Commissione Regionale di Pari Opportunitą

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Consigliera di Paritą Regionale

Area dedicata alla Consigliera di Parità, una figura importante a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori. Opera in Piemonte attraverso una rete di Consigliere a livello regionale e provinciale. È disponibile un'archivio di notizie e contenuti relativi all'attività della Consigliera.






Le donne difendono la loro dignitą

06 luglio 2009


Un ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo, una richiesta alle più alte cariche dello Stato per un “richiamo formale” e il lancio di un appello pubblico a cui hanno aderito personalità del mondo della scienza e della cultura come Margherita Hack, Dacia Maraini e Franca Rame. Segnali d’indignazione nei confronti di un linguaggio e comportamenti ritenuti discriminatori e lesivi della dignità di tutte le donne, ma che nulla hanno a che vedere con vicende personali, politiche o giudiziarie.
Il ricorso alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo
Il 22 aprile 2009, Donata Gottardi, europarlamentare uscente del Gruppo socialista – PSE, e Anna Paola Concia, parlamentare italiana del Partito democratico, hanno presentato alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo (nella foto, la sede a Strasburgo) un ricorso contro il Governo italiano, in merito ad alcune frasi pronunciate dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel corso di incontri internazionali ed europei, di dibattiti pubblici, nell’esercizio delle sue funzioni istituzionali e di rappresentanza.
Secondo le ricorrenti, si tratta di affermazioni “sessiste”, che “disegnano e propongono un’idea stereotipata delle donne, quali esseri deboli, fragili, di contorno estetico, professionalmente irrilevanti se non nelle mansioni e nelle qualifiche tradizionalmente femminili”. Parole che, a seconda dei casi, tradiscono “una concezione della donna come oggetto” o come “corpo riproduttivo”: “Per vero, la serie delle dichiarazioni berlusconiane sull’universo femminile è tutta unicamente volta alla considerazione della donna come essere inferiore”.
Nel ricorso sono riportate alcune di queste dichiarazioni, con data e contesto in cui sono state pronunciate, definite casi “ampiamente noti e disponibili on line”.
“Le affermazioni – prosegue il documento – evocano un immaginario profondamente offensivo nei confronti delle donne e, dato il ruolo rivestito da chi le ha pronunciate, incrementa il rischio di una società basata su stereotipi e pregiudizi, in cui la funzione delle donne viene ricondotta alla riproduzione e alla soddisfazione, per la via di canoni estetici, dell’uomo. Si tratta di stereotipi riferiti a criteri di discriminazione di genere”. Inoltre, “fomentano atteggiamenti e comportamenti discriminatori, in cui le donne diventano elemento decorativo del paesaggio e del sistema economico del Paese. Si può parlare di ideologia sessista”.
Offesa e disprezzo del corpo delle donne, offesa alla dignità delle donne, per cui risulta violato il diritto fondamentale alla parità di trattamento e al divieto di discriminazione. In particolare si tratta di discriminazione diretta, in quanto le donne vengono trattate e considerate diversamente dagli uomini” e di “discriminazione multipla, dato che la discriminazione fondata sul sesso si salda agli altri fattori di rischio di discriminazione, come ad esempio quella relativa alla ricchezza e alla nascita”.
Questa serie di motivi è all’origine della presentazione del ricorso, che denuncia la violazione di una serie di articoli della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo (PDF, 164 KB):
- art. 8: dopo aver sancito la previsione generale secondo cui “Ogni persona ha diritto al rispetto della sua vita privata e familiare, del suo domicilio e della sua corrispondenza”, prescrive, al comma 2, che “Non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”;
- art. 14: “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione”. Le ricorrenti ricordano inoltre che, ai sensi della normativa delle istituzioni comunitarie, “discriminazione è ogni comportamento con cui una persona (o un intero gruppo) viene trattata in modo meno favorevole rispetto a come gli altri sono, stati o potrebbero essere trattati nelle stesse circostanze”;
- art. 6 comma 1: “Ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole, davanti a un tribunale indipendente e imparziale costituito per legge, al fine della determinazione sia dei suoi diritti e dei suoi doveri di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che gli viene rivolta”;
- art. 13: “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto ad un ricorso effettivo davanti ad un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.
Gottardi e Concia, ai sensi dell’art. 34 della Convenzione, hanno agito come vittime di queste violazioni, “in quanto donne e in quanto rappresentanti, rispettivamente, al Parlamento europeo e nazionale” e hanno chiesto alla Corte che lo Stato italiano sia condannato a un equo risarcimento dei danni subiti, che “si indicano simbolicamente in 200.000 euro, da devolvere al sostegno dei centri anti-violenza italiani e delle attività di informazione e sensibilizzazione ai divieti di discriminazione della rete delle consigliere regionali e provinciali di parità italiane.
