Commissione Regionale di Pari Opportunitā

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Badanti in nero, famiglie sole

03 novembre 2009

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Dopo la sanatoria, le assistenti familiari in regola saranno circa la metà del totale. Analisi di un sistema che supplisce privatamente alle carenze del welfare per anziani e non autosufficienti. E che rischia di crollare, se non ci saranno interventi strutturali e un rilancio del ruolo pubblico, ricadendo ancora una volta sulle spalle delle donne.

 
 
 
 

Sono circa 750.000 le badanti straniere in Italia e 70.000 quelle di nazionalità italiana, secondo le stime di Sergio Pasquinelli, ricercatore dell'Istituto di Ricerca Sociale (Irs) di Milano che da molti anni si occupa di questo problema. Il bilancio della famosa sanatoria, con sole 294mila domande di regolarizzazione presentate, è sicuramente inferiore alle attese e ha lasciato scoperta la fetta più grossa del mercato dell'assistenza domestica, anche considerato il fatto che non tutte le pratiche andranno a buon fine.

Se ne è discusso in un seminario della CGIL a Roma dal titolo Le assistenti familiari nel lavoro di cura, in cui sono state presentate anche esperienze di enti locali come Torino e Ferrara che hanno lavorato su formazione, incrocio tra domanda e offerta, sostegno all'emersione del lavoro nero in un settore che interessa soprattutto le donne sotto i entrambi i versanti: infatti, sia la cura delle persone anziane e non autosufficienti, che la professione di assistente familiare o badante sono appannaggio quasi esclusivamente femminile.
Il dato più sorprendente diffuso dal Ministero dell'Interno sulla sanatoria riguarda le nazionalità dei richiedenti, che vede ai primi quattro posti, accanto a paesi dell’est europeo come Ucraina e Moldavia, anche Marocco e Cina, rispettivamente seconda e quarta nazionalità più rappresentate per un totale di 57mila domande: due comunità di immigrati molto numerose in Italia, ma tradizionalmente estranee al lavoro domestico. Vista anche la consistente presenza di datori di lavoro stranieri (addirittura il 40% a Milano), non è azzardato ipotizzare che una parte delle domande di regolarizzazione riguardi persone occupate in realtà in settori diversi dall'assistenza familiare, che hanno tentato di eludere le barriere rigidamente settoriali del provvedimento.
Questo aspetto rende ancora più deludente l'esito della prima fase del processo di regolarizzazione, a fronte di previsioni anche da parte del Ministero dell'Interno che oscillavano tra le 500 e le 700 mila domande.

Di fatto, sull'esito dell'operazione ha pesato il fatto che la regolarizzazione era un beneficio evidente per i lavoratori, mentre per le famiglie rappresentava soprattutto una somma di oneri. I quali presi uno ad uno avevano un peso relativo, ma nel loro insieme hanno fatto la differenza. Il forfait di 500 euro, di per sé una cifra alla portata di tutti, sono stati un primo deterrente psicologico (e non sono pochi i casi in cui a doverli sborsare è stato il lavoratore interessato). L’orario minimo di 20 ore alla settimana presso un unico datore ha escluso una larga fetta di mercato, quella del lavoro a ore, oggi in crescita. La complessità dell'iter procedurale ha fatto la sua parte, anche tenendo conto della difficoltà di tipo culturale di molte famiglie a concepire questo tipo di attività come un normale rapporto di lavoro subordinato e a considerare se stesse come un datore di lavoro.
Ma la resistenza maggiore è dovuta agli oneri economici che discendono dalla regolarizzazione, soprattutto quelli contributivi, e il trattamento di fine rapporto. La differenza di retribuzione fra un'assistente familiare contrattualizzata e una in nero è stimabile in circa 400 euro al mese, nettamente superiore ai pochi benefici fiscali (deducibilità dei contributi INPS ma solo fino a un tetto di circa 1.500 euro annui, più detrazione dalle imposte di 400 euro in tutto per le badanti solo in caso di non autosufficienza dell'assistito e di reddito inferiore a 40.000 euro annui). Anche nelle realtà locali in cui sono stati erogati voucher o assegni di cura dedicati, spesso non bastano a colmare il divario dato che si tratta di un aiuto economico medio di 200 euro e naturalmente mirato alle fasce meno abbienti.

Lo scenario post-sanatoria delineato dal dott. Pasquinelli è il seguente. Se prima le badanti clandestine erano circa il 40% del settore, nell'immediato dovrebbero scendere al 26%, che sono pur sempre 200.000 persone; un numero ancora più alto di lavoratrici, in regola con il permesso di soggiorno ma senza contratto, continuerà a lavorare in nero, per una percentuale di circa il 30%. La sanatoria, secondo le stime, porterà tuttavia un processo di emersione rilevante, in cui le badanti in regola diventano quasi la metà del totale. Ma su questo Pasquinelli avverte che, come tutti i provvedimenti una tantum, avrà un effetto transitorio: "Senza interventi strutturali, la situazione tornerà in pochi anni ai livelli di lavoro sommerso precedenti, vanificando questo risultato".
Secondo il ricercatore, un sicuro effetto della sanatoria è stato in realtà di scoraggiare per qualche tempo l'utilizzo di badanti, dal momento che molte famiglie hanno interrotto il rapporto di lavoro non sentendosela né di regolarizzare né di continuare in nero.

