24 febbraio 2010
L’invecchiamento demografico e il
calo del tasso di natalità creano stress sui sistemi di welfare e implicano la necessità di interventi mirati, come politiche d’integrazione lavorativa e d’inclusione socio-culturale degli anziani.
Con l’active ageing si può agire sul sistema economico nel suo complesso, favorendo anche giovani
e donne.
Si prevede che al 2050 il tasso medio europeo di dipendenza degli anziani sarà attorno al 50%. Ciò significa che se oggi in Europa ci sono circa 4 persone in età attiva per ogni persona over 65, nel 2050 ce ne saranno solo due.
Fonte: European Commission, Demography Report 2008: Meeting Social Needs in an Ageing Society
Novembre 2008
Active ageing: un concetto non nuovo
Terza economia e ricadute sul welfare
Active ageing: un concetto non nuovo
Il concetto non è nuovo. Per active ageing, o invecchiamento attivo, s’intende un processo finalizzato alla massima realizzazione delle potenzialità fisiche, mentali, sociali ed economiche degli anziani. Detto nei termini dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – Ocse, si tratta della capacità delle persone, una volta invecchiate, di condurre vite socialmente ed economicamente attive.
Mentre infatti un tempo le politiche per gli anziani erano focalizzate sui bisogni, in questo modo si pone l’accento sui diritti e sulle risorse dell’anziano e sulla possibilità della sua concreta partecipazione alla vita comunitaria.
Il nuovo orientamento prende il via nel 1995, con il programma Ageing and Health (invecchiamento e salute) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – Oms: la necessità di una visione dell’invecchiamento, cioè, che tenga conto di tutto il corso di vita degli individui, e di adottare approcci basati sulla comunità di appartenenza che tengano conto delle differenze di genere e rafforzino i legami intergenerazionali.
Nel 1999, Anno Internazionale dell’Anziano, l’Oms promuove poi l’active ageing come elemento centrale dei propri programmi di sviluppo, proprio perché il concetto non fa riferimento solo alla capacità dell’anziano di mantenersi fisicamente attivo, prolungando la propria presenza tra le forze lavoro, ma riguarda più in generale il mantenimento di un ruolo partecipativo a livello sociale e culturale.
Parlare di un ruolo attivo degli anziani diventa fondamentale in una società come la nostra, dove estensione dell’aspettativa di vita e calo dei tassi di natalità provocano un invecchiamento della popolazione che implica ricadute su spesa pubblica, consumi, risparmio, investimenti, produttività, mercato del lavoro e processo di sviluppo. La diminuzione prospettica delle persone attive e il conseguente aumento dei carichi socio-assistenziali sono fonte di stress sui sistemi di welfare dei Paesi, per cui si rende necessario il prolungamento dell’attività lavorativa attraverso la valorizzazione dei lavoratori senior.
Dalla fine degli anni ’90, l’invecchiamento demografico è diventato infatti uno dei problemi principali delle politiche, non solo nazionali. Secondo il Rapporto nazionale 2009 sulle Condizioni e il Pensiero degli anziani: una società diversa di Ageing Society – Osservatorio sulla Terza Età , se si considera la composizione per fasce d’età nel 2008 con le previsioni al 2030, si rileva una riduzione delle nascite e un aumento degli anziani in rapporto alla popolazione globale. Le stime parlano di un passaggio dai circa 765,4 milioni di over 60 attuali a oltre 1 miliardo e 400 milioni nel 2030: più di un raddoppio in meno di un quarto di secolo. Aumenterà anche l’incidenza relativa delle fasce d’età a partire dai 40-44 anni, che diventerà più consistente dopo i 55 anni, sfiorando un +2% tra i 60 e i 64 anni, mentre gli ultra 80enni saranno l’1,2% in più.
La situazione non cambia nell’Unione europea a 27: dal 2008 al 2035 è previsto un aumento della popolazione da 495 milioni a 521 milioni e, successivamente un graduale calo a 506 milioni nel 2060. Si prevede che il numero annuo di nascite scenderà nel periodo 2008-2060, con contemporaneo aumento dei decessi, mentre la quota di popolazione di età compresa tra 65 e oltre passerà dal 17,1% del 2008 al 30,0% del 2060, e quelli di età compresa tra 80 e oltre dal 4,4% al 12,1% nel corso dello stesso periodo.