La richiesta alle più alte cariche dello Stato di un “richiamo formale”.
Nel mese di maggio, la Consigliera di Parità regionale del Piemonte Alida Vitale ha preparato, a titolo strettamente personale e non a nome dell’istituzione che rappresenta, una lettera rivolta alle più alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, Presidenti e Vicepresidenti di Camera e Senato) con una richiesta di “richiamo formale” al Presidente del Consiglio.
Nel documento, che è stato inviato con circa 600 firme, si ribadisce l’indignazione per l’utilizzo di un linguaggio e di comportamenti fortemente lesivi della dignità delle donne italiane e non solo e ciò in violazione di norme italiane ed europee in tema di tutela dei principi di parità e di non discriminazione per ragioni attinenti al genere. Crediamo, ancor più, che tali comportamenti non possano appartenere a chi ricopre cariche pubbliche di così alto livello”.
La lettera vuole essere chiara: “Non ci riferiamo alla vita personale del Presidente del Consiglio, che tra l’altro non riveste alcun nostro interesse, quanto piuttosto alle mille situazioni imbarazzanti verificatesi in contesti pubblici nazionali ed internazionali, alle battute fuori luogo, all’uso strumentale delle donne in politica, ai commenti goliardici frutto di vecchi stereotipi e pregiudizi nei confronti delle donne che offendono profondamente il genere femminile ed espongono il nostro paese al pubblico ludibrio. Per questa ragione ci sentiamo costrette, in qualità di donne, mamme, lavoratrici e cittadine, ad appellarci alle più alte Cariche dello Stato affinché, tutte/i noi possiamo sentirci rappresentate con l’impegno, onestà, senso di responsabilità e decoro”.
Siamo profondamente indignate, come donne impegnate nel mondo dell’università e della cultura, per il modo in cui il presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi, tratta le donne sulla scena pubblica e privata.Non ci riferiamo solo alle vicende relazionali del premier, che trascendono la sfera personale e assumono un significato pubblico, ma soprattutto alle modalità di reclutamento del personale politico e ai comportamenti e discorsi sessisti che delegittimano con perversa e ilare sistematicità la presenza femminile sulla scena sociale e istituzionale. Questi comportamenti, gravi sul piano morale, civile, culturale, minano la dignità delle donne e incidono negativamente sui percorsi di autonomia e affermazione femminili”.
Il lancio di un appello pubblico.
Chiara Volpato (Professore Ordinario – Università di Milano-Bicocca), Angelica Mucchi Faina (Professore Ordinario – Università di Perugia), Anne Maass (Professore Ordinario – Università di Padova) e Marcella Ravenna (Professore Ordinario – Università di Ferrara) sono le quattro docenti universitarie che, “come cittadine italiane, europee e del mondo”, hanno lanciato un appello “alle first ladies dei paesi coinvolti nel prossimo G8 dell’Aquila perché disertino l’appuntamento italiano, per affermare con forza che la delegittimazione della donna in un paese offende e colpisce le donne di tutti i paesi”.
La richiesta di un gesto simbolico quanto forte, vista l’importanza internazionale di un evento come il G8, sempre lo stesso motivo, ritenuto preoccupante: L’
appello, ospitato sul sito di Micromega, è stato riportato da diversi giornali e tv stranieri.
Il documento ha raccolto oltre 10mila firme: tra gli altri, hanno aderito due importanti esponenti della scienza e cultura italiana come Margherita Hack, Dacia Maraini e Franca Rame.
A fronte di tutte queste adesioni, non mancano però le voci critiche anche nei confronti dell’iniziativa e del modo in cui è stata posta, e si levano proprio da Torino, con Vicky Franzinetti, esperta di pari opportunità, e Tina Fronte, cofondatrice dell’Intercategoriale donne di Torino Cgil, Cisl e Uil, la cui esperienza nasce nel 1975 (“intercategoriale” appunto perché ne fanno parte le donne di tutte e tre le categorie sindacali) e si chiude nel 1986.
Nella loro lettera esprimono “disappunto e fastidio” per l’appello lanciato alle first ladies, per tre motivi:
- considerando le donne a cui è rivolto, esclude “l’unica donna capo di governo del G8”, cioè la Cancelliera tedesca Angela Merkel, e “questo indirizzare un appello alle mogli rafforza lo stereotipo di una donna che non riesce ad arrivare al potere, ma è importante ‘tramite il marito’ perché conta tra le mura di casa, dietro le quinte. No, grazie”;
- la distinzione delle firme del documento tra accademiche e “altre”: “Sarebbe utile sapere se la divisione è maturata grazie a una maggiore eticità delle docenti, o a qualche altro elemento che ci sfugge. Non ci pare tuttavia che la lettera fosse indirizzata al MIUR (Ministero dell’Istruzione, ndr);
- il problema di cui si parla nell’appello, che “non è, se non in parte, di donne. È prevalentemente e soprattutto di maschi, delle loro complicità. Che c’entrano le mogli dei governanti esteri e i di loro consorti? Pare quasi che se non di abbia un consorte non si possa essere una grande donna. L’unica colpa delle donne adulte e anziane è semmai quella di non aver saputo difendere le giovani. L’unica colpa degli uomini è di non dissociarsi con vigore. L’unica innocenza nel vendersi è di pensare che si avrà qualcosa in cambio e di non percepirsi come merce”.