Nel corso del seminario è stata presentata una ricerca dell'Ires, Istituto di ricerche economiche e sociali della CGIL, curata da Francesca Carrera, che rivela aspetti preoccupanti delle condizioni di lavoro del settore domestico e di cura: dalle mansioni a orari e diritti quali riposi e ferie pagate. Da interviste a 500 lavoratrici straniere emerge la figura della badante-tipo: la badante, poichè è quasi sempre donna, in gran parte tra i 40 e i 50 anni, coniugata, con livelli di istruzione media, vive nella casa in cui lavora e prima di venire in Italia ha svolto lavori di operaia, commessa o in qualche caso infermiera. Il 37% delle intervistate non ha il permesso di soggiorno, alcune di loro lavorano anche con coppie di anziani con un figlio disabile. Svolgono attività complesse, anche infermieristiche, come la somministrazione di farmaci, senza una preparazione specifica, anche se ne hanno acquisito capacità con l'esperienza. La metà di loro lavora in nero, in parte per l'indisponibilità del datore di lavoro e in parte per mancanza del permesso di soggiorno. Ma anche tra chi è in regola, il rispetto dei diritti e delle tutele di base è una chimera: nel 60% dei casi, colf e badanti non ricevono alcuna tredicesima né liquidazione, con una percentuale che sale al 68% se si considerano le sole assistenti familiari. Addirittura, il 12% non gode del giorno di riposo settimanale.
Trovano lavoro attraverso canali informali come la rete di amici o di connazionali, molto più raramente tramite Comuni, associazioni e sindacati. Per molte di loro, questa intermediazione ha un aspetto simile al caporalato, se non alla vera e propria tratta, con pagamento obbligato di tangenti a propri connazionali: succede soprattutto nel caso delle migranti da paesi dell'ex Unione Sovietica. La maggioranza delle badanti svolge queste mansioni per necessità, perché non ha trovato un lavoro diverso, e vorrebbe soprattutto una paga migliore. La prospettiva di una maggiore qualificazione professionale all'interno di questo tipo di lavoro non rientra, comprensibilmente, tra le loro priorità.

Il quadro complessivo delinea quindi un sistema profondamente ingiusto e squilibrato, in cui le carenza del sistema welfare di fronte al fenomeno dell'allungamento della vita hanno generato una risposta totalmente privatistica da parte delle famiglie, che funziona e si regge sui bisogni economici dei migranti, in questo caso quasi totalmente donne.
Un sistema che tende ad autoriprodursi e a essere impermeabile ai tentativi di miglioramento perchè questa forma, caratterizzata da un alto tasso di irregolarità, risponde alle reciproche convenienze dei tre attori collettivi sulla scena: lo stato privo di risorse e di volontà politiche, le famiglie lasciate sole e spesso senza i mezzi economici e culturali per permettersi una regolarizzazione, la forza lavoro contrattualmente debole ma disposta ad accettare queste condizioni perchè comunque migliori di quelle di partenza. E' anche un sistema a rischio di degrado e di sgretolamento, specie se quest'ultima condizione di debolezza dei migranti dovesse anche solo lievemente attenuarsi.

Osserva Pasquinelli che il sistema dovrebbe "reggere" su ben altri presupposti: un intervento pubblico ben più presente, un reddito minimo di garanzia per le fasce più deboli, opportunità di inserimento e qualificazione professionale per le badanti che ci stanno, in collegamento con i servizi del welfare.
"A livello centrale si dovrebbero aumentare le agevolazioni fiscali" e per questo occorrerebbe utilizzare meglio le risorse esistenti come la cosiddetta indennità di accompagnamento, che oggi viene erogata a un anziano su dieci con una spesa di dieci miliardi di euro l'anno, senza alcun vincolo o incentivo di destinazione.
Al tempo stesso, è il momento propizio per varare una politica per la non autosufficienza che rilanci i servizi domiciliari pubblici, usufruiti oggi dal 4,5% degli anziani, contro una media europea che è il doppio, per affrontare in modo congruo le problematiche che necessitano di una risposta più qualificata o complessa: ma per questo non basta certo l'attuale Fondo per la non autosufficienza, in tutto 400 milioni che vanno in gran parte alle strutture residenziali.
Poi, viene la formazione delle operatrici, che non significa solo corsi ma anche tutoraggio e assistenza, possibilmente collegata al sistema dei servizi pubblici per l'impiego, come si è cominciato a fare in alcune sperimentazioni locali. Ma anche questo non può essere lasciato all'iniziativa spontanea: finora, nove regioni hanno stabilito iter formativi, ma diversi da una all'altra, senza coordinazione e omogeneità, il che penalizza innanzitutto le badanti, perché offre una formazione che non è spendibile in altri contesti.

In conclusione, per Pasquinelli "solo legando tra loro questi interventi - servizi, sostegni economici mirati e formazione - potremo iniziare a costruire davvero un'alternativa credibile alla solitudine del mercato sommerso".