La relazione tra sviluppo e longevità è non a caso oggetto di attenzione da parte dell’Unione europea da anni: nel 2000, al Consiglio di Lisbona, si è infatti sottolineato come “il tasso di occupazione sia eccessivamente basso e caratterizzato da un’insufficiente partecipazione al mercato del lavoro di donne e lavoratori anziani”. Di qui nasce la necessità di interventi mirati, come politiche d’integrazione lavorativa e d’inclusione socio-culturale degli anziani. Nella relazione di sintesi del marzo 2004, la Commissione ha posto l’accento sull’invecchiamento attivo, perché si tratta di uno dei tre ambiti principali che richiedono sforzi notevolmente maggiori se l’Unione intende concretizzare la strategia di Lisbona. Il fatto che l’inversione della tendenza al pensionamento anticipato sia ora considerata una delle priorità politiche dell’Europa segna il culmine dello sviluppo in atto.
Oltre a misure legislative e orientamenti speciali per l’occupazione riguardanti l’invecchiamento attivo, l’Ue ha concordato una serie di obiettivi riguardanti le pensioni, volti a garantire incentivi efficaci al prolungamento della vita lavorativa nell’ambito di regimi di sgravi fiscali. La programmazione del Fondo Sociale Europeo per il 2007-2013 ha poi identificato due campi d’intervento: miglioramento dell’accesso alla formazione, in particolare per i lavoratori poco qualificati, e lotta alla discriminazione, supporto psicologico e reintegrazione dei più anziani.
L’Italia non si discosta da questi numeri: il 20% della popolazione è composta da persone con più di 65 anni, ma in ben 12 capoluoghi di regione, la percentuale raggiunge punte dal 26 al 28%. Un altro elemento significativo è rappresentato dalla percentuale della componente femminile nel contesto degli over 65. Negli ultimi due decenni l’invecchiamento ha registrato una accelerazione senza precedenti: in soli 17 anni (1991-2008) l'indice di vecchiaia è incrementato con la stessa intensità del trentennio 1961-1991 (rispettivamente +50,3% contro +53,4%). Numeri che stanno lentamente, ma progressivamente, rivoluzionando i legami sociali e familiari: allungamento della catena familiare verticale (genitori, nonni, bisnonni) che vede coinvolte spesso tre o più generazioni diverse in una stessa famiglia e contemporanea diminuzione dei rapporti orizzontali (fratelli, cugini).
I cambiamenti demografici lasciano quindi intravedere un quadro nuovo della condizione anziana per il futuro, per cui il welfare necessita di urgenti interventi. Le politiche si sono rivolte al problema dell’invecchiamento secondo tre direttrici: politiche di welfare, politiche a sostegno della formazione e politiche attive del lavoro. Seguendo questo approccio, negli ultimi anni in Italia sono state portate a termine un certo numero di esperienze, soprattutto a livello locale. Nella maggioranza dei casi, le azioni svolte erano dirette all’implementazione di una dimensione specifica dell’active ageing, come, ad esempio, l’empowerment e la solidarietà intergenerazionale. Tuttavia, la natura sperimentale e la frammentarietà sono il risultato della mancanza di una pianificazione integrata. Ancora oggi, uno dei più importanti nodi da affrontare riguarda le misure per la conciliazione.
Terza economia e ricadute sul welfare
Dal 2006, la Fondazione onlus Socialità e Ricerche , che si occupa di promuovere studi e ricerche su problematiche dell’individuo anziano, si occupa dell’invecchiamento attivo, organizzando forum e relativi rapporti dal titolo Terza economia. Sempre più valore alla terza età – Politiche di welfare e di Age Management per le imprese e le istituzioni. Perché non basta riconoscere le ripercussioni che l’invecchiamento ha sulla società nel suo complesso, se non si adottano politiche in cui interventi economici e sociali convergano. Non a caso il forum annuale, organizzato con la collaborazione e il sostegno di The European House Ambrosetti e della cooperativa sociale KCS caregiver, è passato negli anni dall’analisi dell’invecchiamento e del suo impatto al concetto di invecchiamento attivo.
L’obiettivo europeo di raggiungere un tasso di occupazione del 50% dei lavoratori tra i 55 e i 64 anni entro quest’anno non è ancora stato conseguito da tutti: l’Italia è il fanalino di coda, con solo il 34,4%, seguita Francia, Austria e Spagna, contro il 70,1% della Svezia.
Un punto di partenza per promuovere l’invecchiamento attivo di un Paese è cercare di capire le determinanti che stanno dietro le scelte di pensionamento, che riguardano, da un lato, il sistema previdenziale e, dall’altro, domanda e offerta di lavoro. Un sistema retributivo, dove la pensione è commisurata alle ultime retribuzioni e all’anzianità contributiva, incentiva il pensionamento anticipato. D’altro canto, gli studi di Socialità e ricerche mostrano come le imprese spesso percepiscano uno sbilanciamento del rapporto retribuzione/produttività dei lavoratori senior, oltre al fatto che la relazione età-produttività è influenzata da fattori diversi ed esistono evidenze di una flessione della produttività dopo i 50 anni, a causa dell’appiattimento della curva d’esperienza e del declino delle curve di abilità.
