time, sia per le assenze legate alla maternità o alla cura dei figli, sia per il maggior ricorso degli uomini a prestazioni straordinarie. Quindi, il peso relativo delle donne occupate scende di ben 5 punti percentuali, se si guarda alle ore di lavoro effettive.
Inoltre, l’intensità e la durata della congiuntura negativa sono difficili da prevedere, anche perché il suo impatto è strettamente correlato all’efficacia delle misure prese per contrastarla. Il
Secondo Rapporto sulla Condizione Femminile in Piemonte, uscito ai primi di maggio a cura dell’Ires, evidenzia come la crisi influisca in particolare sulla condizione delle donne, a cui è riconducibile da un lato
quasi il 60% dei posti di lavoro persi nell’industria e dall’altro il 75% dell’aumento complessivo registrato nei servizi. Conseguentemente il tasso di occupazione femminile sembra crescere nel 2008 di soli 0,3 punti percentuali passando
dal 56,3% del 2007 al 56,6% del 2008: il ritmo di crescita rallenta e
l’obiettivo di Lisbona del 60% di occupazione femminile entro il 2010 non sembra più così pienamente raggiungibile nella regione, mentre sembrava probabile ancora nel 2007. Cresce anche il tasso di disoccupazione che dal 4% del 2006, al 4,2% del 2007 dovrebbe essersi attestato intorno al 5% nel 2008 (3,7% per gli uomini e 6,1% per le donne), portando il gap di genere a circa 2,4 punti percentuali contro l’1,7% del 2007. Il numero delle persone in cerca di occupazione è, infatti, salito nei primi nove mesi del 2008 da 78.000 a 94.000, di questi
53.000 sono donne. Resta comunque un dato positivo, per quanto riguarda la tenuta del tasso di attività, mentre in molte regioni d’Italia la combinazione tra difficoltà occupazionali e problemi di conciliazione ha portato molte donne all’uscita dal mercato del lavoro.
Lavoro femminile e crisi è un argomento controverso, che chiama in causa
difficoltà economiche congiunturali e problematiche strutturali di lunga data.
“Le donne – ha dichiarato la Consigliera nazionale di Parità Alessandra Servidori a
Tg3-Punto Donna del 24 marzo scorso –
hanno un grande coraggio e da sempre sono determinate, hanno risollevato le sorti di questo Paese quando gli uomini sono andati in guerra e oggi riemerge la loro costanza, capacità di relazionarsi, chiedere aiuto e fare anche 2-3 lavori contemporaneamente, magari non riconosciuti e apprezzati, ma che portano reddito”.
Secondo alcuni osservatori, in Inghilterra l’attuale crisi economica sta determinando una maggiore espulsione dal mercato del lavoro del lavoro degli uomini perché, rivestendo ruoli manageriali, percepiscono retribuzioni più elevate. Un cambiamento sociale dal
male breadwinner al
female breadwinner (= letteralmente “chi porta i soldi a casa”), in cui sono le donne a guadagnare la pagnotta.
“In realtà – spiega Chiara Saraceno, docente di Sociologia della Famiglia all’Università degli Studi di Torino –
anche nella crisi del ’29, in Usa, venivano licenziati uomini e assunte le donne, perché costavano meno. Ma quando poi l’economia ha ripreso si è tornati ai ruoli tradizionali, così come anche nel dopoguerra. C’è da dire che quando questo accade non è indicativo di un grande successo, proprio perché indica che il lavoro femminile è pagato meno. E non è che manager uomini sono sostituiti da manager donne. A fronte di licenziamenti di manager, magari ci sono – in altre aziende – assunzioni in call center, o nei servizi di pulizie. Inoltre bisogna fare attenzione a un dato ulteriore: in genere si passa dal male breadwinner al female breadwinner quando le cose vanno male, e non in caso contrario. Il female breadwinner c’è nel caso di una ragazza madre, oppure perché il padre ha perso il lavoro. Il modello ottimale, in realtà, è quello in cui entrambi possono essere breadwinner ed entrambi si dividano il lavoro di cura. È vero che la crisi può rimescolare le opportunità, più o meno temporaneamente. Ma il suo esempio mostra che le rimescola al basso (a parte il fatto che non tutti gli uomini ricoprono ruoli manageriali). Più che altro la crisi persuaderà forse un numero crescente di donne che è bene che stiano nel mercato del lavoro, senza delegare i compiti di procacciamento di reddito ai mariti. Perché anche i mariti possono perdere il lavoro; oltre al fatto che anche i matrimoni possono finire. Quindi incoraggerà ulteriormente il modello dual earner”.
La speranza è proprio questa.