Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Donne israeliane e palestinesi insieme per la pace

01 luglio 2009


La Consigliera di Parità regionale Alida Vitale ha partecipato a un seminario di confronto e discussione tra giovani leader israeliane e palestinesi, che si è svolto a Torino il 19 giugno. Un’occasione per confrontarsi sul ruolo della donna in società diverse e per discutere di pace in Medio Oriente.
Parlare tra donne, parlare di pace. Potrebbe essere questo il motto di Leader israeliane e palestinesi. La dignità della pace, il dibattito organizzato a Torino dal 18 al 21 giugno dal Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente - CIPMO, in collaborazione con l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini. L’evento è culminato, nel pomeriggio di venerdì 19, al Circolo dei Lettori, in una conferenza pubblica dal titolo Dopo il discorso di Obama – Israeliane e palestinesi: quando le donne parlano di pace, che fa parte del progetto Nodi Meditteranei.
Si tratta un ciclo di incontri, giunto alla seconda edizione, che si propone come momento di approfondimento e aggiornamento sugli sviluppi della situazione mediterranea e mediorientale, attraverso la viva voce di esperti e di alcuni protagonisti delle diverse realtà dell’area.
Questa volta, protagoniste assolute sono state le donne. Una delegazione palestinese, guidata da Fadwa al.Sha’r, direttrice dell’Amministrazione generale per le Ong presso il Ministero degli Interni dell’Autorità palestinese, e una israeliana, guidata da MK Orit Zuaretz, ora parlamentare della Knesset per Kadima. Con loro, i due direttori dei Comitati israeliano e palestinese dell’Iniziativa di Ginevra, di cui il CIPMO è coordinatore dell’Italia: rispettivamente Gadi Baltiansky, per l’Education for Peace Ltd – Geneva Iniziative Israel, e Nidal Foqaha, del Palestinian Peace Coalition/Geneva Iniziative di Ramallah.
I due comitati stanno continuando a lavorare sulla base della proposta di
Accordo di Ginevra per la pace, presentata nel dicembre 2003: già nel 2008, sempre a Torino, si era tenuto un seminario volto a definire gli elementi irrisolti della proposta. Oggi, le parole del presidente degli Stati Uniti ridanno speranza. Il presidente degli Stati Uniti ha infatti posto all’ordine del giorno la pace tra Israeliani e Palestinesi, basandola sulla proposta di “due Stati per due popoli”, e vuole realizzarla entro due anni.
Di qui l’importanza del dialogo, ma anche, per i membri dei comitati di Ginevra, del ruolo che le donne possono svolgere per contrastare le dinamiche di disumanizzazione del conflitto e abbattere i muri dell’odio e dell’incomunicabilità. Così, dopo un analogo incontro l’anno scorso, le rappresentanti delle due parti hanno nuovamente avuto modo di confrontarsi prima tra di loro, poi con donne e istituzioni di parità torinesi e italiane, infine con il pubblico.
La prima giornata di lavori, venerdì 19 giugno, è stata ricca a frenetica. A partire dalla mattina, dopo un incontro sulla situazione politica attuale nell’area e sul ruolo che può svolgere l’Iniziativa di Ginevra, le due delegazioni femminili hanno parlato della posizione della donna nella struttura politica e sociale in Palestina e in Israele.
A seguire, nel primo pomeriggio, il meeting con le donne italiane, a cui ha partecipato anche la Consigliera di Parità regionale Alida Vitale, assieme a Vicky Franzinetti, esperta di pari opportunità, la Consigliera regionale Paola Pozzi, la senatrice Magda Negri e l’Assessora alle Pari opportunità del Comune di Torino Marta Levi.
“Nel corso della mattina – ha spiegato Alida Vitale – le due delegazioni si sono confrontate sulla situazione di genere nei rispettivi territori, concordando sul fatto di essere indietro dal punto di vista della rappresentanza, in Israele perché si tratta di istituzioni prettamente maschili, in Palestina per un retaggio culturale. Ho parlato loro del ruolo della Consigliera di Parità affrontando in particolare il discorso di rete e dell’importanza del radicamento sul territorio. Si è poi discusso sul tipo di azioni che si possono intraprendere per fermare la violenza contro le donne, dato che nella cultura islamica è presente e anche in quella israeliana il fondamentalismo religioso può portare a considerare le donne come quelle che devono stare a casa a badare alla famiglia”.
Iniziative di questo genere sono utili? “Sicuramente, e vanno valorizzate. È un modo per far incontrare e dialogare donne che altrimenti, nelle loro terre, avrebbero maggiori difficoltà a interagire”.
Utilità ribadita anche nella conferenza tenuta al Circolo dei Lettori nel pomeriggio, a cui hanno partecipato Janiki Cingoli, direttore del CIPMO, la Consigliera Paola Pozzi, Claudio Vercelli, ricercatore di storia contemporanea all’Istituto Salvemini, i direttori dei comitati di Ginevra e le due donne a capo delle delegazioni.