Le motivazioni dei lavoratori possono essere diverse: la bassa anzianità contributiva delle donne, legata a storie personali che determinano frammentazione della carriera contributiva (ad esempio dopo un figlio), le porta a spingersi fino all’età per il pensionamento di vecchiaia e oltre; tipo di professione e titolo di studio modificano il grado di soddisfazione nel lavoro, ed è facilmente comprensibile come i lavoratori manuali a bassa qualifica dell’industria, tendano a pensionarsi non appena maturati i requisiti, mentre dirigenti e professioni intellettuali tendono a prolungare l’attività lavorativa; il settore di appartenenza ha effetti significativi, e non a caso nei servizi e nel pubblico impiego tendono a pensionarsi dopo rispetto a quelli dell’industria; lo stato di salute.
La complessità dei fattori in gioco e delle loro interrelazioni è notevole. Il piano normativo-regolamentare, che riguarda il mercato del lavoro e il sistema pensionistico, si interseca con quello sociale (equità intergenerazionale, mobilità sociale, asili nido, strutture per anziani non autosufficienti, ecc.), organizzativo-aziendale e puramente individuale in un intreccio difficile da interpretare.
La ricerca di politiche adeguate può dare risultati solo se si considera questa complessità. Una buona strategia deve costruirsi su una pluralità di azioni coordinate, riguardanti: qualità degli impieghi, migliore organizzazione del mercato del lavoro, potenziamento della formazione permanente, miglioramento dei servizi della salute e dell’assistenza, modifica delle politiche retributive e adeguamento del sistema previdenziale.
La correzione dello squilibrio demografico è una condizione per avere in prospettiva un mercato del lavoro vitale e la possibilità di una crescita economica. I numeri dell’Italia, del resto, parlano chiaro: crescita zero, Paese più anziano d’Europa oggi e più anziano del mondo domani, con quasi il 35% di over 65 previsti. Una situazione che ha un impatto forte sui conti pubblici, se si pensa che dal 1955 l’aumento del debito pubblico sul Pil è corrisposto a una diminuzione del numero di figli per donna. Senza contare che politiche efficaci sono funzionali anche per alzare il tasso di occupazione femminile, altra condizione essenziale per favorire lo sviluppo e allargare la base imponibile su cui si regge il welfare. Dovrebbe diventare pensiero comune che il lavoro femminile va promosso e incentivato non solo per il vantaggio economico che ne deriverebbe.
A dicembre i ministri Sacconi e Carfagna hanno a questo proposito presentato Italia 2020 – Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro ( 436 KB), un piano strategico per la conciliazione di tempi di lavoro e di famiglia e per la promozione delle pari opportunità nell’accesso al lavoro che intende investire in nidi familiari, albi di badanti e babysitter, voucher destinati all’acquisto di servizi di cura, cooperative sociali che operano per la conciliazione in contesti svantaggiati, telelavoro, percorsi formativi di aggiornamento per lavoratrici che intendono rientrare nel mercato del lavoro.
Azioni importanti, da inserire in un mix che comprende: sostegno al reddito, servizi per la cura di figli e anziani, riequilibrio nella distribuzione dei ruoli familiari, politiche del lavoro come il part time, congedi parentali adeguatamente retribuiti, compensazione a fini pensionistici per le attività di cura in famiglia, incentivi a inserimento e reinserimento al lavoro dopo i periodi di impegno familiare. Anche perché le indicazioni dell’Unione europea, fin dal vertice di Lisbona, sottolineano come la crescente domanda di welfare della popolazione si possa soddisfare solo sulla base di una crescita economica sostenuta e di un tasso di occupazione che raggiunga l’obiettivo del 70%.
L’Italia è ancora lontana da questi traguardi. Il welfare, che copre per il 60,7% le pensioni, per il 26,7% la sanità e solo per il 12,6% politiche sociali e assistenza, è inadeguato. Diminuire l’incidenza delle pensioni sulla spesa sociale del 10% potrebbe aiutare il sostegno all’occupazione femminile, con ricadute sull’economia e sul tasso di natalità. Un problema non solo politico: il fattore culturale, per cui la percezione dell’invecchiamento come rischio e non come risorsa, ha ancora un peso rilevante.
