Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Occupazione femminile in Piemonte

08 dicembre 2007

Luci e ombre, ma soprattutto ineludibili domande al mondo politico ed economico, nel rapporto L'occupazione femminile in Piemonte, pubblicato dalla Regione e dalle Consigliere di Parità, che fotografa i progressi dell'occupazione, la persistente segregazione e precarietà, i tenui segnali di superamento del soffitto di cristallo. [08/12/07]

Il rapporto L'occupazione femminile in Piemonte presentato in un affollato dibattito in ottobre durante il percorso Verso Melting Box e oggi disponibile anche on line, è un prezioso documento di analisi della situazione occupazionale femminile nella regione, che riunisce e commenta due serie di dati statistici.
La prima è quella derivante dall'indagine continua sulla forz lavoro, condotta annualmente dall'ISTAT-Istituto Nazionale di Statistica, attraverso interviste a campione integrate con dati dei Centri per l'Impiego, che rappresenta la principale fonte statistica sul mercato del lavoro italiano, da cui vengono costruite le stime ufficiali secondo criteri oggi confrontabili anche a livello europeo. Precisamente le elaborazioni contenute nel rapporto si riferiscono a 5.000 interviste condotte nel territorio piemontese lungo tutto l'arco del 2006.
La seconda parte raccoglie informazioni più specifiche relative all'occupazione di genere, riferite alle imprese con più di 100 dipendenti, che sono tenute a compilare e a trasmettere ogni due anni alla Consigliera Regionale di Parità, un rapporto sulla propria situazione, in base all'articolo 9 della Legge 125/91 [PDF, 93KB], ora articolo 46 del Decreto Legislativo 198/06 noto come Codice delle Pari Opportunità. I rapporti pervenuti nel biennio 2004-2005 sono stati circa 800, che coprono circa il 90% dell'occupazione stimata nelle imprese con oltre 100 addetti.

L'elaborazione di questi dati costituisce il frutto prezioso di una collaborazione fra Consigliera Regionale di Parità e Direzione Formazione Professionale - Lavoro della Regione Piemonte, che si va rafforzando in una dimensione sempre più orientata alle politiche, quindi alla sollecitazione di interventi per modificare o incentivare i processi evolutivi in atto.
Perché si tratta certamente di un'evoluzione, anzi se guardata nel lungo periodo di una rivoluzione. Basta pensare come l'incremento dell'occupazione femminile è quasi ininterrotto da decenni, ha superato la fase di rallentamento negli anni della crisi industriale, e oggi si assesta nella regione su un tasso superiore al 56%, con buone speranze di raggiungere entro il 2010 l'obiettivo del 60% stabilito dalla Strategia Europea per l'Occupazione. Inoltre, nelle imprese maggiori aumenta in modo lento, ma progressivo, l'incidenza delle lavoratrici con incarichi dirigenziali e intermedi, anche se, specie nell'industria, i numeri in gioco sono davvero troppo modesti.

Sull'altro piatto della bilancia, troviamo una forte esposizione delle donne, giovani e adulte, alla precarietà dell'impiego, chiaramente documentata dai rapporti; una partecipazione al lavoro frenata a tutti i livelli dai condizionamenti sociali e familiari, come dimostra la parte dell'indagine ISTAT sui tempi di lavoro; la presenza di barriere alla progressione di carriera che emerge con evidenza nell'analisi dei rapporti aziendali, con la difficoltà, soprattutto, di accedere al gradino superiore della scala gerarchica.
Il fenomeno forse più negativo per la sua persistenza nel tempo è la segregazione orizzontale ovvero l'eccesso di concentrazione delle donne in determinati settori come i servizi privati e l'assistenza (call center, marketing), segnalati in forte incremento, ed il terziario (grande distribuzione, imprese di pulizia, ristorazione).
Si può dire che la crescita della presenza femminile appare connessa principalmente alla forte spinta espressa dalle donne adulte, favorita dalla creazione di posti di lavoro nel terziario in aree loro congeniali e dall'espansione del part-time.
Le differenze tra i generi si ripropongono a livello di grandi comparti, visto che i maschi sono la netta maggioranza nell'industria (128'500 su un totale di 177'500 addetti), mentre la presenza femminile è prevalente nei servizi, pubblici, dove le donne sono oltre il 70% del totale, a fronte di un equilibrio quasi perfetto nei servizi privati.
"Su questi aspetti, notano le Consigliera di Parità Regionali, Alida Vitale e Franca Turco, le politiche dovrebbero operare con determinazione, perché un'eccessiva divaricazione di genere, la concentrazione di uomini e donne in specifiche mansioni, si traduce nei fatti in un impoverimento culturale, in un appiattimento di ruolo su stereotipi consolidati, mentre un maggiore scambio tra i sessi e le generazioni è foriero di dinamicità e di reciproco arricchimento. Questo cambiamento deve partire, ovviamente, dall'orientamento scolastico di base, perché già a quel livello, come si è osservato, si divaricano dei percorsi che tendono a mantenersi separati, per conseguenza, allo sbocco sul mercato del lavoro".

Questi temi sono al primo posto nell'agenda delle Consigliere di Parità, sia sul versante della condivisione dei tempi di lavoro e di cura, sia su quello della tutela, non solo con azioni dirette ma con un impegno culturale, come il corso di diritto antidiscriminatorio iniziato in novembre.

Dai rapporti delle aziende emerge un aspetto non rilevabile nei dati dell'indagine delle forze di lavoro, che separa in modo netto e apparentemente strutturale settore pubblico e privato. Le donne sembrano godere di diversi trattamenti in queste due aree di attività, con un più agevole accesso a percorsi di carriera nel ramo pubblico (ma sempre con una certa resistenza a superare il gradino finale per passare alla qualifica dirigenziale), cosa che suggerisce la presenza di elementi di discriminazione nell'impiego privato, in qualche modo connessi alla maggiore discrezionalità dei meccanismi di selezione e alla forte accentuazione della disponibilità a sopportare carichi di lavoro e di stress che mal si conciliano con gli impegni familiari, come già si era evidenziato nell'analisi dei bienni precedenti.
Il divario tra qualificazione posseduta e percorsi di carriera sottolinea un fenomeno di overeducation per le donne, ovvero di una insufficiente valorizzazione delle competenze possedute. Tutto questo mentre gli stessi dati ISTAT 2006 segnalano un aumento davvero consistente della richiesta di lavoratori e lavoratrici qualificati, indicando un orientamento delle imprese molto più netto che in passato verso personale in possesso di livelli medio-alti di istruzione, un target di popolazione dove la presenza femminile è prevalente e sottoutilizzata.
Questi ultimi dati inducono a conclusioni cautamente ottimistiche: la progressione verticale e il ricambio generazionale sono processi necessariamente lunghi e i primi segnali rilevati, ancora numericamente insufficienti, dovrebbero intensificarsi nel medio periodo e portare a un'onda lunga favorevole alle donne di domani. Ma ancora è chiamata in causa la politica. Perché, conclude il rapporto, "una rottura degli steccati che sembrano ancora dividere lungo precise linee di segregazione le carriere di uomini e donne e una maggiore apertura alle esigenze di realizzazione professionale che le ragazze esprimono sembrano oggi necessari e imprescindibili per garantire un armonico e performante sviluppo del sistema Piemonte". Non più solo questione di diritti e pari opportunità, ma un'esigenza vitale per lo sviluppo del nostro paese e una priorità per governo, amministratori e forze sociali.

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