“Abbiamo fiducia – ha esordito Nidal Foqaha del Comitato palestinese, che oltre alla sede a Ginevra ha un ufficio esecutivo anche a Ramallah come quello israeliano a Tel Aviv – perché la soluzione per la pace c’è. Il nostro modello di accordo per la prima volta presenta proposte pratiche: intendiamo incoraggiare i leader tentando di convincerli che la pace è a portata di mano e non a caso abbiamo lavorato con grande attenzione alle donne, che possono contribuire alla pace, mentre l’uomo può fare la guerra. Ci sono segnali positivi dagli Stati Uniti, ma c’è bisogno anche del ruolo dell’Europa”.
Gli fa eco il direttore del comitato israeliano Gadi Boudianski: “Siamo di fronte al conflitto più lungo che sia mai esistito sulla terra e non siamo ancora riusciti a risolverlo. Se andiamo a vedere i protagonisti politici dell’una e dell’altra parte scopriamo che sono solo uomini. Non so se questi due fatti siano correlati, ma dovremmo chiedercelo. Nei processi di pace le donne possono svolgere un ruolo importante che non è da mettere in discussione. Le donne hanno molti compiti, e devono affrontare un problema politico e di stereotipi: serve quindi un triplice livello di approccio. Continueremo in questa iniziativa lungo due canali, con un accordo originale e proposte pratiche”.
La parola alle donne. Orit Zuaretz, parlamentare della Knesset per il partito Kadima, che aveva già partecipato al precedente incontro a Torino, quando non era ancora parlamentare, riconosce che le donne israeliane, palestinesi e italiane “condividono le stesse idee su politica ed economia. La Regione Piemonte ci ha dato una grande mano: ora dobbiamo tornare a casa e, dopo aver parlato, fare. Le donne stanno prendendo ruoli di potere, e dobbiamo farlo anche noi: il mio partito conta il 30% di donne. Dobbiamo essere noi a fare un passo in avanti, diventare leader e seguire una via condivisa: in questo senso l’iniziativa di Ginevra è importante. E poi, possiamo negoziare anche a Gerusalemme: lo abbiamo fatto, 20 israeliane e 20 palestinesi, una discussione fruttuosa. Il concetto di sicurezza è molto più ampio di quella militare, e conosciamo ancora poco del popolo palestinese, come lui di noi”.
L’educazione è appunto un problema da affrontare al più presto: “Quando ero vice-sindaca, a un tour eravamo solo due donne: ora portiamo le donne nelle Ong. Spero di poter fare molto di più, e di portare la questione dell’educazione al Ministero dell’Istruzione”.
Tanti i punti in comune con le donne italiane: “Viviamo problematiche simili: a causa della violazione della legge dobbiamo ancora andare a difenderci in tribunale. Nelle nostre Università ci sono dottorati di genere, e anche se la società è ancora molto maschile e conservatrice e il 90% delle violenze contro le donne avviene in famiglia, abbiamo dei centri di aiuto e possiamo trovare un accordo comune. Ci sono ancora troppe poche donne nella nostra attività: molte non vogliono entrare in politica per paura di corrompersi.
La palestinese Fadwa al-Sha’r concorda sul concetto di azione: “Abbiamo parlato di tante cose, a cominciare dalle questioni politiche, non è facile confrontarsi e raccontarsi. Abbiamo avuto due incontri prima di questo e abbiamo acquisito grandi conoscenze. Adesso abbiamo da fare per il futuro. Non ci sono donne: poi come faremo a integrare le donne a questo livello? Le donne come possono apportare il cambiamento se arrivano al potere?”. Non v’è dubbio, la società palestinese è “molto conservatrice, ma abbiamo discusso. Come fare per risolvere i problemi comuni dopo averli condivisi? Forse ce la possiamo fare arrivando in cima alla scala decisionale, condividendo e lavorando insieme. Con la convinzione che “risolvere un conflitto non è facile”.
Per quanto riguarda i punti in comune con le donne italiane, sostiene che da loro “ci sono diversi centri che si occupano di questioni di genere: possiamo metterli in collegamento tra di loro per vedere se possono essere d’aiuto”. Di sicuro ci vogliono “tempo e decisioni: la società civile sta lavorando, ma non è facile. Anche per la questione della violenza, esiste una legge che protegge le donne , ma tradizione e costumi molto conservatori rendono il lavoro difficile”.
Insomma, la volontà di affrontare il problema insieme, nonostante le difficoltà, pare esserci tutta. La parola chiave è sempre negoziato, anche su questioni delicate come quella della Striscia di Gaza. “Con Hamas non è facile” ammatte la parlamentare israeliana. “Hamas – aggiunge Nidal Foqaha – dice che riesce a ottenere con il combattimento quello a cui, con i negoziati, si lavora da 15 anni. È un grosso problema”.
Ma intanto, certe parole dette proprio da un uomo lasciano spazio allo spiraglio per una possibilità di azione in vista della pace, ma anche delle pari opportunità: Le donne sono driver di cambiamento perché vengono classificate come parte fragile e sono vittimizzate da religione e tradizione. Noi sentiamo la nostra responsabilità e dobbiamo lavorare per far loro ricoprire un ruolo più attivo”.
La speranza vera è che ciò accada non solo a parole, ma anche nei fatti.