In realtà, come sostiene l’Unione europea, si tratterebbe di aggiungere “vita agli anni”, non solo migliorando le condizioni oggettive di invecchiamento, qualità della salute e della vita di relazione e lavoro, ma modificando stereotipi che sottostimano le possibilità degli anziani. Migliorare le opportunità di lavoro della popolazione anziana richiede interventi combinati su vari piani, sotto forma di incentivi/disincentivi, politiche del lavoro e formazione. E agendo su un nodo ancora irrisolto in Italia: quello delle pensioni.
I sistemi pensionistici europei stanno adattando le proprie caratteristiche alle necessità imposte dall’invecchiamento. L’introduzione di elementi di flessibilità s’inserisce tra gli strumenti volti a innalzare l’età media di pensionamento, sia per consentire margini di scelta individuale, sia per far fronte a problemi di sostenibilità finanziaria. Si tratta di lasciare al singolo lavoratore la possibilità di scegliere sia quando cominciare a ricevere la pensione, sia quanto e come riceverne in proporzione al beneficio che gli spetta, con le opportune delimitazioni: parte della flessibilità consiste infatti anche nella possibilità di ricevere una parte della pensione in presenza di un reddito da lavoro proveniente da un’attività part time.
In Italia, dal 1995 vige un sistema detto a contributo definito figurativo, o modello NDC, che implica la possibilità di scegliere a che età andare in pensione in un determinato intervallo e garantisce un trattamento pensionistico pari ai contributi versati, con coefficienti di rendimento, legati all'età ma anche all'andamento del prodotto interno lordo. Tuttavia la legge che lo ha istituito, la 335/1995 , ha previsto un lungo periodo di transizione in cui sopravvive anche il vecchio sistema retributivo: secondo la relazione del 23 febbraio 2009 della Commissione sulla parificazione dell’età pensionabile del Ministero della Pubblica Amministrazione e Innovazione (273 KB), il sistema si potrà considerare a regime attorno al 2030. La fascia di età per la pensione di vecchiaia, a condizione di avere maturato almeno 35 anni di contributi, era compresa tra i 57 e i 65 anni, ma è stata poi modificata per l’'esigenza di contenere la spesa previdenziale con due ulteriori riforme, la legge 204/2004 e la successiva legge 247/2007, in attuazione del Protocollo sul welfare dello stesso anno.
Per effetto di quest’ultima riforma, a partire dal 2010 scatta un meccanismo di innalzamento che si conclude nel 2013: da allora, gli uomini potranno andare in pensione a 61 anni d’età con 36 di anzianità, oppure in età compresa fra 62 e 64 anni con 35 di anzianità, oppure a 65 anni con qualunque anzianità; le donne potranno andare in pensione fra 60 e 65 anni con qualunque anzianità; tutti i lavoratori, a prescindere dal genere, potranno andare in pensione a qualunque età vantando un’anzianità di 40 anni. Di fatto, la flessibilità incentivata che costituiva il perno del sistema NDC viene praticamente annullata. Intanto, per il settore pubblico, in seguito a una sentenza della Corte di Giustizia Europea, che ha condannato come discriminatoria la differenza di età tra i due generi, è stata varata nel 2009 un’ulteriore riforma che eleva l’età minima per il pensionamento di vecchiaia, a partire dal 1 gennaio 2010, di un anno ogni due anni, fino al raggiungimento della parità a 65 anni nel 2018. Infine, a decorrere dal 1 gennaio 2015, ogni cinque anni, la soglia di età verrà elevata proporzionalmente all’incremento della speranza di vita accertato dall’Istat e validato da Eurostat nel quinquennio precedente; in sede di prima attuazione, l’incremento non potrà comunque superare i tre mesi.
Da questi elementi emerge come la storia delle pensioni, in Italia, sia lunga e travagliata.
Senza addentraci in un dibattito complesso e più che mai aperto, è però opportuno considerare alcuni riflessi del processo di innalzamento dell’ètà pensionabile, che come si è detto è una tendenza considerata irreversibile in tutti i paesi.
È innegabile che l’innalzamento può avere effetti positivi sull’invecchiamento attivo, aiutando a prevenire il declino cognitivo, incrementa i trattamenti pensionistici e migliora la sostenibilità macroeconomica della spesa, ma riduce comunque il cambio generazionale nelle imprese, con perdita di produttività e ritardo della stabilizzazione lavorativa dei giovani e non tiene conto della complessa articolazione di situazioni presenti nelle imprese e tra i lavoratori.
Ecco perché è necessario considerare convenienze per le imprese e motivazioni dei lavoratori, che determinano situazioni variegate all’origine del risultato medio di una bassa età di pensionamento in Italia.
Secondo il Rapporto 2009 di Terza Economia, le proposte di policy, che devono fare i conti con una realtà complessa, devono: rimuovere i disincentivi al prolungamento dell’età lavorativa; offrire possibilità di pensionamento articolate che migliorino la sostenibilità del sistema previdenziale, ma rispondendo alle esigenze dei lavoratori anziani e non ostacolando il ricambio generazionale; far crescere attività di mercato che utilizzino in modo emerso le capacità e le energie degli anziani.
Da molte parti si sollecita il ripristino della coerenza dello schema NDC, per valorizzare la flessibilità delle scelte, ampliare le opzioni per il prolungamento dell’attività, migliorare l’adeguatezza delle prestazioni. Nel dettaglio, si tratterebbe di: ampliare le possibilità di scelta riallargando la forchetta per il pensionamento di vecchiaia e calcolando di conseguenza i coefficienti; effettuare la contribuzione figurativa per periodi di disoccupazione e discontinuità nei rapporti di lavoro, intervento importante per donne e giovani; permettere di optare per il pensionamento graduale (schema misto part time) per chi ha raggiunto l’età minima.
In questo quadro di sostegno alle carriere contributive e di un ventaglio più ampio di opzioni, si porrebbe il problema se tornare all’equiparazione completa tra uomini e donne, prevista in origine dalla riforma Dini, e oggi reintrodotta solo per il pubblico impiego.
L’intervento normativo non è però sufficiente a garantire un effettivo ampliamento delle opportunità di scelta e di valorizzazione dei talenti della terza età. La partecipazione al pensionamento parziale è consentito, ma in Italia resta numericamente irrilevante. Bisogna infatti tener conto della domanda, e quindi della capacità del mercato di creare opportunità di lavoro per lavoratori in età avanzata. Perché la flessibilità sul piano pensionistico sia non solo attraente per tutte le parti coinvolte (Stato, imprese, lavoratori) ma anche efficace, è necessario che l’organizzazione del lavoro sia sufficientemente flessibile.
Il che significa, all’interno delle imprese, valorizzare le capacità peculiari del lavoratore anziano attraverso un’evoluzione dei compiti che utilizzi le capacità gestionali e di trasmissione di conoscenze (age management), oltre a promuovere nuove attività produttive con investimenti strutturali, basati su competitività e coesione sociale, servizi di prossimità e politiche attive del lavoro che riallochino le risorse lavorative del Paese.
La flessibilità al pensionamento permette di adattare regole universali del sistema alla vasta casistica di esperienze e preferenze individuali rispetto a percorsi lavorativi e famigliari e, dal punto di vista dello Stato, può essere uno strumento per migliorare la sostenibilità finanziaria. Solo però attraverso un’effettiva promozione dell’active ageing si potrà agire sul sistema economico nel suo complesso, favorendo anche giovani e donne: per queste ultime, favorendo il loro ingresso nel mercato del lavoro attraverso adeguate politiche di conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Solo così si potrà davvero rilanciare l’economia e favorire lo sviluppo.
in rete
L'esperienza delle donne over 40 al lavoro
Active ageing: a policy framework, Ginevra 2002, Oms ( 338 KB)
Linee di orientamento per le politiche dell’occupazione, Unione Europea
L’associazionismo d’arma ed invecchiamento della popolazione, articolo pubblicato sul Giornale di Gerontologia della Società italiana di geriatria e gerontologia, Numero 2, Aprile 2008 (254 KB)
Sviluppo, qualità della vita e longevità creativa, pubblicato sul sito della Società italiana di geriatria e gerontologia(73 KB)
Le politiche di active ageing (45 KB)
Flexibly: per un approccio attivo e preventivo all’active ageing il contributo delle Azioni Innovative del FSE (66 KB)
Invecchiamento Attivo: Lavoro, Lifelong Learning, Welfare. Idee a confronto, atti del convegno organizzato da Isfol e Provincia autonoma di Trento il 20 e 21 settembre 2007 ( 615 KB)
L’invecchiamento attivo: una politica centrale e prioritaria per l’Unione Europea
in biblioteca
D. Del Boca, A. Rosina, Famiglie sole, Il Mulino 2009
Un welfare anziano. Invecchiamento della popolazione o ringiovanimento della società?, a cura di Marianna Madìa, Arel-il Mulino 2007
Materiale e letture del forum Terza Economia. Sempre più valore alla terza età – Politiche di welfare e di age management per le imprese e le istituzioni, 30 e 31 ottobre 2009